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Verso una visione olistica del patrimonio culturale e paesaggistico: alcune considerazioni sulla riforma Franceschini

Verso una visione olistica del patrimonio culturale e paesaggistico: alcune considerazioni sulla riforma Franceschini[1]

Giuliano Volpe 

«Dall’insieme degli elementi acquisiti, e qui riassunti, la Commissione d’indagine ha tratto il sicuro convincimento che lo stato di generale precarietà e decadenza del patrimonio archeologico, artistico, storico, ambientale, librario ed archivistico italiano non può essere attribuito esclusivamente, e neppure prevalentemente, ad una deficienza quantitativa di personale e di finanziamento delle competenti Amministrazioni pubbliche di tutela, come spesso si è affermato o si afferma; ma deve essere spiegato, soprattutto, come conseguenza di un basilare difetto d’impostazione del sistema stesso della tutela di beni culturali, tale da esigere non miglioramenti o perfezionamenti, bensì rimedi di natura radicale»[2].

Questo brano, di straordinaria attualità, tratto dall’introduzione alla Relazione finale della Commissione Franceschini, istituita cinquant’anni fa, sottolinea con grade chiarezza come già allora si avvertisse forte l’esigenza di una profonda riforma innanzitutto di tipo culturale, prima ancora che amministrativa. Ancora oggi, a fronte di una situazione ben più complessa e problematica, da più parti si continua ad avanzare quasi esclusivamente una richiesta di maggiori risorse e personale (sacrosanta, sia ben chiaro, oggi più che mai, dopo decenni di tagli lineari e di blocco del turn over)[3], che però non tocca il cuore del problema. Essa, al contrario, continua a riproporre una visione alquanto semplicistica, e sostanzialmente autoassolutoria, diffusa in particolare in certi ambienti culturali, oggettivamente conservatori, ancora egemoni nel settore della tutela. Secondo costoro basterebbero più soldi e personale perché tutto funzioni meravigliosamente. Tali rivendicazioni, pur necessarie, rischiano, in realtà, di non affrontare il nodo culturale e metodologico del ruolo del patrimonio culturale e paesaggistico nella società attuale[4]. Si tratta, peraltro, di richieste smentite dalla realtà, anche in tempi di ‘vacche grasse’, come già il grande e inascoltato Giovanni Urbani denunciava alcuni decenni fa, quando affermava: «tutti sanno di quanto è precipitosamente cresciuto in poco più di una decina d’anni l’organico delle Soprintendenze, per non parlare di quello del ministero. C’è qualcuno capace di scorgere un sia pur minimo segno di progresso che si accompagni a questa crescita quantitativa?» [5]. E lascio da parte il tema annoso degli enormi residui passivi del ministero, come ha documentato Luigi Covatta[6], perché questo problema richiederebbe approfondimenti di diversa natura.

Com’è noto, dieci anni dopo la Commissione Franceschini, nel 1974, con il IV Governo Moro veniva istituito il Ministero per i Beni culturali e ambientali con Giovanni Spadolini, come esito di un lungo processo di riflessione culturale, che ebbe un momento importante proprio con i lavori della Commissione Franceschini (1964-67) e si fondava su una lunga e gloriosa tradizione nella tutela del patrimonio culturale, che affondava le sue radici fin negli Stati preunitari e in tutta la legislazione e nell’organizzazione via via consolidatesi nel corso della seconda metà dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento.

Dal momento della sua istituzione ad oggi  il Ministero, concepito quale ‘ministero anomalo’, con una sua peculiare fisionomia tecnico-scientifica, che progressivamente si è andata perdendo, ha conosciuto varie modifiche nelle denominazioni e nelle funzioni, fino alla recente acquisizione anche del turismo[7], da molti considerata una sorta di svilimento della cultura e un suo asservimento al turismo, mentre forse dovremmo considerare questo connubio come una grande opportunità per caratterizzare il turismo in senso culturale: un progetto quanto mai opportuno per un paese come l’Italia[8].

I continui sconvolgimenti normativi e organizzativi verificatisi in questi ultimi decenni, oltre a rendere la struttura ministeriale sempre più farraginosa ed elefantiaca, non senza confusioni, sovrapposizioni e conflitti di funzioni tra centro e periferia e, in periferia (si pensi alla confusione di ruoli tra Direzioni Regionali e Soprintendenze settoriali), non hanno mai intaccato, però, la sostanza, le finalità e gli esiti della tutela.

