La vicenda del crollo di parte della Torre dei Conti impone alcune considerazioni generali. Lasciamo da parte la ricerca delle cause e delle responsabilità, perché ci sono indagini in corso ed è giusto che se ne occupino i magistrati e i periti tecnici.

Non posso e voglio, però, lasciare da parte il cordoglio per la morte di un operaio, di sessantasei anni, di origine rumena, e la vicinanza agli altri operai feriti, sottolineando anche in questa occasione la centralità della sicurezza sui cantieri, anche in quelli di restauro di monumenti storici. Un pensiero va, pertanto, alle tante persone, dirigenti, funzionari, tecnici, operai, impegnati in tanti cantieri, nei quali lavorano in condizioni non facili, spesso come precari, malpagati e poco garantiti. Sono le persone che si occupano del patrimonio culturale di tutti, la cui tutela l’articolo 9 della nostra Costituzione affida alla Repubblica, intesa come l’insieme delle istituzioni pubbliche e come comunità degli Italiani. Una responsabilità troppo spesso dimenticata.

Prima considerazione. Il conflitto tra cura-restauro e sicurezza non ha più senso oggi, anche grazie agli straordinari sviluppi tecnologici effettuati in questo campo: sono state elaborate nel tempo Linee guida per la riduzione del rischio sismico, studi sulla prevenzione e il monitoraggio degli edifici di interesse archeologico. Anche chi scrive, in qualità di presidente del Consiglio Superiore “beni culturali e paesaggistici”, ha coordinato nel 2018, con l’omologo presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, un gruppo di lavoro per l’aggiornamento di tali linee guida. Non c’è sicurezza senza restauro, non ci può essere e non ci deve essere restauro senza sicurezza: non è solo uno slogan, ma è un’impostazione metodologica da tempo condivisa tra restauratori, archeologi, architetti, storici dell’architettura, ingegneri strutturisti, geologi e altre figure tecniche che, in maniera realmente interdisciplinare, si occupano del restauro del patrimonio monumentale storico.

La seconda considerazione riguarda la manutenzione programmata, seguendo la lezione, purtroppo rimasta inascoltata, di Giovanni Urbani, ripresa e tradotta in linee guida e indicazioni applicative, ormai molti anni fa, da Roberto Cecchi, allora segretario generale del Ministero, nel caso di Pompei, e in uno studio pubblicato con un altro specialista come Paolo Gasparoli.

Il restauro spesso arriva troppo tardi, a danni ormai avvenuti. Invece, è la manutenzione programmata, con un monitoraggio costante condotto da équipe multidisciplinari, che consente di intervenire in maniera mirata, anche a costi decisamente più bassi (ed e forse anche questo un motivo per cui nel nostro Paese, che ama gli appalti succulenti, la manutenzione programmata non prende piede).

Il caso della Torre dei Conti, che come tutti i monumenti storici è un vero palinsesto di interventi, è emblematico: costruita nel IX secolo, ingrandita nel XIII secolo da Innocenzo III, danneggiata da terremoti, spogliata dei rivestimenti, più volte modificata, fino ad essere isolata e decontestualizzata negli anni del fascismo nell’ambito degli sciagurati sventramenti per “liberare i monumenti imperiali romani” e realizzare via dell’Impero funzionale alle parate e alla propaganda del regime, divenuta sede degli Arditi, poi di uffici comunali, poi condannata a molti anni di abbandono e degrado.

In questo, come in altri casi, solo una lettura stratigrafica degli elevati, uno studio attento dei materiali utilizzati e delle tecniche costruttive impiegate, cioè un’attenta ricostruzione della vita del monumento (che immagino ci sia stata), garantisce poi un restauro conservativo adeguato. Ma qualcosa non ha funzionato.

