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Rilanciare il "modello siciliano” di tutela dei beni culturali

“Ridare dignità agli archeologi e all’archeologia della Sicilia”, il titolo di un duro documento della Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia

“Ridare dignità agli archeologi e all’archeologia della Sicilia”. Questo il titolo di un duro documento della Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia, un organismo unitario che raccoglie la quasi totalità dei professori universitari di archeologia, presieduto da chi scrive.

È quasi inutile dover ricordare che la Sicilia rappresenta uno dei territori italiani e mondiali con la maggior concentrazione di patrimonio archeologico: lo sanno benissimo i tanti visitatori che restano stupiti visitando Siracusa, la valle dei templi di Agrigento, Selinunte, Segesta, la villa romana del Casale di Piazza Armerina e le molte decine di altri siti, musei, parchi, città a continuità di vita sorte su colonie greche, insediamenti fenici, città romane, e che si sono sviluppate nel corso dei secoli lungo le fasi arabe, normanne, sveve, angioine, aragonesi e giù giù durante tutta l’età moderna fino a oggi.

L’isola è uno straordinario complesso palinsesto di molteplici civiltà che hanno lasciato tracce, ora monumentali ora appena percepibili nello straordinario paesaggio siciliano, della loro presenza, fin dalla preistoria più remota, con un patrimonio archeologico diffuso ancora in gran parte da conoscere e soprattutto da tutelare, valorizzare e gestire. La Sicilia è un contesto unitario e composito, stratificato e complesso, prodotto dall’intreccio tra cultura e natura, tra uomini e ambiente, nel quale ogni elemento acquista ancor più rilevanza nelle relazioni che intrattiene con gli altri. 

C’è stato un lungo momento, a partire dagli Settanta del Novecento, in cui la Sicilia, che, com’è noto, è dotata di piena autonomia nel campo del patrimonio culturale, ha conosciuto una fase espansiva e anche sperimentale nella tutela, anche per far fronte a drammatici tentativi speculativi e distruttivi, grazie all’azione di soprintendenti, funzionari, professori, professionisti di grande qualità, a un associazionismo attivo e anche a pezzi della politica più sensibili e lungimiranti. La Sicilia, infatti, ha per primo sperimentato il modello delle soprintendenze uniche territoriali e dei parchi archeologici autonomi, poi adottato nel resto d’Italia con le riforme del ministro Dario Franceschini.

Negli ultimi anni, al contrario, la situazione è andata progressivamente peggiorando, con una presenza sempre più invasiva della peggiore politica locale (intesa come clientelismo, favoritismo, mortificazione delle competenze, limitazione dell’autonomia tecnico-scientifica, collusioni con la speculazione), che ha portato anche a situazioni paradossali in termini prima di assunzioni e promozioni interne (alcuni anni fa in Sicilia c’erano più dirigenti che al Ministero dei beni culturali!), e poi blocchi nel reclutamento fino all’attuale situazione di drammatica carenza di personale tecnico-scientifico.

Tanto che da più parti, in Sicilia e non solo, si auspica addirittura la fine dell’esperienza autonomistica nel campo dei beni culturali con un ritorno delle competenze allo Stato. Una sorta di surroga a fronte di una sempre più evidente incapacità di tutelare e valorizzare il patrimonio culturale dell’isola. Peraltro la questione non riguarda solo l’archeologia e il patrimonio culturale, ma anche in generale il paesaggio, il territorio, le città, le coste: basti pensare alle varie leggi urbanistiche, che hanno più volte tentato di riaprire i rubinetti del cemento e dalla speculazione, provvidenzialmente bocciate a livello centrale statale. Sarebbe un vero smacco per una realtà regionale così importante. 

Impressionante è la girandola di assessori degli ultimi anni, tra personaggi improbabili, per lo più del tutto impreparati, star della cultura e della scienza passate come meteore (come Antonino Zichichi o Vittorio Sgarbi) e anche, più raramente, personalità qualificate, come Mariarita Sgarlata e Sebastiano Tusa, purtroppo entrambi scomparsi precocemente.