La recente riorganizzazione promossa dal ministro Dario Franceschini (in vigore dal 10 dicembre scorso)[9] ha il merito di essere coraggiosa e organica, anche se non è certo priva di problemi e soprattutto di rischi di una certa farraginosità nella struttura, perché ha il limite di essere stata elaborata in tempi assai brevi sotto la scure della ‘revisione della spesa’. Personalmente avrei preferito scelte ancor più coraggiose e radicali e soprattutto una grande semplificazione basata su strutture territoriali uniche. Ma non c’è dubbio che questo intervento, che si ampiamente avvalso del lavoro della Commissione D’Alberti istituita dal precedente ministro Massimo Bray, non sia un’operazione neutra, meramente tecnica e non rappresenti affatto solo un’ennesima riorganizzazione amministrativa, ma ha alcuni obiettivi precisi, primo fra tutti un maggiore peso attribuito alla valorizzazione, come dimostrano anche altre misure collegate, l’Art Bonus e il Decreto Musei. Con essa si avvia un profondo progetto d’innovazione culturale, che trova, non a caso, notevoli opposizioni. Le resistenze a qualsiasi cambiamento sono, infatti, sempre assai numerose e ben diffuse nel nostro Paese: anche in quest’occasione non sono mancati appelli sempre più stanchi, più attenti alla difesa corporativa (nella difesa ora di soprintendenze settoriali, ora di direzioni, ora di singole sedi e di specifiche posizioni) che all’elaborazione di proposte alternative, e una diffusa laudatio temporis acti, nostalgica di un presunto passato felice, associata ad una persistente, elitaria, insoddisfazione verso il presente e ad una preoccupante paura del futuro. È un nostro irrinunciabile dovere tutelare e conservare il patrimonio culturale e paesaggistico, ma questo dovere andrebbe reso ancor più forte con un convinto e competente coraggio del cambiamento: è un grave errore confondere conservazione con conservatorismo, ed è un errore ancor più grave negare la crisi del sistema della tutela in Italia, continuando a difendere in maniera acritica e ideologica l’azione delle soprintendenze sempre e comunque, ‘senza se e senza ma’, anche quando assumono scelte incomprensibili e indifendibili, se non addirittura arbitrarie, senza porsi il problema del perché vengono sentire come organismi lontani, autoreferenziali, oppressivi, addirittura fastidiosi. Chi desidera, come lo scrivente, una reale difesa dell’azione delle soprintendenze, dovrebbe promuovere un profondo cambiamento di tali organismi, ormai stanchi e sfiduciati. È un errore contrapporre tutela e valorizzazione, cultura e sviluppo: la vera sfida consiste nel saper proporre nuove forme di sviluppo durevole e sostenibile e, con esse, nuove opportunità di lavoro qualificato, grazie anche al patrimonio culturale e paesaggistico. È, dunque, necessario abbandonare definitivamente posizioni difensivistiche, marginali e sostanzialmente elitarie, che rischiano di contribuire oggettivamente alla dissoluzione, prima o poi, non di questo ma di qualsiasi sistema della tutela (con grande soddisfazione di chi non attende altro).

