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Beni culturali, un emendamento al giorno. Adesso si sfascia il sistema di formazione dei restauratori
'ANGOLO DEI BLOGGER. Un nuovo emendamento al DDL sulla semplificazione, presentato da esponenti della Lega, riapre la disciplina transitoria per l’accesso alla qualifica di Restauratore dei Beni Culturali, mettendo in discussione vent’anni di costruzione di un sistema formativo rigoroso e universitario. Associazioni professionali, università e istituti di eccellenza si oppongono con forza, denunciando il pericolo di una “transizione infinita” che favorisce improvvisazione e abbassa gli standard di tutela del patrimonio
Un emendamento al giorno toglie la tutela di torno. Questo si potrebbe pensare considerando la fila di emendamenti che i partiti di governo stanno presentando alla legge finanziaria per introdurre misure che minano la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico del Paese. Dopo la riapertura del condono edilizio e il tentativo di neutralizzare l’archeologia preventiva - annullato perché dichiarato inammissibile ma ancora a rischio per via del ricorso e di un possibile nuovo emendamento -, ora ci si accanisce contro il restauro.
Un emendamento (n. 14.07) al DDL 1184 “Disposizioni per la semplificazione e la digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e di servizi a favore dei cittadini e delle imprese”, presentato dai Senatori Romeo, Piovani, Spelgatti e Tosato della Lega e accolto dalla Commissione Affari Costituzionali, propone la riapertura della disciplina transitoria (con l’inserimento dell’art. 182 bis al Codice dei Beni culturali e del paesaggio) per l’accesso alla qualifica di Restauratore dei Beni Culturali.
Di cosa si tratta, al di là degli incomprensibili tecnicismi?
Si tratta della riapertura dei termini per poter essere riconosciuto nel ruolo di restauratore, che si basa su un articolo del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (art. 29, comma 9, Dlgs 42/2004), che prevede anche una norma transitoria (art. 182), che ora la Lega chiede di modificare.
Il Codice definisce puntualmente cosa si intende per restauro (un campo nel quale l’Italia ha sempre avuto un ruolo di assoluta eccellenza internazionale) e prevede che l'insegnamento del restauro sia impartito da scuole di alta formazione. Su questa base sono nati in Italia i corsi universitari quinquennali (laurea magistrale a ciclo unico) il cui esame finale è anche abilitante per svolgere la professione di restauratore . Dopo procedure assai complesse si è giunti alla qualificazione di oltre 6.000 professionisti e all'istituzione dell'Elenco unico nazionale dei restauratori presso il Ministero della Cultura.
A oltre vent’anni dall’emanazione del Codice del 2004, finalmente si sta per giungere definitivamente al sistema di accesso alla professione di restauratore attraverso le sole lauree quinquennali abilitanti. Finalmente una procedura chiara, definita, qualificata, senza sotterfugi. L’emendamento leghista rimette tutto in discussione, riaprendo la disciplina transitoria, che addirittura si dovrebbe concludere entro il 30 giugno 2028: si arriverebbe così a ben ventiquattro anni di transizione! È la stessa logica del condono permanente o della pace fiscale senza fine, che premia speculatori, abusivi ed evasori.
Tutto questo mentre sono ormai attivi da anni i corsi universitari che laureano i restauratori, dopo ben cinque anni di formazione. Che senso ha allora questa operazione? Quali obiettivi ha? Che bisogno c’è della riapertura dei termini, visto che sono già quasi 8000 i restauratori abilitati e iscritti negli elenchi del MiC? Il rischio, che questo emendamento prefigura, è che la riapertura dei termini consenta a tanti operatori, in particolare nel campo dell’edilizia, privi di formazione teorica e metodologica, pur con una certa esperienza di cantiere, di accedere al ruolo di restauratore dei beni culturali.
È bene precisare che, come sottolinea la ARI - Associazione dei restauratori d’Italia in un duro documento di protesta, «la qualifica di Restauratore di Beni Culturali non è una semplice abilitazione professionale, ma una garanzia di competenza e responsabilità nella conservazione del patrimonio culturale del Paese».
Per realizzare un buon restauro non basta disporre di esperienza (pur ovviamente necessaria), ma serve avere una solida formazione teorica, metodologica, storica, culturale, scientifica, conoscere le tendenze internazionali, approfondire le nuove metodiche, sperimentare nuovi materiali. Non è, cioè, un lavoro per praticoni. Chi si farebbe operare o curare da un “santone” privo di una formazione accademica adeguata e di una alta specializzazione? Perché allora mettere il patrimonio culturale nelle mani di chi avrà pure alle sue spalle un certo numero di cantieri ma non ha mai studiato le teorie e i metodi del restauro e magari non sa nemmeno chi siano Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e Giovanni Urbani?
In Italia, presso il MiC, sono attivi da decenni istituti di altissimo livello, come l’Istituto Centrale del Restauro a Roma, con una sede decentrata a Matera, e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, apprezzati internazionalmente. Si dispone ora di vari corsi universitari di ottimo profilo, che finalmente, dopo una lunga fase di avvio, hanno consolidato i percorsi formativi, anche con importanti attività di cantieri scuola, oltre che in aula e in laboratorio.
«Il percorso formativo del Restauratore di Beni Culturali italiano è tra i più rigorosi e qualificanti in ambito europeo – è sempre il documento della ARI giustamente a sottolinearlo -. La laurea magistrale quinquennale abilitante (classe LMR/02) prevede 300 CFU, di cui 1500 ore di tirocinio pratico, una formazione multidisciplinare che integra conoscenze scientifiche, storiche, tecniche e artistiche ed una specializzazione per PFP (Percorso Formativo Professionalizzante) che dà luogo al riconoscimento di specifici settori di abilitazione.
Il DM 87/2009 ha consolidato questo modello, rendendolo un riferimento internazionale per la qualità della formazione nel settore del restauro»
Anche il Comitato Nazionale per le Lauree Magistrali a ciclo unico in Conservazione e Restauro ha espresso la propria contrarietà. Le Università (di Bari, Bologna, Cagliari, Calabria, Palermo, Pavia, Roma Tor Vergata, Suor Orsola Benincasa di Napoli, Torino, Tuscia, Urbino) sostengono unanimemente la lettera aperta dell’ARI e chiedono a entrambi i Ministeri (MUR e MiC) «un intervento immediato per bloccare questa azione e per tutelare il sistema di formazione e di qualificazione in questo ambito, eccellenza riconosciuta a livello nazionale e internazionale».
La riapertura della fase transitoria mette a rischio il principio secondo cui solo professionisti altamente qualificati possono intervenire sui beni culturali. Ancora una volta si tenta di «abbassare la soglia di competenza e minacciare sia la solidità del sistema universitario sia la credibilità della professione, vanificando gli sforzi compiuti negli ultimi vent’anni per costruire un sistema coerente e di eccellenza».
Quousque tandem abutere, Lega, patientia nostra? Cioè la pazienza di chi studia, tutela, cura, protegge, valorizza, gestisce il patrimonio culturale italiano. E dei tanti cittadini che riconoscono nel patrimonio culturale uno dei principali valori del nostro Paese.
Ancora una volta ci appelliamo al Ministro Alessandro Giuli perché faccia sentire la sua voce, anche pubblicamente, e blocchi questo ennesimo tentativo di colpire, da parte dei partiti della stessa sua maggioranza, il Ministero della Cultura, i professionisti della cultura e il patrimonio culturale della Nazione.
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