Del Consiglio regionale dei beni culturali, cioè di quello che dovrebbe essere l’organo di indirizzo e consiglio (del quale ho fatto parte per pochi anni, assistendo al rapido passaggio di non meno di tre-quattro assessori, senza che fosse mai convocato, tranne in un caso, appunto per iniziativa di Tusa), si sono perse le tracce da tempo.

Recentemente un gruppo di intellettuali ha lanciato l’idea di un “Manifesto dei diritti e doveri culturali”: perché, in tutto questo, il reale diritto al patrimonio culturale non è affatto garantito ai siciliani innanzitutto, oltre che ai visitatori che giungono da tutto il mondo.

In una fase di rinascita dell’Italia, la Sicilia non può essere abbandonata. Anche nell’isola giungeranno ingenti risorse: è un’occasione da non sprecare. Servirebbe un impegno collettivo, comune, dell’intero Paese. L’articolo 9 della Costituzione attribuisce alla Repubblica nel suo insieme (cioè non solo tutte le istituzioni pubbliche ma anche e soprattutto la res publica intesa come l’intera comunità degli Italiani) la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. E non precisa: Sicilia esclusa!

Riporto a seguire integramente il testo del documento:

La Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia, un organismo unitario che raccoglie la quasi totalità dei professori universitari di archeologia (Consulte universitarie di: Preistoria e protostoria; Archeologia del mondo classico; Archeologie Postclassiche; Numismatica; Studi sull’Asia e sull′Africa; Antropologia), sta seguendo con viva preoccupazione la sempre più difficile situazione dell’archeologia in Sicilia.

Sta per essere varata dal Governo regionale della Sicilia l’ennesima “rimodulazione” degli uffici della pubblica amministrazione, che avrà gravissime conseguenze sul sistema di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale siciliano. Formalmente per adeguarsi ai termini dell’accordo Stato-Regione sulla spalmatura del debito siciliano, che prevede un significativo taglio delle postazioni dirigenziali, il Governo regionale porta a compimento un processo, iniziato da più di un decennio, di eradicazione degli archeologi e dell’archeologia dal sistema siciliano dei beni culturali. Non viene tagliato il numero, in realtà modellato su quello dei dirigenti attualmente in servizio, ma vengono tagliate le sezioni di Soprintendenze e Parchi, modificando di fatto, con un provvedimento amministrativo, le leggi con le quali è stato creato il sistema siciliano di tutela e valorizzazione. Infatti, le sezioni tecnico- scientifiche previste per legge (la L.r. 80/77 tuttora vigente all’art 12 prevede che debbano essere cinque: ambientale, archeologica, architettonico-urbanistica, storico-artistica e bibliografica), vengono accorpate in due sole mega unità operative, che assommeranno, in maniera assai discutibile, l’una le competenze sui beni architettonici, storico-artistici, paesaggistici e demoetnoantropologici, l’altra quelle sui beni archeologici, archivistici e bibliografici.

I parchi archeologici, a esclusione dei maggiori (Agrigento, Taormina, Piazza Armerina, Siracusa), avranno al loro interno un’unica unità operativa, che dovrebbe assolvere a tutti i compiti dell’istituto: gestione del personale, contenzioso, gare e contratti, contabilità, ufficiale rogante, ricerca scientifica, fruizione, valorizzazione, gestione dei siti dipendenti, manutenzione e restauro. Scompare dunque la distinzione tra ruoli amministrativi e ruoli tecnico-scientifici, accorpati in un unico ufficio e sotto un’unica responsabilità che sarà affidata ad un dirigente generico che potrebbe non avere alcuna attinenza con i beni culturali. Nel parco di Agrigento, il primo ad essere istituito in Italia, scompare l’unità operativa “beni archeologici”, per essere sostituita da un’unica sezione tra i cui compiti non sono compresi quelli della ricerca archeologica, della comunicazione, della didattica, compiti principali del Parco secondo la legge che lo ha istituito. 