La principale domanda da porsi è: a cinquant’anni dalla Commissione Franceschini e a quaranta dall’istituzione del Ministero possiamo utilizzare ancora le stesse categorie e gli stessi modelli organizzativi, mentre nel frattempo il mondo è cambiato? Il modello organizzativo originario rispecchiava in maniera coerente una visione ancora antiquaria (sostanzialmente ottocentesca) dei beni culturali, oggi non più attuale. Non mi riferisco solo a profondi cambiamenti istituzionali, politici e sociali, come il diverso ruolo delle Regioni e delle autonomie locali, la maggiore attenzione del mondo della formazione e della ricerca ai temi della tutela e valorizzazione del patrimonio (ad es. con la nascita dei corsi di laurea in beni culturali), la formazione di una categoria di professionisti dei beni culturali, una maggiore iniziativa dell’associazionismo, l’interesse dei privati, etc. È in realtà il concetto stesso di patrimonio culturale ad aver conosciuto una profonda rivoluzione, con l’estensione della qualifica di bene culturale alla complessa e onnicomprensiva categoria dei prodotti del lavoro umano, ben oltre cioè le singole manifestazioni artistiche e monumentali, e, soprattutto con l’ampliamento degli orizzonti all’ambiente e ai paesaggi. Una visione settoriale, puntiforme, selettiva non è più rispondente alle sfide del patrimonio culturale nella società contemporanea. Tutte le scienze dei beni culturali hanno vissuto una fase di profondo rinnovamento metodologico negli ultimi decenni, ampliando enormemente i propri orizzonti e aprendosi sempre più a forme di interdisciplinarità. La stessa idea di ‘contesto’ è andata acquistando una centralità metodologica ancor più ricca di implicazioni, inimmaginabili solo alcuni decenni fa. Basti pensare, limitandoci al campo archeologico – ma analoghe considerazioni potrebbero essere svolte per l’architettura, l’urbanistica e le altre discipline –, a innovazioni come l’ampliamento degli orizzonti geografici e cronologici, non più limitati solo all’antichità ma estesi fino all’età moderna e contemporanea, il ruolo delle scienze naturali e archeometriche, lo studio non più centrato solo sulle manifestazioni artistiche ma su tutti i prodotti del lavoro umano e sui rapporti tra società e ambiente, e, in particolare, l’affermazione di un approccio globale, inteso come globalità di sistemi di fonti, di strumenti metodologici e tecnici, di sensibilità culturali[10]. L’altra grande rivoluzione è rappresentata dalla centralità del paesaggio, ovviamente non ridotto a un oggetto di mera valutazione estetica o limitato a énclaves di ‘bel paesaggio’, ma indagato in quanto sistema complesso di relazioni e di processi costruttivi e distruttivi nel rapporto millenario tra uomo e natura, palinsesto di tracce stratificate di siti, insediamenti, produzioni artistiche, sfruttamento delle risorse, rapporti di potere, religioni, culture[11].

Eppure c’è chi considera ancora oggi un riferimento culturale fondamentale la Legge 1089 del 1939 (certamente una buona legge in quel particolare momento storico), dimenticando che essa era non solo un prodotto del regime fascista e iperstatalista ma anche, come ha opportunamente sottolineato da B. Zanardi, l’esito di una visione della tutela fondata su una «serie puntiforme di provvedimenti solo ostativi in passiva difesa delle singole opere ‘di interesse particolarmente importante’, unita a delle generiche e di nuovo puntiformi ‘opere di restauro’» e prevedeva un’azione delle soprintendenze intesa quale «inutile e speciosa e persecutoria questione di divieti, vincoli e notifiche ovvero di metafisiche discussioni sui risultati estetici dei restauri, cioè una somma di azioni farraginose e incoerenti del tutto inefficaci per contrastare l’aggressione al patrimonio artistico e al paesaggio», tanto da essere considerata, soprattutto nella sua lunga, persistente e burocratica applicazione, all’origine del «sempre maggiore disinteresse di quella stessa società civile verso una tutela che mai è riuscita a diventare attiva»[12].

Sul fronte della tutela una visione olistica del paesaggio e del patrimonio culturale stenta ancora ad affermarsi, mentre si difendono strenuamente visioni disciplinari e settoriali che frammentano e parcellizzano ciò che nella realtà è un insieme organico[13]. Una visione olistica dovrebbe, infatti, conciliare la preziosa e irrinunciabile specializzazione disciplinare con una moderna interdisciplinarità, sollecitando confronti, interazioni, integrazioni, in un continuo dialogo tra saperi umanistici e tecnico-scientifici, abbandonando definitivamente le forme esasperate dello specialismo disciplinare, settoriale e autoreferenziale, incapace non solo di comprendere fenomeni complessi, ma anche di far fronte alle sfide di una tutela non più solo difensivistica, limitata cioè ai (pur necessari) vincoli, ma capace di progettualità e di confronti propositivi con la società contemporanea.

Sarebbe necessario, in realtà, un progetto di profonda innovazione, senza il quale, anche in presenza di (auspicabili) maggiori risorse, non saremo in grado di risolvere i reali problemi della tutela, che è tutt’altro che un’azione asettica e oggettiva, valida per ogni stagione, ma il prodotto di cambiamenti  nell’impostazione metodologica di chi la esercita[14].

