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Una riflessione 'a caldo' tra amarezze, delusioni e determinazione ad andare avanti

Lo so bene che nei momenti di dolore, di sconforto, di rabbia, non si dovrebbero fare valutazioni e bilanci, che necessitano di calma, di riflessione, di pacatezza. Ma in un momento come questo ci sono dei dati che non posso non considerare.

Studio la Daunia da quasi 40 anni; le ho dedicato una tesi di laurea, due tesi di dottorato, centinaia di pubblicazioni. Da 17 anni sono docente all'Università di Foggia, dove sono venuto proprio per poter lavorare ancor più a diretto contatto con il territorio studiato. Da 14 anni vivo a Foggia. Ora che ci penso, l'inizio degli scavi di Faragola nell'estate del 2003 coincide con il mio trasferimento, con casa e famiglia, a Foggia. Ho effettuato tanti scavi. Che mi hanno dato enormi soddisfazioni sotto il profilo scientifico e che sono - lasciatemelo dire senza presunzione - molto noti e apprezzati dalla comunità scientifica nazionale e internazionale. Ho sempre creduto fortemente nello stretto legame ricerca-formazione-tutela-valorizzazione-comunicazione-fruizione. Un’unica filiera complessa, da curare in tutte le sue parti. Se, però, ci rifletto a caldo, oggi, a mo’ di bilancio, mi sembra che per le componenti ricerca-formazione (nonostante la grave ferita provocata dalla chiusura del corso di laurea di archeologia e del dottorato di storia e archeologia dei paesaggi) è sostanzialmente positivo: la nostra collana è al trentesimo volume, la nostra équipe ha pubblicato molte centinaia di lavori ed è impegnata in tanti progetti nazionali e internazionali (basti pensare ai 5 PRIN vinti con coordinamento nazionale negli ultimi 15 anni!), la valutazione fatta per la VQR-Valutazione della Qualità della Ricerca ci ha collocato in entrambe le procedure finora fatte ai primi posti in Italia; inoltre è proprio sui nostri cantieri di scavo e di ricognizione che si è formata la nostra équipe, con intere generazioni di archeologi, a Herdonia prima, a Canosa poi, e infine a Faragola e in tanti altri scavi in Italia e all’estero. Anche i nostri studenti e allievi più giovani stanno riscuotendo successi.

Al contrario il bilancio per le fasi relative a tutela-valorizzazione-comunicazione-fruizione della filiera è alquanto deludente. La villa romana di Agnuli a Mattinata, uno dei miei primi scavi in Daunia (peraltro ancora ampiamente da completare), voluto dall'indimenticata e indimenticabile Marina Mazzei, è in condizioni penose, pur essendo in un'area molto turistica, nei pressi del porto. Herdonia, dove ho scavato per un decennio con Joseph Mertens è ancora in parte in proprietà privata (la parte scavata), pur essendo finalmente acquisita tutta la parte non scavata, ma è in uno stato di sostanziale abbandono (eppure trovammo un finanziamento della Fondazone CRP per realizzare un percorso di visita e poi ottenemmo un cospicuo finanziamento regionale, mai utilizzato per l'area archeologica) e anche il Museo civico, ora finalmente in parte allestito, è ancora quasi sempre chiuso e privo di una vera gestione e va completato. San Giusto, poi, è sott'acqua e i suoi mosaici asportati nel 1998 attendono ancora di essere esposti, peraltro sotto un'orrenda tettoia, e il nostro coinvolgimento nelle fasi di musealizzazione è stato finora inesistente (eppure organizzammo una bella mostra nel 1998 e anche i fondi regionali con cui si sono fatti i lavori di restauro e allestimento furono ottenuti grazie ad una mia richiesta tanti anni fa), anche se l'amica soprintendente Bonomi mi ha da poco comunicato che vorrebbe la nostra collaborazione. Gli scavi di San Pietro a Canosa (dove abbiamo trovato una grande chiesa con la tomba di San Sabino) sono in abbandono, ancora in proprietà privata, e quelli della cattedrale paleocristiana di Santa Maria, peraltro ancora da completare, sono in condizioni ‘difficili’, non visibili, anche se in zona demaniale. E poi anche altri scavi importanti della nostra équipe, come quello a Montecorvino, straordinario sito medievale di altura abbandonato, ancora in proprietà privata, con una torre in equilibrio instabile sempre a rischio crollo.

