Sono oltre ottocento i dirigenti, funzionari, collaboratori che con documento fermo, propositivo, nient’affatto polemico, fanno sentire la propria voce in difesa della popolazione di Gaza e del patrimonio culturale della Palestina. Si rifiutano giustamente di essere «percepiti come burocrati o custodi di una Bellezza astratta e fuori dal tempo, quando non intrattenitori di un pubblico di visitatori e turisti» e, rinnovando una gloriosa e mai sopita tradizione, che ha sempre visto gli specialisti del patrimonio culturale in prima linea nelle battaglie civili, sociali, politiche, ambientali, per fare della cultura uno strumento di pace e di crescita umana e non di guerra e di oppressione, hanno rifiutato l’afasia e si sono esposti, mettendoci la faccia.

Si rivolgono così direttamente al Governo, in primis quindi al ministro Giuli e alla presidente Meloni, perché si esca da un generico appello alla pace e a quello che ormai appare solo uno slogan (“due popoli e due stati”), abbandonando posizioni ambigue e procedendo con il riconoscimento dello Stato palestinese, il congelamento dei «trattati politici e, soprattutto, commerciali con lo Stato di Israele e che questo sia sottoposto a sanzioni; che siano immediatamente sospese le forniture di armamenti e prodotti dual use e che sia interrotto ogni supporto logistico alle sue operazioni militari». Chiedono, inoltre, che il nostro Ministero della Cultura si impegni direttamente: «chiediamo dunque che nei nostri Istituti siano promosse iniziative di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e di sensibilizzazione rispetto agli eventi in corso».

Non si può che essere d’accordo con gli estensori e i firmatari del documento, orgogliosi di questa prova di nuovo impegno civile e culturale del personale del MiC. Che senso ha, infatti, avere 60 siti UNESCO se poi l’Italia non fa sentire la propria voce forte, grazie anche a questo primato, per fare del patrimonio culturale un elemento di pace e convivenza civile e non una clava con cui colpire il nemico?

Nel corso dei conflitti bellici il patrimonio culturale ha sempre avuto un ruolo strategico: distruggere il patrimonio del nemico ha sempre avuto l’obiettivo di annientarne la memoria. Si sono giustificate invasioni e annessioni territoriali richiamando presunte identità e radici storiche, strumentalizzando il patrimonio culturale. La stessa Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul Valore del patrimonio culturale per la società (Faro 2005), che – bisogna ricordarlo – il Parlamento Italiano ha ratificato nel 2020 ed è quindi legge della Repubblica, è stata elaborata a seguito del conflitto esploso nei Balcani negli anni Novanta del secolo scorso: l’archeologia e la storia furono, anche in tale occasione, strumentalizzate per alimentare le narrazioni nazionaliste, utilizzando addirittura scavi e monumenti per affermare la presunta autoctonia di un gruppo etnico rispetto agli altri. Un esempio tragico è rappresentato dalla distruzione del ponte di Mostar (Patrimonio UNESCO), simbolo del passaggio fra oriente e occidente: un’operazione non solo militare, ma anche ideologica, finalizzata alla cancellazione della memoria multiculturale. Sono trascorse quasi due decadi, il mondo è nel frattempo molto cambiato, ma con le due guerre esplose alle porte dell’Europa, la Convenzione di Faro acquisisce oggi un’impensabile attualità.

Anche nel lungo e sempre più tragico conflitto tra Israele e Palestina, l’archeologia (insieme alle Sacre scritture) è usata come strumento politico e identitario sin dalla nascita dello Stato di Israele. Sono stati effettuati anche scavi per dimostrare la continuità storica del popolo ebraico sulla terra di Israele, rafforzando rivendicazioni territoriali e religiose. Emblematico è il caso delle ricerche a Gerusalemme Est e sulla Spianata delle Moschee, che hanno spesso visto un intreccio tra indagine scientifica e rivendicazioni religiose e politiche. Anche recentemente in Cisgiordania l’archeologia è stata usata come uno strumento di guerra, come ha dimostrato recentemente sul Venerdì di Repubblica Michele Gravino: una mozione della Knesset afferma che «lo Stato di Israele ha un diritto naturale, storico e legale sull'intera Terra di Israele, patria ancestrale del popolo ebraico". Come ha denunciato l’inviata di guerra Francesca Caferri, il sito di Sebastia, cittadina palestinese vicino a Nablus, è stato di recente acquisito dal governo israeliano, che ne impedisce ora il controllo dell'Autorità palestinese, per avviare una grande campagna di scavi che punta a portare alla luce i resti risalenti al regno israelita, trascurando se non distruggendo tutte le fasi successive e così giustificare l’occupazione.

