Con Giuliano Volpe - Marco Valenti

Scrivo questa nota perchè credo che oggi sia un dovere morale partecipare ed esporsi in prima persona, per il proprio sentire e portando un contributo, fattivo o anche solo di idee, al momento politico che stiamo vivendo; momento strettamente legato, ora come non mai, al destino che vogliamo avere e quali possibilità intendiamo dare ai nostri figli ed alle generazioni prossime.
Stiamo vivendo giorni tragici, lo sappiamo bene sulla nostra pelle. Non si intravedono altro che nubi minacciose, destinate ad assommare piogge torrenziali a quelle già cadute; mentre la politica sta continuando a dare un discutibile spettacolo di se stessa. Lungi da me facili populismi; si tratta purtroppo di un indubbio scenario sotto gli occhi di tutti.
Non mi addentrerò nei complessi meandri delle cause e delle lamentele; neppure esporrò la mia personale opinione sui i molti vizi di fondo che hanno portato negli anni una nazione sull'orlo del precipizio non solo economico. Mi limiterò però a ricordare (perchè la storia insegna, anche se per molti costituisce solo una noiosa materia scolastica) come nella tragicità della situazione in cui ci troviamo a vivere gran parte ha avuto anche l'adesione ed il facile adattamento al berlusconismo di molte parti della società italiana. Berlusconismo, ovvero, nella mia lettura del fenomeno, un sistema di vita ed una filosofia quotidiana basati su scarsa trasparenza, mancanza di etica e assenza di buongusto; caratterizzato dal senso di onnipotenza, dagli stereotipi di un ideale comportamentale e fisico artefatti; attraversato da una chiara discriminazione machista di genere, perseguendo l'ideale di un uomo dalla mascolinità sempre ben viva.
Si potrebbero riempire pagine e pagine per descrivere questo sistema di intendere la vita basato solo su un mal interpretato liberismo, malato ed espressione di un voracissimo capitalismo, sul guadagno esagerato, sulla forbice della sperequazione sociale ed economica allargata a oltranza. Il salato prezzo, di questa folle adesione ai presunti pilastri di un miracolo italiano in divenire, lo stiamo pagando pesantemente. Mali, dei quali, ripeto, gran parte del popolo italiano è complice ed è stato sostenitore. Politiche “assassine” che ci hanno portato all'attuale stato di dissesto e al peggior periodo economico dal dopoguerra ad oggi. Tra i danni che ne derivano, oltre all'impoverimento di larghe fasce della popolazione e la disoccupazione ad un tasso immorale, alcuni mi toccano però particolarmente da vicino: quelli causati all'istruzione, ai beni culturali, al paesaggio. L'ignavia voluta, l'immoralità delle scelte fatte (anche prima dei recenti governi, in molti casi), si sono poste in netta contraddizione con l'articolo 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Un articolo straordinario nella semplicità della sua portata, ormai disatteso e screditato ignobilmente a pura e tragica barzelletta.
L'istruzione in generale ha subito le peggiori riforme ed attacchi che si siano mai visti; minata alla base dalla sottrazione di finanziamenti stornati dai politici per far cassa, dallo svilimento del ruolo dell'insegnante sino a demonizzarlo, nel tentativo chiaro se non palese di affondare l'istruzione pubblica a favore di quella privata. Ed anche l'ultimo governo ha proseguito in questa direzione scellerata. La mia storia personale di giovane studente, se si fosse svolta oggi, non avrebbe avuto un bel finale; figlio di un camionista con la quinta elementare e di un'operaia stagionale delle industrie dolciarie senesi con la licenza media (quindi grandi sforzi economici per andare avanti), non avrei potuto accedere agli studi universitari e soddisfare l'investimento che i miei avevano fatto sul figlio, sperando in un futuro istruito e diverso dal loro. Dare a tutti le stesse opportunità in partenza rappresenta, non dimentichiamolo, la cifra di un paese democratico, attento e speranzoso verso il suo destino etico, culturale e di libertà.