Faragola rappresentava (e spero possa continuare a rappresentare) l'unico caso in cui mi sembrava possibile chiudere la filiera. Ci siamo impegnati nel cercare i fondi e abbiamo lavorato al progettazione di una soluzione innovativa di musealizzazione in situ, da molti presa a modello. Il primo lotto dei lavori fu realizzato dall'Università di Foggia quando ero rettore, e fui anche RUP di quel progetto. Poi arrivarono i fondi ARCUS, da me molto sollecitati, e infine quelli del MiBACT-Regione Puglia per completare il progetto di sistemazione dell’area, che avremmo voluto inaugurare a breve. Da anni pongo il problema della gestione del sito. Il rogo del 6-7 settembre manda in fumo il nostro lavoro.

Dove ho/abbiamo sbagliato? Sfortuna? Incapacità?

In questi momenti mi tornano in mente le parole del prof. Mertens, quando mi diceva a proposito di Herdonia, che vedeva sempre più degradata: "ho fatto un errore! avrei dovuto rimettere tutto sotto terra a scavo finito".

Chissà, forse hanno ragione tanti colleghi che effettuano ottimi scavi e preferiscono ricoprire alla fine, sia per garantire protezione alle strutture, sia anche per non porsi il problema complicato della valorizzazione del sito.

Sia ben chiaro: ricoprire è assolutamente giusto e corretto dal punto di vista metodologico quando non ci sono le condizioni per valorizzare. Un grave errore lasciare ‘buchi’ aperti, in città e campagna, che rischiano di diventare ricettacolo di spazzatura e di degrado. Ma a Faragola sembrava che ci fossero tutte le condizioni: un sito eccezionale, con buone-ottime condizioni di conservazione delle strutture archeologiche, un’area pubblica, vicina ad una strada, facilmente raggiungibile.

Ma la domanda è: ci sono le condizioni? Le condizioni ‘ideali’ prevedono anche che ci sia un progetto di gestione, affidabile, sostenibile, di qualità, con personale qualificato. Ma dove, in quali musei e siti archeologici, ci sono tali condizioni? Forse bisognerebbe accettare questo dato: non ci sono ancora le condizioni per realizzare un parco archeologico. E non parlo solo dei rischi di danneggiamenti dolosi, di ladri, delinquenti, balordi. Ma anche dell'incuria, del disinteresse, del degrado diffuso, oppure anche della scarsa professionalità con cui si affrontano questi temi, del provincialismo, della grettezza, dell'incapacità di creare rete tra diverse realtà museali, dell’incapacità di avere una visione più ampia e lungimirante da parte di tanti amministratori.

Cosa fare allora? Limitarsi a studiare e a pubblicare, comunicando i risultati alla comunità scientifica ma non alla comunità locale, ai cittadini, ai bambini? Possiamo pensare che sia meglio ricoprire i nostri scavi in attesa di tempi migliori, di un futuro, cioè, in cui si possa valorizzare il nostro patrimonio? Un futuro assai lontano, nel quale non ci saremo. No, non riesco a rassegnarmi. Come possiamo rassegnarci a questo noi che crediamo nell’archeologia pubblica, nella democratizzazione della cultura, nella partecipazione attiva dei cittadini, nei principi della Convenzione europea sul valore del patrimonio culturale? Noi che crediamo sulla possibilità di dare un contributo ad uno sviluppo sostenibile, ad un’economia sana, ad un turismo di qualità, alla creazione di lavoro per i nostri studenti e laureati e non solo.

Resto convinto che sia possibile, che debba essere possibile riuscirci, o che almeno dobbiamo continuare a provarci. A Faragola siamo arrivati all'ultimo giro prima della meta. Ora siamo caduti per colpa di un orrendo, violento, sgambetto, e la nostra penalizzazione ci condanna a riprendere la corsa quasi dall'inizio, con l'aggravante essere feriti, azzoppati, arrabbiati, delusi. Non c’è, però, bisogno di ricorrere al noto detto confuciano (La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta) per affermare che vale la pena ripartire, riprovarci. Sono certo che tutti gli archeologi, gli architetti, i restauratori, i comunicatori sapranno reagire, soprattutto se la loro reazione non sarà isolata, ma sarà la reazione di tutti, di chi vuole un Sud e una Italia della cultura e della legalità.


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