Andrebbero finalmente messe da parte le logiche corporative, che anche in questa occasione si sono manifestate, impedendo il passaggio definitivo alle soprintendenze uniche. Al vertice di una struttura territoriale di questo tipo potrebbe esserci, infatti, un archeologo o un architetto o uno storico dell’arte, poco importa, purché abbia la capacità di una visione d’insieme e, al tempo stesso, la volontà di avvalersi di tutte le competenze che dovrebbero essere presenti al suo interno e dovrebbero saper interagire tra loro. Un ospedale moderno non è composto solo da reparti di cardiologia o di nefrologia, ma è un sistema complesso e integrato. Restando nella metafora ospedaliera (e non a caso, perché è proprio a unità miste di ricerca, formazione e ‘assistenza’, cioè, nel nostro caso, tutela e valorizzazione, che dovremmo puntare), sarebbe impensabile che un bravo direttore sanitario, solo perché di formazione urologica, possa considerare poco importante la cardiochirurgia o l’ortopedia! E come per la cura dell’organismo umano sono necessarie strutture complesse con alte specializzazioni tra loro integrate, così per la cura dell’organismo culturale e paesaggistico sarebbero necessarie strutture miste in cui tutte le specializzazioni possano cooperare. Appare evidente come questo tema rinvii al nodo centrale della qualità del personale direttivo, delle procedure di selezione e della sua stessa formazione permanente.

Ma torniamo alla nuova riorganizzazione del MiBACT. Come ho già detto, essa contiene, a mio parere, alcune novità interessanti e importanti. Si comincia, infatti, concretamente a superare la tradizionale frammentazione, a livello sia centrale sia periferico. L’unificazione delle soprintendenze ai beni architettonici e paesaggistici e di quelle ai beni storico-artistici e etnoantropologici segna un passo in avanti in tal senso. Meglio sarebbe stato unificare anche le soprintendenze archeologiche. Non siamo ancora alle strutture periferiche uniche a base territoriale (inclusi anche musei, biblioteche e archivi), che sarebbero, a mio parere, le più coerenti con visione organica del patrimonio culturale e paesaggistico – oltre a costituire la soluzione più efficace anche in termini di semplificazione – ma la strada verso la costituzione di équipes con competenze multidisciplinari sembra ormai intrapresa e spero possa essere sviluppata nel prossimo futuro. Lo dimostra l’istituzione un organismo collegiale come la ‘Commissione regionale per il patrimonio culturale’, che «coordina e armonizza l’attività di tutela e di valorizzazione nel territorio regionale, favorisce l’integrazione inter- e multidisciplinare tra i diversi istituti, garantisce una visione olistica del patrimonio culturale e paesaggistico, svolge un’azione di monitoraggio, di valutazione e autovalutazione» (art. 39). L’eliminazione delle Direzioni Regionali e la loro trasformazione in strutture di coordinamento sono funzionali al superamento di sovrapposizioni di competenze e alla semplificazione della ‘linea di comando’ tra centro e periferia.

Un’altra novità importante è rappresentata dalla creazione dei poli museali regionali, accanto all’individuazione di diciotto grandi musei (destinati ad aumentare progressivamente), sganciati dalle soprintendenze, diretti – si spera – da personalità di grande competenza, anche esterne all’amministrazione, selezionate con bandi internazionali, dotati di autonomia amministrativa e organizzativa. Si comincia a dare vita in tal modo ad un sistema museale nazionale, articolato in grandi musei autonomi e poli regionali, dipendenti dalla nuova Direzione Generale Musei, in modo da poter finalmente avere «elevati standard internazionali, nella gestione e nella comunicazione, nell'innovazione didattica e tecnologica, favorendo la partecipazione attiva degli utenti e garantendo effettive esperienze di conoscenza e di pubblico godimento» e per ogni museo uno specifico «progetto culturale ... all'interno del sistema nazionale, in modo da garantire omogeneità e specificità di ogni museo, favorendo la loro funzione di luoghi vitali, inclusivi, capaci di promuovere lo sviluppo della cultura» (art. 20, c. 1 u) v)). Anche la critica assai diffusa, relativa alla presunta separazione dei musei dai territori, appare infondata, sia perché fondata sull’assunto che il rapporto con il territorio sia garantito solo da una soprintendenza settoriale - e ci sarebbe anche da verificare quanti musei riescano oggi a raccontare effettivamente la storia di un territorio - ma non possa esserlo se il museo è inserito in un polo museale regionale dipendente dallo stesso ministero e parte della stessa commissione regionale, sia perché la stessa riforma insiste sulla necessità di creare un «sistema museale regionale integrato, favorendo la creazione di poli museali comprendenti gli istituti e luoghi della cultura statali e quelli delle amministrazioni pubbliche presenti nel territorio di competenza, nonché di altri soggetti pubblici e privati» e di garantire una «stretta connessione con gli uffici periferici del Ministero e gli enti territoriali e locali, anche al fine di incrementare la collezione museale con nuove acquisizioni, di organizzare mostre temporanee, e di promuovere attività di catalogazione, studio, restauro, comunicazione, valorizzazione» (art. 34, c. 2 b) i)).