L'Università, che in alcuni casi continua ad essere in mano a consolidati nuclei di potere, si è poi liceizzata (e lo sarà sempre di più insieme ad un aumento spaventoso della burocrazia a carico dei docenti) con la riforma del 3+2, limitando molte le occasioni di riflessione e di apprendimento che avevamo, liberamente e per libera scelta, in passato; vivevamo quelle strutture, passandoci tutto il tempo possibile per accrescere la nostra preparazione e formarci senza costrizioni di orari e crediti del sistema ragionieristico ormai vigente. Eppure la cultura non si dovrebbe soppesare con la matematica. La massa di insegnamenti che si potevano erogare solo fino a pochi anni fa è solo un ricordo, spazzata via a danno dello studente dal taglio dei finanziamenti, sia ordinari sia per fare ricerca. Le conseguenze non solo penalizzano i ragazzi, che vedono limitare la loro preparazione; hanno trasformato tantissimi ottimi ricercatori precari in disoccupati (ecco come la Gelmini ha tolto il precariato dall'Università....) creando così un grande e grave danno alla formazione in assoluto; ma anche rendendo impotenti e gettando nella disperazione persone che credevano fermamente in un futuro accademico e per questo lavoravano, che svolgevano lezione e ricerca di base ad alto livello, che erogavano sapere in crescita esponenziale. E' stata bruciata un'intera generazione di cervelli; risorse nella stragrande maggioranza dei casi ormai disperse e sperperate. Il danno è fatto e causa grande male.
Si deve ridare invece il primato all'istruzione pubblica e la centralità al sistema della formazione, poiché Cultura e Conoscenza sono i pilastri per la rinascita del nostro paese e per la formazione di cittadini liberi e responsabili, al di fuori delle nebbie oscurantiste nelle quali ormai ci muoviamo a tentoni da tanto tempo. Il sapere come elemento di crescita economica ed anche di affermazione personale e professionale, oltre che strumento di vita in una dimensione etica. Non pare accadere questo però; tagli ai finanziamenti sempre più pesanti, università private in crescita esponenziale, proposte che reputo scellerate di una divisione fra teaching university e research university creando così un forte livellamento verso il basso della cultura e conoscenze trasmesse (da libro di testo delle scuole superiori) ed una sperequazione fra istituzioni che non beneficeranno di fondi e quelle che invece avranno finanziamenti per fare attività (medicina, scienze, economia ecc) senza trasmettere il frutto della ricerca agli studenti. Istruzione a tutti liberamente, senza se e senza ma; è l'obiettivo da perseguire ad ogni costo; e non significa facilità dei percorsi di studio, bensì dare modo alle persone di investire sulla propria crescita personale, applicandosi, credendoci, lavorando duramente per ottenerla. Ciò non avviene per le conseguenze di un sabotaggio continuo, che annulla ed ha gettato nel dimenticatoio la lezione e le speranze di straordinarie figure come Giuseppe Di Vittorio: l’importanza della conoscenza per migliorare la qualità della vita delle masse; poter accedere alla cultura e farla propria poiché il sapere è un’arma straordinaria che porta al progresso; la cultura è uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale. I beni culturali subiscono lo stesso trattamento dell'istruzione. Risorsa indiscussa del nostro paese, vengono mortificati, se non ignorati nei fatti, mandando allo sfacelo il patrimonio; salvo poi indignarsi pubblicamente di fronte agli eventi con maggior carattere mediatico (vedi i crolli pompeiani) e promettendo soluzioni che trovano serie difficoltà di attuazione e dilazioni nel tempo inaccettabili. E nulla avviene in favore del patrimonio diffuso (a torto definito minore) che caratterizza l'Italia nella sua interezza.
