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Reclutamento e futuro delle riforme

La prossima settimana si terrà la prima prova selettiva del concorso MiBACT per 500 posti di funzionario tecnico-scientifico, con varie figure professionali (5 posti per antropologo, 90 per archeologo, 130 per architetto, 95 per archivista, 25 per bibliotecario, 5 per demoantropologo, 30 per promozione e comunicazione, 80 per restauratore, 40 per storico dell’arte). Si tratta di un indubbio successo del ministro Dario Franceschini.

È un concorso importante, atteso da almeno dieci anni, salutato da tutti con consenso, sia pure con la consapevolezza che i 500 nuovi posti non siano sufficienti per colmare gli attuali vuoti e e quelli che si produrranno con gli ormai imminenti pensionamenti di massa. È un concorso importante perché da questa selezione (ancor di più se, come speriamo, il numero complessivo dovesse essere raddoppiato, come ha richiesto il ministro per la prossima legge di stabilità) dipende – a mio parere – molto del successo delle riforme in corso. L’immissione di forze fresche e di competenze nuove è quanto serve per dare slancio a riforme che altrimenti rischierebbero di naufragare per l’oggettiva mancanza dell’energia necessaria per la loro applicazione oltre che per le tante resistenze.

Si tratta, dunque, di una partita decisiva. Com’è noto, sono tra i sostenitori delle riforme Franceschini, le ho difese (e le difendo, mettendoci la faccia), anche quando non vanno esattamente nella direzione da me auspicata, soprattutto nella loro applicazione. Avrei preferito azioni, modalità, tempi diversi. Ma non posso non condividere lo spirito di cambiamento radicale di questo primo reale e forte tentativo di riforma, di cui il nostro Paese aveva e ha assoluto bisogno, dopo anni di inconcludenza e di totale stasi, mentre l’intero sistema dei beni culturali era agonizzante e sembrava destinato a distruzione per consunzione. Serviva una scossa.

Proprio per questo motivo non posso nascondere la mia delusione per le modalità con le quali si sta procedendo nell’organizzazione di questo concorso (molte perplessità sono state più volte espresse anche dal Consiglio Superiore Beni Culturali e Paesaggistici).

È inevitabile che con questi numeri (circa 20.000 concorrenti) non fosse possibile altra soluzione che la prova preselettiva con i quiz. Ma non si può guardare al futuro con strumenti non aggiornati: una maggiore attenzione alla qualità anche di questa prova sarebbe stata necessaria, anche per garantire il successo delle successive prove di valutazione delle competenze tecnico-scientifiche dei candidati. Insomma, si tratta di una prova importante (si prevede che in 3000 la supereranno), da curare con la massima attenzione.

Non entro nel merito delle domande. Già in tanti si sono scatenati nel denunciare incongruenze, errori, banalità. Un bel regalo, servito su piatto d’argento a chi non attendeva altro per attaccare complessivamente le riforme. Che, infatti, non si sono fatti attendere. Ed è difficile non concordare sulla segnalazione degli errori (che pare però siano ‘solo’ 24 su 5000, generati magari da qualche imperdonabile ‘copia e incolla’) e delle tante assurde domande previste. È inoppugnabile, ad esempio, la critica di chi ha sottolineato l’evidente squilibrio tra i vari argomenti, con una netta prevalenza di quiz di ambito storico-artistico rispetto agli altri settori disciplinari, del tutto incoerente con i profili funzionali previsti dal bando.

Insomma, la macchina è partita male, perché la scelta delle domande è importante almeno quanto, se non più delle risposte. Sono state date assicurazioni su una ripulitura del data base, anche sulla base delle tante segnalazioni pervenute dagli stessi candidati. È stata garantita massima cura nell’estrazione dei quiz che saranno effettivamente sottoposti al momento della prova. Si spera, dunque, che si evitino ulteriori errori e gli inevitabili ricorsi.

Ma la questione a mio parere andrebbe posta diversamente. Sono convinto che quello del patrimonio culturale sia un campo nel quale tale tipo di prove non può funzionare. Non è un caso, infatti, che le domande di tipo giuridico siano quelle che pongono meno problemi: la conoscenza di norme, articoli e commi richiede anche uno sforzo mnemonico (anche se poi serve intelligenza nell’interpretazione e nella loro applicazione). Ma quando si passa al campo del patrimonio culturale è evidente che non si possa accettare un’impostazione da bignami e da wikipedia. È questa una maniera di valutazione che mortifica anni di formazione, di studio, di attività sul campo.

Il MiBACT non è (o non dovrebbe essere) un ministero ‘qualsiasi’. Fu pensato come ministero anomalo, prettamente di carattere tecnico-scientifico. Avrebbe bisogno, cioè, di funzionari preparati, capaci di operare sul campo, di attuare una tutela attiva e forme innovative di valorizzazione, di misurarsi con la pianificazione urbana e territoriale, di allestire e gestire musei vitali, di lavorare in squadra con un reale approccio organico e interdisciplinare, di sviluppare le collaborazioni, di coinvolgere le comunità locali e le forze vive della società. Non certo di persone dotate solo di capacità nozionistiche in grado di rispondere in quarantacinque minuti a ottanta domandine (mediamente trenta secondi a quiz), con la ghigliottina di -0,5 punti per una risposta sbagliata e 0 punti per una mancata risposta.

Se non si interviene sulla formazione e sul reclutamento, nessuna riforma potrà avere successo.

Da tempo sostengo l’opportunità di superare definitivamente la prassi dei mega-concorsi banditi ogni 10 anni, con migliaia di candidati, che in passato hanno determinato immissioni di massa, provocando il blocco per intere generazioni e uno scarso controllo sulle qualità individuali.

Sarebbe necessario introdurre un sistema che preveda pochi posti tutti gli anni, sulla base di una seria pianificazione.

La nuova Scuola Nazionale del Patrimonio, di recente istituzione, potrebbe svolgere nel prossimo futuro tale funzione. Sarebbe, infatti, un errore per il MiBACT inseguire il vecchio sogno di dar vita a una propria scuola autonoma, un luogo di élite, riservato a pochi mentre servirebbe un progetto comune tra MiBACT e MIUR, strettamente integrato con il percorso formativo universitario. Oltre alla formazione del personale, questa Scuola dovrebbe costituire lo strumento per un reclutamento di qualità, analogamente a quanto accade in Francia con l’Institut du Patrimoine, attraverso una sorta di corso-concorso.

Questo è un auspicio per il prossimo futuro. Per l’immediato, c’è solo da sperare che l’espletamento delle prossime prove concorsuali si caratterizzi per una qualità maggiore rispetto a quella finora dimostrata.


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