Anche la pesante struttura macrocefala si va modificando: pur aumentando il numero delle Direzioni Generali, la struttura centrale dimagrisce nel numero di dirigenti a tutto vantaggio delle articolazioni periferiche, divenute in questi ultimi anni sempre più gracili. Ma non vi è dubbio che una struttura centrale più snella, con un numero di DG decisamente più ridotto, sarebbe stata di gran lunga preferibile. Il centro dovrebbe, infatti, essere agile, e non per questo meno forte ed autorevole, capace di esprimere la sua forza e autorevolezza mediante una azione decisa d’indirizzo, coordinamento, rigido controllo, ed anche di valutazione della qualità dell’attività di tutela, a garanzia di una politica organica sull’intero territorio nazionale. In realtà, però, l’alternativa tra centralismo e decentramento è assai poco irrilevante, perché il vero obiettivo di una riforma dovrebbe consistere nella trasformazione delle strutture della tutela da apparati corporativi e autoreferenziali in organismi inclusivi, innovativi, capaci di coordinare, nell’interesse generale, le attività di studio, di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico.

Sono da salutare con particolare interesse la nuova DG ‘Arte e architettura contemporanea e periferie urbane’ (ma perché non accorparla alla DG che si occupa di arte, architettura e paesaggio?) e, in particolare quella ‘Educazione e ricerca’. Quest’ultima è una novità assoluta, che potrà introdurre innovazioni di portata epocale nei rapporti tra MiBACT e MIUR, con il superamento definitivo di una logica di contrapposizione e l’affermazione di una visione di sistema statale integrato[15]. Per raggiungere tale obiettivo è stato predisposto un accordo quadro tra MiBACT e MIUR, di prossima sottoscrizione, con l’intento di attivare collaborazioni sistematiche (non più limitate, cioè, all’occasionalità dei buoni rapporti personali), progetti comuni (si pensi, ad esempio, alla persistenza ancora oggi della pratica delle ‘concessioni di scavo’ [16]), con forme di interscambio e integrazione e - mi auguro - anche con la costituzione di unità operative miste, a scala territoriale, tra Soprintendenze, Università e CNR, cioè i cd. ‘policlinici dei beni culturali’, per certi versi simili, in campo sanitario, alle Aziende Ospedaliere Universitarie[17]. Una collaborazione tra docenti, ricercatori, tecnici, funzionari, la condivisione di laboratori, biblioteche, strumentazioni, l’integrazione di competenze e di professionalità potrebbero, infatti, garantire risultati positivi nella ricerca, nella tutela, nella comunicazione, nella valorizzazione, a tutto vantaggio in particolare degli studenti, futuri funzionari delle soprintendenze o liberi professionisti. Si riuscirà ad attuare un progetto così rivoluzionario? C’è da augurarselo vivamente.