È evidente che con questa “rimodulazione” si perseguono in realtà due obiettivi fondamentali:

  1. Eliminare alla radice lo scandalo delle unità tecnico-scientifiche affidate a dirigenti non dotati dei requisiti previsti dalla normativa regionale e nazionale, semplicemente eliminando le unità tecnico-scientifiche;
  2. Rimuovere dal sistema una figura professionale ritenuta scomoda, quella dell’archeologo, il cui intervento si ritiene pregiudizialmente rallenti l’iter dei lavori pubblici, blocchi l’iniziativa privata, richieda alle iniziative di valorizzazione standard scientifici troppo elevati per poter essere rispettati.

Nella regione con uno dei patrimoni archeologici più ricchi e complessi del Paese, sono archeologi soltanto 4 su 14 direttori di Parchi archeologici; solo una sezione archeologica di soprintendenza ha un responsabile archeologo; neanche uno dei soprintendenti siciliani è archeologo. Stupisce poi l’affermazione del Presidente della Regione, secondo cui gli archeologi non debbano dirigere i Parchi archeologici, diversamente da quanto accade nel resto d’Italia.

Peraltro il sistema, per come si è configurato attualmente, non sembra brilli per efficienza: lunghissimi i tempi di risposta all’utenza, solo l’8% la percentuale di fondi europei spesi dall’Assessorato Beni Culturali.

La Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia chiede con forza di rendere omogenea l’organizzazione dell’Assessorato Regionale Beni Culturali a quella del corrispondente Ministero, affidando ai funzionari archeologi, già in servizio nell’amministrazione, la responsabilità delle sezioni tecnico-scientifiche, ottenendo così di riportare alla legittimità e alla legalità gli organi di tutela e di valorizzazione, nell’ambito di un piano realmente finalizzato alla riduzione delle postazioni dirigenziali , a un vero risparmio di spesa e a ridare efficienza al sistema. Soltanto una vera riorganizzazione fondata sulla valorizzazione delle competenze e su una effettiva razionalizzazione può, inoltre, aprire le porte all’immissione nei ruoli dell’Assessorato regionale di giovani professionisti dei beni culturali, ai quali oggi non viene offerta nessuna chance nell’isola. 

Come docenti di archeologia non possiamo non denunciare dunque le la evidente sottovalutazione della figura dell’archeologo e le minacce alla tutela del patrimonio archeologico che provengono dalla mancanza di competenze professionali di chi ha la responsabilità di garantire che la tutela sia effettivamente realizzata; l’incapacità di accedere ai fondi che potrebbero permettere importanti interventi di ricerca, conservazione e valorizzazione per la scarsa conoscenza del patrimonio e dei suoi bisogni da parte di chi dovrebbe progettare gli interventi; la mancanza di opportunità offerte in Sicilia ai giovani professionisti per l’impossibilità di indire concorsi nell’attuale situazione di caos organizzativo e per la carenza di progetti di ricerca, comunicazione, didattica promossi dall’Assessorato. Si chiede, infine, che fine abbia fatto il Consiglio Regionale dei Beni Culturali, organismo tecnico-scientifico prezioso per indirizzare le scelte dell’Assessorato.

Ci rivolgiamo dunque al Presidente della Regione e all’Assessore per i Beni Culturali perché vogliano invertire la rotta, bloccando in primo luogo la “rimodulazione” e procedendo a una vera e razionale riorganizzazione, per fermare la crisi, al contrario, rilanciando il “modello siciliano” di tutela e valorizzazione dei beni culturali, contribuendo ad arginare l’emorragia dall’isola di giovani con alta formazione e ancora ricchi di energie da mettere a disposizione del patrimonio culturale siciliano.

Pubblicato in Guffington Posto 11.10.2021 https://www.huffingtonpost.it/entry/rilanciare-il-modello-siciliano-di-tutela-e-valorizzazione-dei-beni-culturali_it_61640868e4b024dc5282d770
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