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Custodi, un bando non basta

Nelle stesse ore in cui Matteo Salvini provocava la crisi del governo Conte, sulla Gazzetta Ufficiale veniva pubblicata la sconclusionata riforma del Mibac targata Alberto Bonisoli e sul sito del ministero veniva reso noto il bando per l’assunzione di 1052 “assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza”. 

Cosa penso del ministro, dopo poco più di un anno, e cosa della sua ‘riforma’ l’ho già espresso in questa stessa sede:  una riorganizzazione priva di visione, che accentua in maniera spropositata il centralismo ministeriale, attribuisce poteri enormi al segretario generale, scombina i poli museali regionali e, infine, toglie l’autonomia a tre musei e parchi, tra cui il museo etrusco di Villa Giulia, rinato con la gestione effervescente dell’attuale direttore Valentino Nizzo, e il parco dell’Appia, il cui neodirettore, Simone Quilici, era stato appena nominato dallo stesso ministro, negli stessi giorni in cui eliminava il parco: un episodio che da solo denuncia lo stato confusionale che regna al Mibac da oltre un anno!

Un bando per nuovi posti va sempre salutato con grande favore, soprattutto quando si tratta di lavoro nel campo della cultura. Dunque siamo felici e ci congratuliamo con Bonisoli, che si è effettivamente molto impegnato nel recuperare risorse per bandire nuovi posti in un ministero ormai allo stremo, per carenza di personale, in particolare a causa della fuoriuscita di migliaia di persone per il tragico combinato disposto di quota 100 e del pensionamento delle migliaia di dipendenti assunti alla fine degli anni ’70 con la ‘famosa’ (e per più versi nefasta) legge 285 sull’occupazione giovanile. Il ministro ha annunziato in autunno altre 4000 assunzioni: vedremo se ci saranno e di che tipo saranno. Nella scorsa finanziaria erano stati previsti 1000 posti, di cui solo la metà per funzionari tecnico-scientifici, da bandire tra il 2020 e il 2021. Funzionari che si sommeranno ai 1.116 nuovi funzionari assunti con il concorso voluto dal precedente ministro Franceschini, già da tempo attivi in soprintendenze, musei, archivi e biblioteche.

Benvenute, dunque, queste nuove assunzioni anche se rischiano di creare una nuova mega-immissione con conseguente blocco per i prossimi anni, mentre sarebbe necessario finalmente trasformarci in un paese ‘civile e moderno’ anche nel campo dei beni culturali, con un ricambio continuo, permanente, sistematico, come accade, ad esempio, in Francia dove sono previsti concorsi tutti gli anni, con numeri contenuti, ma tutti gli anni, in modo da realizzare una vera programmazione delle esigenze offrendo, al tempo stesso, pari opportunità a tutti i laureati.

Ma torniamo al bando appena pubblicato. Si tratta, dunque, di ‘custodi’, anche se con una denominazione ‘politicamente corretta’. 1051 posti variamente distribuiti tra le regioni (si va dai 2 in Sicilia e 7 in Friuli VG ai 155 in Toscana e 198 nel Lazio). Titolo di accesso: il diploma di scuola media superiore. Facile immaginare le folle dei partecipanti. All’appena ricordato concorso per funzionari bandito nel 2016, inizialmente per 500 posti, si presentarono 20.000 candidati, e il titolo per accedervi era di terzo livello universitario (dottorato di ricerca, scuola di specializzazione, o almeno un master biennale post magistrale). Non appare inverosimile prevedere che al concorso appena bandito quel numero possa ragionevolmente essere moltiplicato per 100 se non per 1000! Con che tempi si procederà dunque alle assunzioni? E con che procedure, quiz, prive scritte e orali? Ma soprattutto, diciamolo francamente: nell’avanzato terzo Millennio, in un museo moderno ha ancora senso la figura del ‘custode’ dipendente a tempo indeterminato? Cioè, quella mitica figura silenziosa (anche se notoriamente i custodi italiani sono alquanto caciaroni), immobile in una sala, un tempo seduta a leggere il giornale o a lavorare a maglia, mentre oggi tutti, prescindendo dal genere, smanettano al cellulare? Sia ben chiaro: ci sono ottime eccezioni, conosco custodi fantastici, vere anime di un museo, che sanno tutto e risolvono ogni problema. Ma sono eccezioni, appunto. La stragrande maggioranza dei custodi ipersindacalizzati ci riporta ai tempi in cui a Pompei erano loro a dettare legge. I tempi in cui un ministro dei beni culturali, democristiano e campano, fece assumere in un solo colpo 150 custodi per l’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere: ancora oggi ne restano varie decine e l’ultima volta che ci sono stato, solo pochi mesi fa, un’anziana signora in pantofole mi ha accompagnato all’uscita in maniera sbrigativa perché doveva chiudere il cancello.

