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QUANDO FINISCE L’ARCHEOLOGIA? DOVE COMINCIA LA STORIA?

Domanda: l’archeologia è utile o no per indagare i secoli a noi più vicini e addirittura l’oggi, periodi che sono dotati di ben altri sistemi di fonti, in particolare quelle scritte, grafiche, cartografiche, fotografiche, audio-video e, per le fasi più recenti, anche orali? La risposta è certamente sì, soprattutto se consideriamo l’archeologia un metodo, quasi un modo di pensare, prima ancora che una disciplina come le altre che si occupano del passato. Insomma l’archeologia, intesa in senso globale, non può limitarsi all’analisi della documentazione materiale solo di quei periodi per i quali non disponiamo di fonti scritte o ne disponiamo in quantità limitata, ma può e deve estendersi a ogni epoca, semmai valutando di volta in volta la significatività e il potenziale informativo dei dati materiali individuati, analizzati e interpretati per la soluzione di specifici problemi storici. Anche per le epoche più vicine a noi la documentazione archeologica non va considerata subalterna o ridotta ad apporto esornativo o a mera conferma di ciò che già sappiamo o che possiamo conoscere altrimenti. La vera discriminante nell’impiego o meno delle metodologie di ricerca archeologica non può essere cioè di tipo cronologico. Quello scetticismo d’antan. Anche tra gli archeologi c’è chi ha mostrato e mostra non poco scetticismo circa l’utilità dell’archeologia in riferimento ai secoli più vicini a noi. Del resto fino a non molto tempo fa, ad esempio nel campo della tutela, veniva considerato ancora il limite del 476 d.C., tradizionalmente considerato nei manuali il momento di passaggio tra Antichità e Medioevo, come anche il passaggio di consegne nella tutela del patrimonio culturale tra Soprintendenze archeologiche e Soprintendenze ai beni architettonici e artistici. E anche nelle nuove soprintendenze uniche territoriali, introdotte pochi anni fa, non mancano incomprensioni e conflitti tra archeologi, architetti e storici dell’arte. Per una lettura corretta della realtà. Pioniere è stato il Garbage Project, condotto a Tucson in Arizona nel 1973: attraverso lo studio dei bidoni della spazzatura e il confronto con interviste alla popolazione, si studiò il consumo di birra, assunto a modello campione di verifica della validità del metodo archeologico. I risultati dimostrarono una distanza notevole tra le dichiarazioni e i dati oggettivi forniti dai rifiuti: dalle interviste risultò che il 15% degli abitanti avrebbe consumato non più di 8 lattine di birra a settimana e l’85% addirittura nessuna, mentre i cassonetti rivelarono una realtà ben diversa: solo il 25% non aveva fatto consumo di birra, mentre il 21% ne aveva consumata non più di 8 lattine e ben il 54% ne aveva fatto uso ancora maggiore. I dati materiali – i dati archeologici – emersero così con tutta la loro forza documentale. Dati oggettivi: la spazzatura non mente! Dice tutto di noi, del nostro modo di vivere, del nostro contesto socio-economico-culturale. Noi siamo ciò che gettiamo nei cassonetti. Lo dimostrano anche i rifiuti che arrivano dal mare, nel caso, ad esempio, dei migranti approdati a Lampedusa: scarpe, poveri indumenti, giubbetti salvagente, bottiglie di plastica, a volte piene di urina, raccontano storie di disperazione e sofferenza. Di questo e altro abbiamo parlato nell’ultima edizione di “tourismA” al convegno Scavare il presente, la prima occasione rivolta al grande pubblico per dimostrare che l’archeologia non è fatta solo dell’ultima sensazionale scoperta a Pompei di cui parla la tv la domenica e nei giorni di festa. SCAVARE NEL PRESENTE. Il campo di prigionia della seconda guerra mondiale n. 65 ad Altamura (Ba). Veduta da drone di resti di baracche, cucine e latrine nel corso delle ricerche delle università di Bari e Foggia. Il campo fu usato anche come luogo di addestramento dei partigiani iugoslavi e poi come campo profughi. (Foto Maria Potenza - UniBa). Pubblicato in Archeologia Viva, 212. Marzo-Aprile 2022, p. 80.
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