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Non si interrompa il ‘miracolo’ di san Gennaro!

L'avevo denominata 'Operazione San Gennaro' nel mio libro Un patrimonio italiano, nel quale illustro vari casi di buona gestione del patrimonio culturale. Ne parlo da anni in tutte le occasioni, presentandolo come un esempio virtuoso, un vero modello da imitare anche altrove. La SAMI-Società degli Archeologi Medievisti Italiani, che ho presieduto fino a pochi mesi fa, ha assegnato il 'Premio Riccardo Francovich' 2016, intitolato al grande archeologo medievista scomparso dieci anni fa, con la seguente motivazione: "per l'appassionata ed efficace opera di promozione culturale e sociale, per la capacità di coinvolgimento della "comunità di patrimonio" del Rione Sanità e per l'innovativa gestione "dal basso" di un importante complesso archeologico".

Si tratta delle Catacombe di Napoli, uno straordinario complesso costituito dalle catacombe di San Gennaro, di San Gaudioso e di San Severo, uno dei più importanti d'Italia.

Ma anche una storia bellissima, che ora potrebbe essere a rischio.

Tutto è cominciato nel settembre del 2001 con l'arrivo, quasi casuale, al Rione Sanità, di don Antonio Loffredo, che ha raccontato la vicenda, sua e dei suoi ragazzi, in un bellissimo e commovente libro, Noi del Rione Sanità. Don Antonio, spaesato dai tanti problemi di quel difficile quartiere che aveva dato i natali a Totò, intuì che l'unica maniera per risvegliarne la coscienza fosse puntare sui ragazzi, sulla formazione e la cultura e sul patrimonio culturale.

In particolare la sua attenzione si rivolse alle catacombe, in gran parte chiuse al pubblico e visitate da poche migliaia di persone. Un patrimonio eccezionale noto quasi solo agli studiosi, un potenziale straordinario per la comunità del Rione.

Com'è noto in Italia le catacombe sono affidate alle cure del Vaticano, per il tramite della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, sulla base del Concordato tra Stato e Chiesa. Don Antonio ingaggiò una vera e propria battaglia, faticosa, irritante, sconfortante, fatta di comunicazioni, richieste di intervento, risposte in incomprensibile burocratese, resistenze. Un carteggio infinito con Curia, Soprintendenze, Ministero dell'Interno, PCAS, ASL Napoli 1 (che addirittura usava la chiesa di San Gennaro come magazzino!), Comune, demanio, francescani e arciconfraternite: un "reticolo di richieste di autorizzazione, nomine di commissioni, assegnazioni di fondi o bandi e appalti che moltiplicavano i partecipanti all'impresa in maniera esponenziale, sprofondando nelle lungaggini e nell'immobilità che ben conosciamo".

Infine, grazie al sostegno del cardinale Sepe, da allora mai venuto meno, si giunse all'affidamento a don Antonio anche della direzione delle catacombe di San Gennaro oltre a quelle di San Gaudioso. Nel 2009 finalmente la PCAS stipulò una convenzione con l'Arcidiocesi di Napoli per la gestione di tutte le catacombe, che fu affidata alla cooperativa 'La Paranza', costituita da giovani del quartiere.

In questi anni, tra lavori di manutenzione straordinaria e ordinaria, interventi per consentire l'accesso anche ai disabili, un innovativo sistema di illuminazione, e grazie anche a progetti e al sostegno della Fondazione Con il Sud, dell'associazione l'Altra Napoli onlus, di vari imprenditori e soprattutto del Rione, con la nascita della Fondazione di partecipazione 'San Gennaro', si è assistito a un vero 'miracolo'.

I ragazzi si sono formati, alcuni hanno ripreso studi interrotti, altri si sono laureati, hanno fatto stages all'estero, appreso le lingue straniere, hanno dato vita a una impresa sociale di successo. Con loro hanno lavorato i ragazzi (alcuni anche con i problemi facilmente immaginabili in un quartiere come la Sanità) dell'Officina dei Talenti, che si sono occupati dei lavori edili, elettrici, idraulici.