Si dirà: ma oggi la situazione è completamente diversa, al concorso si presenteranno laureati, specializzati e dottori di ricerca. È molto probabile, anzi è sicuro. Ma è profondamente ingiusto: perché si assumeranno per funzioni inferiori persone con titoli elevati, che poi o saranno impropriamente utilizzati per altri ruoli o saranno condannati a una vita lavorativa di frustrazione. Cosa allora sarebbe stato (o sarebbe) giusto fare, secondo chi scrive? Sono ben consapevole delle mille difficoltà burocratiche e dei mille vincoli delle attuali norme, che andrebbero certamente aggiornate, garantendo sempre ovviamente i legittimi e inviolabili diritti dei lavoratori. Ma non per questo mi astengo dall’avanzare proposte che alcuni potrebbero considerare ‘politicamente scorrette’?

Servirebbero veri responsabili dei servizi di fruizione, accoglienza e vigilanza, persone competenti, capaci di dirigere, coordinare e controllare la qualità di questi servizi essenziali per sia i visitatori sia per la tutela del patrimonio. Pochi e qualificati, strutturati in ogni museo-parco. Mentre per il personale sarebbe molto meglio impiegare, con contratti a termine e/o stagionali, giovani studenti o neolaureati. Insomma sarebbe molto meglio attribuire le risorse necessarie ai musei autonomi (che peraltro dispongono anche di proprie risorse derivanti dai biglietti) e ai poli museali, perché possano autonomamente assumere temporaneamente personale a seconda delle proprie esigenze: in maggior numero nei giorni festivi o d’estate o nei momenti che ogni museo sa ben programmare sulla base dei flussi di visitatori, meno in altri periodi di minor bisogno.

Il mio auspicio (quasi un sogno), in realtà, riguarda un accordo strategico tra Mibac e MIUR, al quale avevano lavorato i precedenti Consiglio superiore ‘beni culturali e paesaggistici’ e Consiglio Universitario Nazionale.   

Nel quadro di una stretta collaborazione tra i due ministeri, che – è bene ricordarlo – fino a poco più di quarant’anni costituivano un unico ministero, si potrebbe pensare a forme di lavoro per gli studenti, impiegati a vari livelli in soprintendenze, musei, biblioteche e archivi e altre strutture periferiche del Mibac, ovviamente previa formazione: per i più giovani, quelli delle superiori, prevedendo al posto di quelle inutili attività di ‘alternanza scuola-lavoro’ brevi occasioni di vero lavoro (retribuito), lo stesso per gli studenti dei corsi universitari di primo e secondo livello, e contratti (o borse di studio) per gli specializzandi nelle discipline dei beni culturali, che potrebbero destinare parte della loro formazione in vera attività lavorativa (esattamente come i loro colleghi specializzandi medici negli ospedali). In tal modo si offrirebbe sia una prima occasione di contatto con il mondo del lavoro per gli studenti universitari, professionisti in formazione, e anche una straordinaria azione di educazione al patrimonio per gli studenti più giovani, che faranno poi scelte professionali le più diverse conservando, però, per sempre un rapporto con i luoghi della cultura, che certamente trasferirebbero anche ai loro futuri figli. I giovani porterebbero nei musei energie e competenze nuove (si pensi alle tecnologie), conoscenza delle lingue, capacità relazionali. Una ventata di aria fresca di cui i musei e tutti gli istituti del Mibac hanno ancora molto bisogno.

Ma per realizzare questi e altri obiettivi innovativi servirebbero competenza, capacità di visione strategica, coraggio e anche tempo. Sembra, invece, essere tornati a ministri effimeri (un anno e mezzo è stata effettivamente la durata media dei primi 26 ministri dei BC, con quasi solo l’eccezione di Franceschini ministro per ben quattro anni), capitati lì quasi per caso, che spariscono dall’orizzonte lasciando vaghi ricordi del loro fuggevole passaggio. Sembra insomma essere tornati ai tempi vari Pedini, Vernola, Bono Parrino, Facchiano (“Carneade! Chi era costui?).

Pubblicato in https://www.huffingtonpost.it/entry/custodi-un-bando-non-basta_it_5d4ffeace4b0fc06ace90378?utm_hp_ref=it-blog
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