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Assumere per i beni culturali è necessario, ma come?

Nell’audizione alle Commissioni Parlamentari di Camera e Senato del neoministro ai beni e alle attività culturali (e da qualche giorno non più al turismo) Alberto Bonisoli ha illustrato le linee programmatiche cui intende ispirare il suo mandato. È apprezzabile che il nuovo ministro abbia riconosciuto il grande lavoro svolto dal suo predecessore e precisato che intende proseguire sostanzialmente lungo il percorso già tracciato, ovviamente, e giustamente, con una serie di aggiustamenti e di correzioni necessarie per l’attuazione del complesso piano di riforme realizzato negli scorsi anni. È un impegno serio e impegnativo che credo – senza accettare cambiali in bianco ma anche senza pregiudizi – vada salutato con soddisfazione. È soprattutto una dichiarazione di buon senso che pare smentire chi immaginava (e auspicava) l’azione di un demolitore, pronto a smantellare le recenti riforme. Nel campo del patrimonio culturale, quindi, il ‘governo del cambiamento’ pare voler essere il ‘governo della continuità’ (e non certamente, cosa ancora più apprezzabile, il ‘governo della restaurazione’).

Mi preme soffermarmi su un impegno assunto dal ministro. Un piano eccezionale di assunzioni, con ben 6000 nuovi posti. Se fosse effettivamente realizzato sarebbe un risultato davvero straordinario, se si considera che Dario Franceschini è riuscito, tra mille difficoltà, a portare a casa il risultato strepitoso di 500 (poi diventati 1000, con le prese di servizio ancora in corso) nuovi posti di personale tecnico-scientifico. Insomma un risultato sei volte superiore rispetto al suo predecessore, quello che si ripromette di conseguire il ministro Bonisoli. Vedremo se tale impegno sarà mantenuto, tra i tanti, tutti molto costosi, assunti dal governo Conte, tra flat tax, reddito di cittadinanza (e ora pare addirittura, dopo il recente vertice NATO, anche l’incremento delle spese militari da innalzare al 2% del PIL rispetto all’attuale 1,2%!).

Che il MiBAC abbia bisogno urgente di personale è fuor di dubbio. Servono tecnici-scientifici in un ministero che avrebbe dovuto e dovrebbe caratterizzati proprio per il suo alto profilo tecnico. Servono anche, urgentemente, dirigenti: non ci sono più soprintendenti! Numerose sono le soprintendenze tenute da dirigenti attraverso l’interim o del tutto vacanti. Servono anche tecnici di livello ‘inferiore’, geometri, disegnatori, fotografi, ecc. E servono urgentemente anche molti amministrativi. Il personale in servizio ha un’età media molto alta, vicina ai 60 anni e solo le recenti immissioni hanno abbassato un po’ la media (un po’ perché non si tratta spesso di giovanissimi, ma di quarantenni-cinquantenni, in attesa da molti anni di questa opportunità)

In questi anni e in particolare nei prossimi ci sarà una fuoriuscita impressionante per via dei pensionamenti, esito delle assunzioni in massa effettuate tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, in particolare grazie alla nota legge 285/1977, che ha ingolfato per molti anni i ranghi del ministero, impedendone l’ingresso a intere generazioni. Un rischio da evitare, quindi, è quello di realizzare un’altra immissione di massa, che rischierebbe di bloccare poi il ricambio per altri decenni. Si esca finalmente dalla logica dell’emergenza e si faccia una programmazione, con assunzioni regolari – perché no? – annuali, come accade altrove, per esempio in Francia.

Ma servirebbe anche una revisione e un aggiornamento dei profili professionali, legati ancora al passato e frutto di estenuanti trattative sindacali: non più solo archeologi, architetti, storici dell’arte, restauratori, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi (che ovviamente sono necessari, sia ben chiaro), ma anche bioarcheologi (e non solo antropologi fisici, ma anche archeozoologi, archeobotanici, ecc.), archeometristi, geoarcheologi, ingegneri struttuturisti, pianificatori, geologi, professionisti museali, e altre figure ancora, se vogliamo effettuare un vero salto di qualità nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio.

All’ultimo concorso hanno partecipato circa 20.000 concorrenti. È stato bandito nel 2016, le prove e il lavoro delle commissioni hanno preso più di un anno, e le assunzioni non sono ancora state del tutto completate con gli scorrimenti delle graduatorie. Servirebbero, allora, anche procedure selettive nuove (non con i quiz e i compitini), maggiormente in grado di valutare le competenze e anche le attitudini dei candidati, magari con la formula del corso-concorso: un anno di formazione e di tirocinio, e subito dopo ingresso nei ruoli. Speravo che questo potesse essere il ruolo, sul modello dell’Institut du Patrimoine francese, della Scuola del Patrimonio del MiBAC(T), che dovrebbe svolgere una funzione di formazione, anche permanente, del personale del ministero e non, come sembrerebbe, a giudicare dal recente bando, occuparsi della formazione, di quarto livello post-dottorale – senza peraltro alcun rapporto organico con l’Università – riservata a piccole élite di super-specialisti.

Un vero sogno, inoltre, riguarderebbe la possibilità che le tutte strutture del MIBAC (non solo i grandi musei) possano essere dotate di una piena autonomia scientifica, gestionale e organizzativa, tale da poter effettuare anche direttamente il reclutamento del personale di cui ogni struttura ha bisogno, sulla base delle specifiche esigenze, ovviamente con rigorosi sistemi di selezione e valutazione della qualità. Al Parco di Pompei o alla Soprintendenza di Milano, al Polo Museale della Toscana o al Museo Archeologico di Reggio Calabria non servono, infatti, generici archeologi o storici dell’arte, ma magari un archeologo specialista della Magna Grecia o un etruscologo o un medievista, un esperto di manutenzione programmata o uno specialista dell’architettura contemporanea, un pianificatore territoriale o un esperto di comunicazione museale. E chi partecipa a quel concorso per quello specifico posto deve sapere fin dall’inizio che la sua sede di lavoro sarà a Potenza o a Torino, a Lecce o a Trieste, e che non verrà assegnato ad una sede che non ha scelto, avviando dal giorno dopo la presa di servizio le pratiche per il trasferimento, cosa che di solito lascia scoperte le ‘sedi disagiate’, quelle cioè dove di solito c’è più necessità di personale per tutelare un patrimonio a rischio.

  1. Assumere per i beni culturali è necessario, ma come?, in Huffington Post 12.7.2018, https://www.huffingtonpost.it/giuliano-volpe/assumere-per-i-beni-culturali-e-necessario-ma-come_a_23480333/?utm_hp_ref=it-homepage.

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