Allo stesso modo, un’auspicabile maggiore collaborazione tra i due ministeri dovrebbe favorire una revisione della formazione universitaria nel campo dei beni culturali, ponendo fine a quelle logiche autoreferenziali che hanno creato tanti guai in questi anni, con professionalità improbabili, percorsi formativi disomogenei a livello nazionale, inutili duplicazioni[18]. Le iscrizioni ai corsi di studio nei Beni Culturali sono crollate, molti corsi sono stati già chiusi e altri chiuderanno a breve, a causa della mancanza di reali prospettive lavorative. Quello del lavoro è l’ambito al quale dedicare la massima attenzione anche nell’ambito dei beni culturali non solo da parte della politica, ma anche dell’Università e delle Soprintendenze. Si spera, in particolare, in una razionalizzazione e migliore qualificazione – anche grazie a progetti interuniversitari - delle lauree magistrali, delle Scuole di Specializzazione e dei Dottorati di Ricerca, oltre che nel campo della formazione permanente, con una collaborazione organica tra Università, Soprintendenze e associazioni dei professionisti. Un ulteriore risultato strategico che la riforma e la nuova DG ‘Educazione e Ricerca’ potrebbero attuare consiste nell’istituzione di una Scuola Nazionale del Patrimonio[19], gestita congiuntamente da MiBACT e MIUR e destinata in particolare alla formazione superiore (anche permanente) dei futuri funzionari e soprintendenti, e possibilmente anche al loro reclutamento programmato, costante e continuo, superando la logica dei mega-concorsi indetti con intervalli di molti anni.

Il nodo centrale di una possibile innovazione, dunque, non riguarda (solo) l’aspetto economico e organizzativo ma investe l’assetto metodologico, culturale e politico, a partire dall’assoluta necessità di separare la gestione dall’azione d’indirizzo/controllo/valutazione, ancora oggi nelle stesse mani, in un enorme, mostruoso, conflitto d’interesse. Chi detta le regole, chi controlla, chi valuta, non può anche gestire: e gli esempi di una concezione ‘proprietaria’ del patrimonio culturale sarebbero numerosi.

Questa situazione ha tra le sue tante conseguenze negative anche il blocco del mercato del lavoro, troppo condizionato da chi dovrebbe in realtà svolgere una rigorosa funzione d’indirizzo, valutazione e controllo. Gravi sono i danni in particolare per i professionisti, che, finalmente riconosciuti da una legge dello Stato, costituiscono un’ulteriore importante componente del sistema del beni culturali: urgono, però, regole certe per superare le attuali condizioni di precariato, caratterizzate da modalità lavorative proibitive, compensi indegni, forme di sudditanza, ricatto, frustrazione, scippo sistematico della proprietà intellettuale[20].

Ma la principale innovazione riguarda una diversa considerazione della valorizzazione, ancora oggi considerata da alcuni quasi una bestemmia, una forma di volgarizzazione e contaminazione della ‘purezza’ della cultura, da altri ridotta a sinonimo di mercificazione[21]. Ma è possibile una terza via: la corretta considerazione della valorizzazione quale ponte tra conoscenza, tutela e fruizione. Anche in questo ambito, la riorganizzazione voluta dal ministro Franceschini introduce alcune novità, grazie ad un maggiore equilibrio tra tutela e valorizzazione, due attività tra loro fortemente intrecciate cui si attribuisce finalmente pari dignità, in particolare con la nuova centralità assegnata alla gestione dei musei e dei luoghi della cultura.

Parlare di valorizzazione significa anche affrontare il rapporto con i cittadini. I continui richiami al patrimonio culturale come ‘bene comune’ hanno spesso, infatti, il sapore della retorica. Lo straordinario articolo 9 della nostra Costituzione, al quale si fa giustamente continuo riferimento, andrebbe applicato in tutte le sue parti e non solo nella seconda, quella che afferma un principio fondamentale, cioè che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Va recuperata anche la prima parte “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Nel dettato costituzionale si lega strettamente la tutela alla promozione della cultura, cioè a quella che oggi cioè chiamiamo ‘valorizzazione’, una termine parola che nel 1947 non era ancora parte del vocabolario italiano dei beni culturali[22]. È forse il caso di far notare che un filologo attento come Concetto Marchesi, autore principale di quello straordinario e innovativo articolo, non scelse a caso le parole Repubblica e Nazione, evitando di utilizzare riduttivamente solo in concetto di Stato (come precisa l’articolo 114 “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. [...]”), una cosa spesso ignorata da chi sembra identificare Repubblica (anzi res publica) con Stato, e addirittura con un solo ministero dello Stato[23].