Tanto “è lì”, immobile ed incorrotto, immerso nel paesaggio o in nuclei urbani ben conservati, si pensa; collocato in una dimensione irreale se non onirica: quel bel paese ormai molto degradato e impoverito della sua eredità storica per incuria e mancata programmazione. Eppure, come ho già sottolineato in altra occasione, progettare sulla conoscenza dei beni culturali, rendendoli fonte di sostentamento nazionale ed allargata all'intera collettività, darebbe lavoro e rendita a moltissimi giovani ed a ricaduta grandi giovamenti all'economia nazionale. Ma qui si chiudono anche biblioteche ed archivi, quindi, cosa vogliamo aspettarci o sperare; tanto più, aldilà delle grida d'allarme di specialisti del settore o di poche menti avvedute, l'opinione diffusa vuole che il nostro patrimonio sia immenso ed inesauribile: eppure l'illusione, ci metteva in guardia Antonio Gramsci, è la gramigna più tenace della coscienza collettiva. Solo appropriandoci del patrimonio culturale, nonchè facendolo nostro, abbiamo la possibilità di aspirare ad essere una grande nazione; con la speranza di contribuire ad autosostenersi nel rispetto e nella valorizzazione dell'eredità storica. Il patrimonio deve essere messo al centro della programmazione, senza mortificanti risparmi bensì investendo.
Non si valorizza, infatti, e non si rende produttivo ciò che non si conosce; ma la conoscenza, basata sulla ricerca e sulla sua diffusione alla comunità intera, è sempre meno praticata e soprattutto castrata ed avvilita; non si investe in conoscenza e sul sistema dei saperi, che invece sono divenuti un vero e proprio lusso, se non considerati potenzialmente sovversivi nel destabilizzare lo status quo. Uno scenario devastato ed ignobile quello del sistema culturale italiano, indegno del nostro paese e strettamente contiguo al paesaggio, il grande malato d'Italia od anche, con irriverenza e perdonatemi la scurrilità, la prostituta (obbligata) più fottuta in Italia. Ho tratteggiato un'immagine forte, ma il suo sfruttamento sregolato e capitalistico ci ha ridotti nello stato in cui siamo ed è lo spettacolo deprimente del quotidiano. Scompaiono così nel non rispetto delle sue forme storiche, bellezza diffusa e attrattive; Salvatore Settis ha ben denunciato i mali dell'incuria, di regole insufficienti o disattese, della mercantilizzazione del paesaggio in un paese rurale che ha voluto farsi, sopravvalutandosi, grande potenza industriale. Questa non politica del bene comune ci ha consegnato un'Italia martoriata da frane ed alluvioni; migliaia e migliaia di persone vivono disagi quotidiani o in condizioni difficilissime e precarie grazie alle “magnifiche” trasformazioni che il territorio ha subito. Si cementifica in ogni dove, anche in spazi a rischio; non si cercano soluzioni alternative e ragionevoli privilegiando chi reinveste sul già esistente o recupera l'antico invece di far costruire nuovi alloggi e nuove strutture sino alle folli ed improponibili new town nate dalla mente astorica di un costrutture; non si tutela la risorsa culturale e storica delle sue forme ma le si stravolgono cinicamente con facilità; non si cercano fonti energetiche eco sostenibili e spesso, in nome proprio dell'eco sostenibile (che viene fiutato come un ottimo affare visti i pochi cavilli legali ad esso inerenti), sono compiuti veri e propri misfatti solo ed esclusivamente in nome della rendita. Come scriveva Antonio Cederna nel 1973 (avevo 13 anni, ora ne ho 52 ma sembra un pensiero pubblicato oggi....) “il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana: la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica. I disastri arrivano ormai a ritmo accelerato: e tutti dovremmo aver capito che ben poco essi hanno di “naturale” poiché la loro causa prima sta nell’incuria, nell’ignavia, nel disprezzo che i governi da decenni dimostrano per la stessa sopravvivenza fisica del fu giardino d’Europa e per l’incolumità dei suoi abitanti”.

Da "archeologi per Giuliano Volpe"

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