Il nostro Paese ha un rapporto problematico, a volte schizofrenico, con le immagini fotografiche. Dopo le vicende, tra l’assurdo e il ridicolo, che hanno riguardato (e, per la verità, ancora riguardano, anche se italianamente si fa finta di niente e certe norme fortunatamente restano disattese) le bizantine norme sull’uso delle immagini dei beni culturali, introdotte alcuni anni fa dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano, di cui anche questo blog si è occupato in passato, ora un'altra tegola sta per abbattersi sull’uso delle immagini.

Questa volta non si tratta, però, né specificamente di immagini del patrimonio culturale né di opere d’autore, cioè quelle vere e proprie opere d'arte giustamente protette fino a settant’anni anni dalla morte di chi ha realizzato uno scatto, con specifiche norme sul diritto d’autore. No, si tratta delle fotografie semplici, quelle che potrebbe scattare ciascuno di noi, la cui protezione, sulla base di un emendamento, in discussione al Senato, presentato dalla Lega, al decreto "Disposizioni per la semplificazione e la digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e di servizi a favore dei cittadini e delle imprese”, passerebbe dagli attuali vent’anni a settant’anni dallo scatto.

Questo decreto è stato approvato in Senato ed è stato rivendicato anche dalla senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretaria del Ministero della Cultura, che se ne è anche vantata in un comunicato ufficiale del MiC. La stessa sottosegretaria, che nel 2018 aveva dichiarato candidamente di non aver letto nemmeno un libro nei tre anni precedenti.

Tecnicamente l’emendamento recita: 15.0.2 (testo 2) Marti, Paganella, Pirovano, Spelgatti, Tosato Accolto Dopo l'articolo aggiungere il seguente: «Art. 15-bis. (Modifiche alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in materia di diritto esclusivo sulle fotografie) 1. All'articolo 92 della legge 22 aprile 1941, n. 633, le parole: «vent'anni» sono sostituite dalle seguenti: «settant'anni».

Se tale emendamento dovesse essere confermato anche alla Camera ed entrerà in vigore non saranno poche le ripercussioni negative nell’ambito della ricerca storica e della valorizzazione del patrimonio fotografico nazionale.

Forse non tutti sanno che all’interno degli archivi pubblici si conservano attualmente milioni di fotografie, che continuano incessantemente ad essere incrementate, sia come serie fotografiche sia come fotografie sciolte all’interno di fascicoli, oppure come veri e propri archivi fotografici. La maggior parte di queste fotografie, conservate soprattutto negli archivi di enti pubblici, non hanno alcun valore creativo, ma rappresentano preziosi documenti. Insomma, sono assimilabili alle “fotografie semplici”, anche se spesso sono caratterizzate anche da un’elevata qualità tecnica. Si tratta di fotografie commissionate - o semplicemente acquisite per le ragioni più diverse - da parte di un Ente, di una famiglia o di una qualsiasi persona che ha costruito l’archivio.

Spesso l’Ente pubblico proprietario dell’archivio non è titolare di diritti sulle fotografie che conserva. Non si rado si ignora anche l’identità del fotografo e persistono incertezze, così, circa le eventuali clausole contrattuali poste all’origine della fotografia.

Finora è stato proprio il termine di protezione di vent’anni anni a incoraggiare, di fatto, i progetti di digitalizzazione da parte degli istituti pubblici, che, peraltro, nel caso di opere creative sono tenuti al rigoroso rispetto, senza alcuna deroga, delle norme sul diritto d’autore, come indicato espressamente dall’art. 107 del codice dei beni culturali (d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42).

La proposta di legge in esame, con l’estensione della durata di protezione delle fotografie non creative da venti a settant’anni paralizzerebbe inevitabilmente l’attività di digitalizzazione svolta dagli istituti culturali, limitando la stessa accessibilità a una parte importante del patrimonio culturale della Nazione.

È opportuno precisare che la nuova norma dovrebbe aver valore solo per le fotografie realizzate d’ora in poi. Se, infatti, dovesse essere applicata anche agli scatti effettuati in precedenza, le conseguenze sarebbero catastrofiche, considerando la grande quantità di documentazione fotografica già digitalizzata, con un enorme sforzo economico e organizzativo, dagli istituti culturali, anche grazie ai fondi del PNRR.

La nuova norma, chiaramente ispirata dalla lobby dei fotografi professionisti, scoraggerebbe l’acquisizione futura di documentazione fotografica di interesse storico-culturale sul mercato da parte degli istituti culturali pubblici, costretti a confrontarsi con i relativi titolari di diritti.

A essere scoraggiati sarebbero in particolare gli studiosi e i comuni cittadini, che incorrerebbero in non pochi problemi nel pubblicare fotografie in volumi, articoli scientifici e divulgativi e persino nei blog culturali. Si ostacolerebbe anche l’attività di piccole case editrici e imprese culturali e creative e, in generale, la disseminazione del patrimonio culturale rappresentato dalle fotografie in sé ma anche di quel patrimonio di cui esse stesse sono, talvolta, riproduzione.

Un’ultima precisazione è doverosa. La documentazione dello Stato diventa fonte storica liberamente accessibile negli Archivi di Stato dopo trent’anni anni dalla data dei documenti ai sensi dell’art. 41 del codice dei beni culturali. Tale termine è stato introdotto a seguito di una recente legge (legge 29 luglio 2014, n. 106), che ha anticipato di dieci anni i tempi del versamento, proprio per favorire la ricerca storica contemporanea.

La proposta di legge in esame, all’opposto, finisce per limitare l’uso di fotografie non creative per ben settant’anni, ostacolando quindi la pubblicazione delle fotografie conservate negli archivi. Si limiterà, così, inevitabilmente, il racconto del presente.

C’è da augurarsi che il ministro Alessandro Giuli voglia occuparsi personalmente della questione, difendendo l’interesse degli istituti del suo Ministero.

Il Ministero della Cultura ha a cuore gli interessi dei fotografi a scapito dei suoi stessi istituti culturali? È facile prevedere che non ci sia un solo funzionario del suo stesso Ministero d'accordo con questo emendamento. Se il ministro ha a cuore gli interessi della collettività, si spera che faccia in modo di bloccare quell'emendamento, che rappresenta una vera e propria minaccia al pubblico dominio e all'accesso al patrimonio.

Non sono sufficienti vent’anni per lo sfruttamento commerciale di un’immagine?

La famosa foto di Tony Gentile che ritrae Falcone e Borsellino è un celebre documento: i vent’anni sono scaduti ed è divenuta una foto simbolo della lotta alla mafia.

Se passasse l'emendamento della Lega, foto come quella, scattate d’ora in avanti, saranno sotto embargo per settant’anni e occorrerà attendere oltre mezzo secolo in più per poterle utilizzare liberamente. Lo stesso Tony Gentile, che pure aveva intentato una causa per vedersi riconoscere il suo scatto come una foto creativa (mentre il giudice ha ribadito trattarsi di una foto semplice, non più proteggibile trascorsi i venti anni), si è dichiarato pubblicamente felice che quella sua foto sia ora rappresentata dappertutto.