Il nome di Gaza è per gli archeologi legato a un tipo di anfora commerciale prodotta in età tardoantica e ai rapporti commerciali con tutto il Mediterraneo. Oggi è invece legata a un’immagine di morte e di fame. Risulta, quindi, ancor più urgente applicare i principi della Convenzione di Faro, che considera, al contrario, il patrimonio culturale uno strumento di pace, di dialogo e di incontro, oltre le appartenenze, nella convinzione della «fondatezza dei principi di quelle politiche per il patrimonio culturale e delle iniziative educative che trattano equamente tutti i patrimoni culturali, promuovendo così il dialogo fra le culture e le religioni» e del «ruolo del patrimonio culturale nella costruzione di una società pacifica e democratica, nei processi di sviluppo sostenibile e nella promozione della diversità culturale».

È quello che i colleghi del Ministero della Cultura con il loro coraggioso appello ci invitano a fare. Ecco il testo del documento:

«Le lavoratrici e i lavoratori del Ministero della Cultura firmatari di questo documento manifestano la propria ferma condanna rispetto al genocidio messo in atto da Israele a Gaza e in Cisgiordania, ed esprimono piena solidarietà nei confronti della martoriata popolazione palestinese. L’opinione pubblica è ormai in larghissima parte consapevole delle ingiustificabili violenze ai danni dei civili che vengono perpetrate da quasi due anni: le centinaia di migliaia di persone scese in piazza in decine di città italiane in occasione dello sciopero generale del 22 settembre scorso lo hanno dimostrato in modo inequivocabile, smentendo la rozza e offensiva equiparazione con l’antisemitismo di ogni forma di manifestazione di dissenso rispetto alle politiche di Israele. Di fronte a questa formidabile mobilitazione dal basso appare sempre più urgente una presa di posizione sui luoghi di lavoro che dia spazio a manifestazioni di dissenso, come lo sciopero, capaci di incidere sull’andamento politico ed economico del Paese. Auspichiamo dunque che la piena convergenza in questo senso di tutte le sigle sindacali possa essere considerata un punto fermo. Ma soprattutto sembra necessario che gli amministratori locali e i rappresentanti del Governo superino le imbarazzate esortazioni alla pace e le generiche dichiarazioni di intenti espresse fino ad ora e adottino tempestivamente misure concrete, volte a isolare Israele sul piano militare, economico, diplomatico e politico. Chiediamo che l’Italia si allinei alla stragrande maggioranza dei Paesi mondiali riconoscendo lo Stato di Palestina; che tenga conto dei pronunciamenti e delle risoluzioni dell’ONU e delle richieste della Corte Penale Internazionale in merito alle violazioni del diritto internazionale e ai crimini di guerra imputabili a Israele e ai rappresentanti del suo Governo; che vengano congelati i trattati politici e, soprattutto, commerciali con lo Stato di Israele e che questo sia sottoposto a sanzioni; che siano immediatamente sospese le forniture di armamenti e prodotti dual use e che sia interrotto ogni supporto logistico alle sue operazioni militari. Chiediamo che siano intensificate e non ostacolate le iniziative volte a garantire vie di uscita da Gaza, al momento limitate a malati gravi e gravissimi, attraverso ogni strumento a carattere culturale, quali il conferimento di borse di studio a studenti universitari gazawi o forme di gemellaggio. Chiediamo che nei confronti della missione della Global Sumud Flotilla il Governo si attivi in maniera determinata per consentire la creazione di un corridoio umanitario, quanto mai urgente in questa fase, e per fornire supporto immediato al fine di garantire la sicurezza di tutti i partecipanti e il rispetto del diritto internazionale e del diritto della navigazione. Respingiamo ogni tentativo di presentare l’iniziativa della Flotilla come un’operazione avventata o, peggio, come un attacco diretto al nostro Governo. I lavoratori e le lavoratrici del Ministero della Cultura sono spesso percepiti come burocrati o custodi di una Bellezza astratta e fuori dal tempo, quando non intrattenitori di un pubblico di visitatori e turisti. Ci preme invece ribadire che gli Istituti del Ministero, in cui il nostro patrimonio culturale viene tutelato, studiato e raccontato, non possono non configurarsi come laboratori di riflessione sulle dinamiche della Storia e sulla realtà contemporanea. Chiediamo dunque che nei nostri Istituti siano promosse iniziative di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e di sensibilizzazione rispetto agli eventi in corso; che il Ministero renda pubblici eventuali accordi in essere con Istituti della cultura israeliani e che si impegni a sospendere, sulla scia di quanto sta accadendo in diversi Atenei, ogni collaborazione con quelli direttamente o indirettamente coinvolti con le politiche governative di Israele. Chiediamo infine che venga presa una posizione netta nei confronti della devastazione del patrimonio monumentale e archeologico della Striscia di Gaza, che avviene sistematicamente da mesi ormai, in spregio alle disposizioni della Convenzione dell’Aja del 1954 per la protezione, salvaguardia e rispetto di beni culturali in casi di conflitto armato, di cui anche Israele è firmatario; riteniamo che questa azione delle forze armate israeliane, per quanto “collaterale” rispetto all’immane perdita di vite umane, costituisca un’ennesima forma di cancellazione dell’identità culturale palestinese e di attacco al radicamento della popolazione al proprio territorio.»