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Alcune considerazioni sulla (triste) fine del progetto di coordinamento degli archeologi italiani

Rendo pubblica la nota inviata ai presidenti/refenenti delle varie associazioni che hanno partecopato per quasi due anni al tentativo di dar vita ad un coordinamento degli archeologi italiani insieme a tutti i verbali delle varie riunioni tenute in questo periodo.

Cari colleghi,

dopo molti mesi di silenzio, avendo ormai verificato che non esistono più le condizioni per dare seguito al progetto di costituzione di un coordinamento degli archeologi italiani, ritengo opportuno, oltre che doveroso, mettere a disposizione di tutte le associazioni che hanno in vario modo partecipato a questo tentativo, nonché di rendere pubblici – come abbiamo sempre fatto fin dagli inizi – i verbali delle nostre nove riunioni, tenute nell’arco di oltre un anno, tra giugno del 2015 e settembre 2016.

Ringrazio di cuore Giulia Facchin, che ha svolto la funzione di segretaria verbalizzante di tutte le riunioni. E ringrazio ugualmente tutti coloro che hanno partecipato agli incontri e che hanno contribuito a questo progetto, purtroppo non giunto a buon fine.

Come ho ribadito in varie occasioni, sono convinto che si sia persa un’opportunità. Ritengo – ovviamente assumendomi la responsabilità di una valutazione necessariamente soggettiva, ma franca e sincera – che abbiano prevalso interessi ‘corporativi’ di singole componenti. Interessi in sé anche legittimi e non necessariamente in contrasto con gli interessi più generali dell’intera categoria degli archeologi, con tutte le sue articolazioni, ma tali da creare un clima di sospetti e di sfiducia, incompatibile con un progetto che non può che basarsi sulla fiducia e sul rispetto delle posizioni diverse.

Alcuni hanno partecipato al progetto con un sincero spirito unitario, dimostrando anche la disponibilità a mettere un po’ da parte specifiche esigenze, rivendicazioni, visioni, per tentare una sintesi tra le varie istanze. Altri hanno partecipato formalmente con interesse e curiosità, ma non senza una certa dose di ipocrisia, e forse senza credere realmente nel progetto. Altri ancora hanno partecipato in realtà solo con l’obiettivo di farlo fallire. Sono questi ultimi ad aver vinto. Ma ovviamente non sarebbe stato questo l’esito se ci fosse stato un prevalente interesse a proseguire il tentativo e a cercare soluzioni condivise se non da tutti almeno dalla maggioranza dei soggetti coinvolti. Andare avanti solo con alcune componenti avrebbe avuto poco senso. Certamente non nell’ottica di chi scrive.

C’è chi ha contestato l’insistenza sulla forma da dare al coordinamento, se ‘pesante’ e ‘strutturata’ o ‘leggera’ e sotto forma di ‘forum’. Non credo, però, che sia stato questo il problema principale o la causa dell’insuccesso. Si è infatti manifestata da parte di tutti una certa disponibilità anche verso forme più leggere (anche se un coordinamento per poter funzionare in maniera efficace una qualche struttura organizzata dovrebbe pur darsela): ma non è bastato. C’è chi ha detto che avremmo dovuto prima definire i contenuti e i punti di convergenza e poi, su questa base, costruire una struttura comune. Anche in questo caso scorgo il rischio del classico ‘benaltrismo’ o, se si preferisce, della dicotomia ‘uovo-gallina’ che rappresentano un modo per rinviare le questioni, per spostare l’attenzione su altri temi, insomma, per bloccare un processo e impedire ad altri, con i quali non si è d’accordo, di raggiungere un obiettivo. Ma forse, più semplicemente non sono ancora maturi i tempi. Ci sono troppe paure, che alimentano egoismi e chiusure. E le paure – sentimento umanissimo che tutti proviamo – non ha mai prodotto risultati positivi.