I visitatori, che nel 2009 erano circa 8.000, hanno superato quota 104.000 lo scorso anno. Moltissimi sono gli stranieri. Ad oggi questa cifra è stata già abbondantemente superata e si veleggia verso un nuovo successo. Nel frattempo sono nati dei B&B, un'orchestra giovanile, una scuola di vela, uno studio di registrazione, l'attività di doposcuola, una casa editrice e tante altre attività, che consentono a non meno di cinquanta giovani di lavorare con contratti regolari.

Alcuni si sono sposati, hanno avuto figli, tutti stanno costruendo il loro futuro e quello della loro comunità. Il patrimonio culturale ha offerto una chance a ragazzi e ragazze che avrebbero potuto avere un destino ben diverso in un luogo in cui l'unica altra economia fiorente è quella camorristica. Alla 'Paranza dei bambini' raccontata da Saviano si è contrapposta una 'Paranza' di impegno culturale e civile.

La gente del quartiere ha assistito quasi con meraviglia all'arrivo dei turisti, si sono moltiplicate le attività artigianali, i bar, i ristoranti. Si è sviluppata, cioè, un'economia sana, pulita, di cui Napoli e il Sud hanno un estremo bisogno. La Paranza e l'esperimento della Sanità sono diventati un caso di studio e hanno raccolto l'attenzione e il sostegno di tanti studiosi italiani e stranieri.

Il vero miracolo sta soprattutto nella scoperta da parte della gente del quartiere del suo patrimonio. Al Rione Sanità si è andata, cioè, formando quella che la Convezione europea di Faro (colpevolmente non ancora ratificata dal nostro Parlamento) definisce una 'comunità di patrimonio'.

Quel patrimonio che era fino a qualche anno fa ignorato e anche maltrattato dagli stessi abitanti del quartiere, oggi è una vera risorsa, perché i cittadini ne stanno finalmente scoprendo e comprendendo il valore. La tutela diventa così sociale, partecipata, attiva.

Ora tutto questo pare a rischio. La PCAS e il Vaticano vorrebbero – così sembra – rientrare nel pieno possesso dei beni e curarne direttamente la gestione. Pare anche che, in alternativa, si chieda il versamento del 50% delle entrate: una richiesta che ovviamente metterebbe in crisi la sostenibilità dell'attuale gestione.

Si avanzano problemi di tutela: se ci sono, li si affrontino. Non credo che i ragazzi de La Paranza e don Antonio si siano mai opposti alla necessità di garantire la massima tutela e cura del bene. Gli specialisti, i restauratori, le imprese sono indicate dalla PCAS, ed è bene che sia così, perché si tratta di un patrimonio delicato, che richiede alta specializzazione. Ma non si usi, come troppo spesso accade nel nostro Paese, l'argomento della tutela per impedire nuove e più efficaci forme di gestione 'dal basso'. Anche questo episodio è un sintomo del clima controriformistico che si va respirando nel nostro Paese nel campo del patrimonio culturale?

C'è stato nei giorni scorsi un incontro ad altissimi livelli tra i cardinali Sepe e Ravasi e c'è da sperare che da due personalità di così alto profilo religioso, morale e culturale venga la soluzione migliore per continuare a sostenere un progetto pienamente coerente con gli indirizzi di papa Francesco. Un progetto di cui la Chiesa, il Vaticano, la PCAS dovrebbero andare fieri e che andrebbe semmai esportato anche altrove per valorizzare il patrimonio culturale, ecclesiastico e non solo.

Pubblicato in https://www.huffingtonpost.it/giuliano-volpe/non-si-interrompa-il-miracolo-di-san-gennaro_a_23581883/?utm_hp_ref=it-blog
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