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Cambiare l'acqua ai fiori

Altra (leggera) lettura estiva. Un libro delizioso, che, però, mi ha in parte deluso. Non mi aveva convinto fin dall’inizio il colore rosa scelto per la copertina dall’editore (e/o, che, peraltro, ha sfornato vari fortunatissimi successi negli ultimi anni e che quasi non sbaglia un colpo), quasi a voler caratterizzare il libro come una storia d’amore destinata prevalentemente a un pubblico femminile, secondo stereotipati criteri alquanto discutibili. Ho cominciato a leggerlo, quindi, con un misto di curiosità e di sospetto. L’analogia con L’Eleganza del riccio, indicata fin dalle note di copertina (ovviamente enfatizzata dall’editore che ha in catalogo anche quel meraviglioso libro), mi ha convinto. La lettura delle prime duecento pagine circa, che ho molto apprezzato, mi ha indotto a ricredermi: non si trattava affatto di un libro ‘rosa’, ma del racconto tenero, delicato, di una storia dolorosa sì d’amore, ma ricca di risvolti, incentrata su un personaggio molto ben costruito, Violette, bambina abbandonata dalla madre e vissuta in istituto e presso famiglie affidatarie, accompagnata dal costante (comprensibile) terrore dell’abbandono, innamoratasi di un ragazzo bellissimo ma (apparentemente) privo di sentimenti, Philippe, interessato solo alla sua moto e a collezionare superficiali e occasionali rapporti sessuali, da cui ha, giovanissima, una bambina, Léonine, che diventa la sua principale ragione di vita. Anni di felicità trascorsi come custode di un passaggio al livello (il custode sarebbe in realtà il marito Philippe che, però, è sempre in giro con la sua moto). E poi il dolore annichilente per la morte di Léonine in un misterioso incidente con altre tre bimbe in una residenza estiva per bambini. Cuore del libro è il cimitero di Brancion-en-Chalon, dove viene sepolta Léonine, che Violette comincia a frequentare conoscendo un personaggio ‘anomalo’, Sasha, l’anziano, sensibile, custode di origini indiane, che con la sua saggezza, fatta a sua volta di profondi dolori, le restituisce interesse per la vita, l’avvia alla cura dell’orto e la convince, infine, a prendere il suo posto di custode. Le pagine dedicate alla descrizione della nuova vita di Violette come custode del cimitero, della bizzarra compagnia dei necrofori, del sacerdote e dei gatti, della sua casa sempre aperta, della sensibilità con cui accoglie i visitatori e annota le vicende relative ai vari defunti, sono toccanti, delicate, a tratti anche divertenti. Qui qualche analogia con la colta portiera de L’eleganza del riccio si può cogliere, anche se a mio parere la distanza è incolmabile. Poi la vicenda di Violette si intreccia con varie storie di amore, quella passata e clandestina di Irène e Gabriel, scoperta dal figlio di Irène, Julien, commissario di polizia, alla morte della madre, che teneva un diario segreto e che aveva chiesto di essere sepolta non con il legittimo marito ma accanto al suo amante, quella altrettanto nascosta di Philippe con la giovane moglie dello zio, e quella imprevedibile della stessa Violette con Julien, oltre che con la ricerca della verità sulla morte di Léonine: allora il libro diventa effettivamente un po’ troppo ‘rosa’, a tratti alquanto melenso, e perde quella tensione drammatica della prima parte. La trama delle varie storie intrecciate è raccontata con un buon ritmo, attraverso brevi capitoli che portano il lettore a saltare da una storia all’altra e dal passato al presente. Ma l’intreccio appare un po’ troppo artificiale. Sono storie di amore sempre caratterizzate da drammi, da dolori, da segreti: anche la figura di Philippe, alquanto detestabile per buona parte delle quasi 500 pagine del romanzo, ne esce, infine, meglio caratterizzata e meno banale. Ma nell’insieme c’è qualcosa che non mi ha convinto. Insomma, un giudizio (ovviamente sempre e solo quello di un normale lettore, non di un critico di professione) non univoco. Libro interessante e anche molto gradevole in alcune parti, ma che nell’insieme un po’ delude.
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