La proposta di dar vita ad un organismo unitario era finalizzata alla creazione di un luogo di confronto innanzitutto per favorire la conoscenza reciproca dei problemi propri di ogni ambito dell’archeologia, superando le logiche parziali di ciascuno di essi, in modo da poter individuare i punti in comune, elaborare proposte e progetti condivisi. Un luogo nel quale confrontarsi liberamente e laicamente, anche in maniera vivace, come ad esempio si è fatto a TourismA a Firenze nel febbraio 2016. Un luogo che soprattutto promuovesse la riflessione sul ruolo dell’archeologia nella società contemporanea.

La frammentazione e la separazione (a volte anche la contrapposizione) fra i mondi dell’Università e della ricerca, del MiBACT, degli Enti locali, delle professioni e delle società hanno favorito una chiusura autoreferenziale e anche la perdita di un legame vitale con il mondo esterno.

Un coordinamento non rappresenta certo la soluzione di tutti i problemi (nessuno lo ha pensato in maniera così semplicistica), ma potrebbe più semplicemente costituire uno strumento per cercare insieme alcune possibili soluzioni per rinnovare e dare maggiore forza e incisività sociale, politica, culturale all’archeologia italiana.

Non è stato possibile raggiungere quest’obiettivo con il tentativo fatto in questi ultimi due anni, ma l’esigenza resta a mio parere intatta. Abbiamo cercato una strada inclusiva, aperta, trasparente. Nessuno è stato escluso a priori. Le proposte, le idee diverse, i materiali prodotti dai gruppi di lavoro sono sempre stati messi a disposizione di tutti e resi pubblici. Abbiamo tenuto nove riunioni e ben tre iniziative pubbliche. Non è stato sufficiente.

Non escludo che abbia pesato anche una certa personalizzazione: è probabile che l’iniziativa presa da chi scrive non abbia favorito il progetto. Speravo – evidentemente sbagliando – che, prescindendo dalle posizioni personali (assunte peraltro sempre in maniera trasparente, ‘mettendoci la faccia’, e sempre con la massima apertura al confronto), la carica di Presidente del Consiglio Superiore BCP potesse dar forza all’iniziativa. Così non è stato, e me ne assumo le responsabilità. Ma anche quando ho fatto un passo indietro, sperando che altri assumessero l’iniziativa per proseguire lungo un percorso apparentemente condiviso, non ci sono stati progressi, anzi il progetto si è interrotto. Del resto – mi scuserete questo ulteriore riferimento personale – in molti casi in questi anni sono stato accusato di voler utilizzare la carica per finalità personali (immaginandomi a seconda dei casi direttore ora dell’ICA ora di un museo o di un parco archeologico!).

Sono venuto indirettamente a conoscenza di recenti riunioni, promosse da altri colleghi, con il coinvolgimento di alcune delle associazioni che in questi anni hanno partecipato al lavoro del costituendo coordinamento. Ovviamente è assolutamente legittimo e non intendo minimamente contestare la libera scelta di ciascuno di dar vita a iniziative, assemblee, convegni con chi preferisce. Mi ha solo colpito che in questo caso, pur trattandosi di iniziative ispirate – se non mi sbaglio, perché dispongo di scarse informazioni – da finalità simili a quelle del coordinamento abortito, si sia fatta una scelta poco inclusiva. In ogni caso, auguro sinceramente a questi tentativi quel successo che il nostro progetto non ha potuto avere. E se ce ne saranno le condizioni di trasparenza e di reale volontà inclusiva e se lo si riterrà utile, sarò pronto a garantire il mio sostegno a chiunque voglia riprovarci, magari con migliore fortuna.

Un recente contributo, nel quale parlavo della frammentarietà e della autoreferenzialità della nostra categoria, con un riferimento a questo nostro tentativo e a quello, assai diverso, ma ugualmente fallimentare della SAI negli anni Sessanta del Novecento, si chiude con le stesse parole di commento, assai attuali, usate da Renato Peroni a proposto di quel progetto di oltre cinquant’anni fa: «Ogni categoria restò con i suoi problemi, compresi i più prosaici e nessuno fu più in grado di preparare un approccio a tali problemi che non fosse parcellizzato e dunque perdente».

Sperando in altre occasioni più fortunate, vi saluto con amicizia.

 

Roma.17.5.2017


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