Terza considerazione. In Italia, con un patrimonio enorme e diffuso dappertutto, servono tecnici capaci, ben formati, in grado di lavorare in maniera integrata, interdisciplinare, con una visione organica, olistica, globale e contestuale di ogni sito e monumento, considerato nel suo insieme e nella sua evoluzione diacronica, oltre che nel rapporto con il contesto topografico e storico. Bisogna dotarsi di personale tecnico qualificato, valorizzare le competenze, fare nuove assunzioni (continue, ogni anno, non quelle straordinarie ogni dieci anni, anche per garantire la continua trasmissione delle competenze) e offrire opportunità a tanti giovani molto preparati.

Quarta considerazione: l’area archeologica centrale di Roma è un organismo complesso e stratificato, ma unitario. Non può essere affrontato spezzettandolo tra monumenti, parchi e aree, la cui cura è affidata a organismi diversi. Qui, invece, persisto divisioni e sovrapposizioni di competenze tra Stato-Ministero della Cultura (Parco del Colosseo e Soprintendenza speciale ABAP di Roma) e Roma Capitale (Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali).

Così, chi guarda il Colosseo lungo via dei Fori imperiali, forse ignora, volgendo lo sguardo a destra e a sinistra, che il Foro romano e il Palatino sono competenza del Parco del Colosseo, mentre l’area dei Fori di Cesare, di Augusto, di Nerva, di Vespasiano (della Pace) e di Traiano sono affidati alle cure della Sovrintendenza Capitolina. Che senso ha?

Uno degli obiettivi della Commissione MiBACT-Roma Capitale, istituita nel 2014, per lo studio preliminare a un piano strategico complessivo dell’Area Archeologica Centrale di Roma consisteva proprio nel superamento di tale separazione, proponendo una gestione unitaria da parte del Ministero e del Comune. Purtroppo, di lì a poco cadde la giunta di Ignazio Marino e non se ne fece più nulla. Gli anni della Raggi sono stati di stallo assoluto, per cui è stato merito del sindaco Gualtieri aver ripreso le mosse da quel progetto, ora denominato Progetto Centro Archeologico Monumentale (CArMe), affidando la responsabilità a Walter Tocci. Ma si sono persi oltre dieci anni. E nel caso del destino della Torre dei Conti, forse anche questo ulteriore ritardo ha inciso non poco.

Nella relazione del 2014, si sottolineava come, oltre alla Torre dei Conti, anche altri monumenti fossero stati a lungo abbandonati in un grave stato di degrado, tra questi il duecentesco edificio di Sant’Urbano, l’area della chiesa dei Santi Luca e Martina, l’area dell’ex monastero dei Santi Cosma e Damiano e di Via in Miranda. Per non parlare di Villa Rivaldi, un complesso di grande pregio, ora proprietà della Regione Lazio, posto a pochi metri da via dei Fori Imperiali. Si attenderanno altri crolli per mettere mano alla cura anche di questi complessi monumentali? Interventi necessari per dare loro una nuova vita, con nuove funzioni, compatibili con la loro storia e con le esigenze di una città che ha fame di servizi, luoghi di socializzazione, non solo per i turisti ma per gli stessi abitanti.

Quinta e ultima (per ora) considerazione. Mentre crolla questo monumento importante di Roma, uno dei più significativi esempi di residenze fortificate della città medievale, simboli del potere delle più potenti famiglie romane, il nostro Ministero della Cultura, dopo anni di crescita dei finanziamenti, si riducono i fondi proprio per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale: meno 78 milioni nel 2026, meno 75 milioni nel 2027, e meno 168,8 nel 2028. Dopo anni di crescita del budget del Ministero della Cultura, si torna ai tagli? Cosa farà il ministro Giuli per invertire questa pericolosa china. Finiti i fondi del PNRR, che peraltro hanno costretto le amministrazioni a procedure velocissime (l’imperativo è stato: spendere, spendere, spendere) spesso a scapito della qualità, cosa succederà nei prossimi anni di magra?

Nel caso di Roma servirebbe una nuova legge speciale, come ha proposto la Commissione del 2014, simile a quella che il ministro Oddo Biasini volle nel 1981 e che diede vita a una straordinaria stagione di scavi archeologici urbani, ricerche, restauri, progetti di alto profilo.

Ma erano i tempi di soprintendenti come Adriano La Regina e di ministri come Biasini!