Nessuno più, forse, può continuare a sostenere che il patrimonio culturale non possa costituire anche una risorsa economica, mentre ormai, fortunatamente, anche gli economisti più avveduti hanno abbandonato da tempo visioni rozzamente economicistiche[24]. Sono indubbi i vantaggi che il patrimonio culturale è in grado di produrre nel miglioramento del benessere e della qualità della vita, nella crescita culturale e civile di una comunità e di un territorio. E tutti sappiamo bene che il principale ritorno economico è rappresentato dall’indotto che un museo, un sito archeologico, un monumento è in grado di attivare. Ma perché scandalizzarsi se un museo, un parco archeologico, un monumento riuscisse anche a migliorare le condizioni economiche di una comunità; perché accettare con rassegnazione il misero  introito del 7% rispetto al costo del mantenimento dei musei statali, mentre il FAI ha raggiunto l’85% e il National Trust è al 120%, e in tal modo non solo gestisce correttamente una quantità enorme di beni enorme (più di trecento) e 1500 km di coste, ma addirittura acquisisce ulteriori risorse da reinvestire in un miglioramento continuo?[25] Perché considerare una bieca operazione commerciale uno spettacolo come quello allestito nel Foro di Augusto nell’estate del 2014 da Piero Angela, al quale hanno assistito migliaia di persone, prevalentemente cittadini romani, che finalmente hanno capito qualcosa di quei ruderi altrimenti incomprensibili, e per di più ha già reso al Comune di Roma il doppio dell’investimento nella sola prima stagione? Maggiori risorse acquisite direttamente da chi visita un museo e ne utilizza i servizi (e non solo dalle tasse di tutti i cittadini, anche di chi non mette mai piede in un museo) servono a migliorare tutela e valorizzazione.

Molti altri sarebbero gli obiettivi per trasformare la riforma da un’operazione puramente amministrativa a un progetto d’innovazione culturale, che, per motivi di spazio, indico solo schematicamente: a) affermare la conservazione preventiva e programmata e la manutenzione ordinaria, legando strettamente il patrimonio culturale e l’ambiente e superando la prassi dei restauri estetici, spesso ripetuti, costosi e non di rado anche dannosi[26]; b) stabilire una stretta relazione tra patrimonio culturale e pianificazione paesaggistica, sostenendo la predisposizione, rapida approvazione e rigorosa applicazione di efficaci Piani Paesaggistici Territoriali Regionali[27]; c) garantire e favorire l’accesso ai dati e la loro libera circolazione, contro una concezione proprietaria fondata su norme assurde e anacronistiche, che impediscono la libera riproduzione dei beni culturali pubblici, nell’età del web, dell’open access e degli open data; d) sviluppare una comunicazione chiara, efficace, coinvolgente, in grado di rendere comprensibile la globalità e la complessità, con un uso corretto delle tecnologie, la capacità di proporre un racconto e di stimolare la partecipazione attiva, superando una visione elitaria della cultura[28]; e) realizzare un sistema di valutazione e autovalutazione della qualità della tutela dei beni culturali e paesaggistici, con parametri, standard qualitativi, protocolli, in modo da premiare e incentivare le buone prassi, valorizzare l’ottimo lavoro di tutela e di ricerca svolto da tantissimi funzionari e anche censurare pratiche e operazioni di basso profilo; f) superare la concezione proprietaria del patrimonio culturale; g) favorire la partecipazione attiva dei cittadini (a partire dalle associazioni di volontariato)[29] senza la quale nessuna politica di tutela e valorizzazione potrà mai essere vincente, nel pieno spirito del principio di sussidiarietà sancito dell’articolo 118 della Costituzione.

Molte luci, ma anche qualche ombra, dunque, in questa nuova riforma targata Franceschini. Molto dipenderà, però, dalla sua applicazione, che si auspica intelligente e propositiva, e dalla volontà di riempirla di contenuti culturali innovativi e non solo di pratiche burocratiche. Dipende, inoltre, dall’annunciata ripresa delle assunzioni, con l’immissione di energie fresche, di nuove sensibilità e competenze, dalla volontà di coinvolgimento e valorizzazione delle tante energie positive che ancora il MiBACT riesce ad esprimere, dalla capacità di inclusione e di collaborazione con tutte le altre componenti, prima fra tutte l’università e la scuola, dal desiderio di stabilire un rapporto più diretto e positivo con la società contemporanea, dall’abbandono delle tante piccole rendite di posizione e del quieto vivere burocratico , dal superamento definitivo di logiche difensivistiche e autoreferenziali.

