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Le ceneri di Faragola

Un anno fa, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, un drammatico incendio ha colpito l’area archeologica di Faragola, nelle campagne di Ascoli Satriano, distruggendo completamente le strutture delle coperture realizzate tra il 2009 e il 2017 per proteggere e rendere visitabile il sito.

A un anno di distanza, sulla base delle notizie rese note, le indagini non hanno ancora chiarito la natura dell’incendio. Nel frattempo, dopo la messa in sicurezza, sono state installate coperture provvisorie in corrispondenza di alcuni dei vani danneggiati: l’ampia sala con i mosaici policromi delle terme e la cenatio, la lussuosa sala da pranzo, con una pavimentazione in marmo e un elegante stibadium, il divano per banchetto sul quale 1.500 anni fa il ricco padrone della villa si sdraiava con i suoi ospiti. A breve partirà il cantiere di restauro.

Gli scavi condotti dall’Università di Foggia a partire dal 2003 hanno portato alla luce una delle più importanti ville romane dell’Italia meridionale, sviluppatasi in particolare negli anni tra IV e VI secolo d.C., un periodo tradizionalmente considerato di crisi per l’Impero romano, durante il quale l’Apulia conobbe, al contrario, una condizione di floridezza. Dopo la ‘fine della villa’, durante i secoli dell’Alto Medioevo, Faragola fu protagonista di una nuova storia, diversa ma non meno importante. Si diede vita a una grande azienda agricola, una ‘curtis’, quasi certamente appartenente alla corte longobarda di Benevento, con impianti agricoli e artigianali, fornaci, vasche, magazzini e edifici residenziali. Né le varie popolazioni barbariche, né la tremenda guerra tra Goti e Bizantini, né, infine, i Longobardi provocarono la distruzione della villa romana. Al contrario le fiamme appiccate – non si sa ancora se in maniera dolosa o colposa - da una mano che sarebbe offensivo definire barbara (per i Barbari ovviamente!) hanno danneggiato gravemente i resti di oltre mille anni di storia stratificata, tra l’età daunia preromana (VI-V a.C. circa) e l’Altomedioevo (IX d.C.).

Faragola negli anni è diventata un punto di riferimento negli studi. Non esiste al mondo studioso che si occupi di ville tardoantiche o di abitati altomedievali che non conosca questo sito. Grazie alle ricerche, alle tante pubblicazioni e alle relazioni tenute in decine di convegni, questo luogo quasi sperduto delle campagne pugliesi è diventato una pietra miliare dell’archeologia italiana e non solo.

È stato uno dei più grandi cantieri scuola realizzati in Europa. Vi hanno preso parte centinaia di studenti provenienti da numerosi atenei italiani e stranieri. È stato un laboratorio di idee, una fucina di progetti, un terreno di sperimentazione, innovazione e creatività, sul piano della ricerca multi e interdisciplinare e sul versante della valorizzazione, musealizzazione e comunicazione. Faragola è stata anche una grande famiglia, una comunità.

È stata anche una scommessa: non ci si è limitati, infatti, a scavare, studiare, pubblicare, ma, d’intesa tra MiBAC, Regione, Università e Comune, si è attuato un circuito virtuoso tra ricerca, formazione, tutela, valorizzazione e sviluppo locale.

L’incendio ha messo in crisi questo progetto, ma per quanto doloroso e inaccettabile, non deve essere occultato, rimosso o ignorato, ma mostrato e raccontato, perché dimenticare la distruzione sarebbe una parte della distruzione, la più irreparabile forse. Entrerà a far parte della storia del sito, diventerà una fase, la più traumatica, di una vicenda più lunga.

Dopo l’incendio si è subito manifestata una solidarietà nazionale e internazionale. Le istituzioni si sono mobilitate: il MiBAC ha stanziato 500.000 euro per l’emergenza, la Regione ha confermato il finanziamento di 1,6 milioni che si rischiava di perdere, si è anche effettuata una raccolta di fondi da parte della Fondazione Apulia felix con decine di donatori, si sono mobilitate associazioni e scuole. In questi giorni è in corso la maratona #SaveFaragola con visite guidate a vari siti e monumenti di Puglia e di altre regioni e i fondi raccolti saranno destinati al sito. Certo serviranno molte altre risorse, non inferiori a 3-4 milioni per il restauro e la musealizzazione, ma si tratta di segnali positivi, soprattutto per evitare il rischio della perdita di memoria.

Faragola è diventata, infatti, un simbolo. Il simbolo di un patrimonio esposto a rischi inimmaginabili, delle difficoltà di preservare un paesaggio ‘fragile’, in bilico tra la memoria del passato e la violenza del presente. Per alcuni è un simbolo di distruzione, di violenza, di paura. Per altri di sconfitta. Nonostante sia passato già un anno, e forse ancora troppo poco si sia fatto, per noi deve essere un simbolo di reazione, di rinascita, di coraggio. Di resistenza innanzitutto civica, culturale, politica, di un’intera comunità. Il simbolo di un dialogo costruttivo tra le Istituzioni, della tenace volontà di trasformare un disastro immane in un nuovo inizio condiviso. Solo così si potrà forse dare un senso a questa terribile tragedia.


M. Turchiano, G. Volpe, Faragola, la meraviglia deve risorgere, in La Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 6.9.2018, p. 18.


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