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L'archeologia che cura

Questo articolo pubblicato sul Venerdì di qualche settimana fa indica la partecipazione allo scavo archeologico come una possibile pratica terapeutica per alcuni soggetti. È di mostrato infatti che il lavoro di gruppo, la sintesi tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la curiosità insita nel lavoro di ricerca sul campo, il rigore e il rispetto di precise regole e procedure e altri aspetti dell'attività archeologica, dalla ricognizione allo scavo, dal trattamento dei materiali a interventi di restauro abbiano effetti positivi su ragazzi, adolescenti e anche su adulti con vari problemi. È questo un altro aspetto del ruolo dell’archeologia nella società italiana, insomma un aspetto dell’Archeologia pubblica. Si tratta di una delle tante possibilità anche per articolare diversamente la professione dell'archeologo. Peccato che in Italia operazioni del genere sarebbero molto difficili se non impossibili: alcuni anni fa una circolare dell'allora direttore generale impediva categoricamente la partecipazione di 'volontari' e di non archeologi, anche sotto il controllo di archeologi professionisti o di professori universitari, sulla base di una lettura strumentale e burocratica della Convenzione de La Valletta del 1992. C'è molto da fare per una via italiana all'Archeologia pubblica.
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