Solo, cioè, se si saprà mettere in campo una forte carica innovativa, si potrà dare un futuro alle politiche della tutela e della valorizzazione, uscendo definitivamente dal Novecento per entrare finalmente, anche in questo campo, nel nuovo secolo e nel nuovo millennio.



[1] Il testo riprende parte della mia relazione al convegno del Politecnico di Torino su Patrimoni e tutela in Italia. A cinquant’anni dall’istituzione della Comissione Franceschini (1964-2014) (Torino 15-16 dicembre 2014) e anche altri miei recenti contributi, ai quali rinvio: a G. Volpe, Università, studi umanistici, patrimoni culturali, paesaggi, in Id. (a cura di), Patrimoni culturali e paesaggi di Puglia e d’Italia tra conservazione e innovazione, Atti delle Giornate di Studio (Foggia, 30 settembre e 22 novembre 2013), Bari 2014, pp. 23-42; Id., Tavola rotonda, ivi, pp. 271-278; Id., Archeologia, paesaggio e società: le sfide dell’innovazione, in A. Ferjaoui, M. L. Germanà (a cura di), A.P.E.R. Architecture domestique punique, hellénistique et romaine. Sauvegarde et mise en valeur. Architettura domestica punica, ellenistica e romana. Salvaguardia e valorizzazione, Pisa 2014, pp. 259-268;  Id., Archeologia, paesaggio e società al tempo della crisi: tra conservazione e innovazione, in M.C. Parello, M.S. Rizzo (a cura di), Archeologia Pubblica al tempo della crisi, Atti delle VII Giornate Gregoriane (Agrigento 29-30 novembre 2013), Bari 2014, pp. 183-191; Id. Per un’innovazione radicale nelle politiche della tutela e della valorizzazione, in L. Carletti e C. Giometti (a cura di), De Tutela. Idee a confronto per la salvaguardia del patrimonio culturale e paesaggistico, Pisa 2014, pp. 109-115; G. Volpe, G. De Felice, Comunicazione e progetto culturale, archeologia e società, in Post Classical Archaeologies, 4, 2014, pp. 401-420; G. Volpe, R. Goffredo, La pietra e il ponte. Alcune considerazioni sull’archeologia globale dei paesaggi, in Archeologia Medievale, LXI, 2015, c.s.

[2] Per la salvezza dei beni culturali in Italia, Atti e documenti della Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, I, Roma 1967, p. 6. Cfr. D. Manacorda, L’Italia agli Italiani. Istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale, Bari 2014, pp. 34-35.

[3] Si veda ad es. il recente manifesto proposto da T. Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà, Roma 2014.

[4] Si vedano le riflessioni in A. Carandini, Il nuovo dell’Italia è nel passato, Roma-Bari 2012; B. Zanardi, La mancata tutela del patrimonio culturale in Italia, in Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico, LXI, 2, 2011, pp. 431-472 e ora Manacorda, L’Italia agli Italiani, cit., oltre ai miei contributi citati a nota 1.

[5] G. Urbani, Intorno al restauro, a cura di B. Zanardi, Milano 2000, p. 80.

[6] L. Covatta, I ‘Beni culturali’ fra sopravvivenza e indipendenza, in Economia della Cultura, XXIII, 2103, 3, pp. 331-342.

[7] Nel 1998 Ministero per i beni e le attività culturali, con l’acquisizione anche delle competenze per lo sport, successivamente trasferite ad un altro specifico organismo, e per lo spettacolo, e più recentemente, nel 2013, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Anche la struttura organizzativa ha conosciuto numerose modifiche, sia al centro sia in periferia, la più rilevante delle quali è stata rappresentata negli scorsi anni dalla creazione delle Soprintendenze Regionali, poi Direzioni Regionali per i beni culturali e paesaggistici, ora eliminate.

[8] Manacorda, L’Italia agli Italiani, cit., pp. 138-140.

[9] DPCM 29 agosto 2014, n. 171, Regolamento di organizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, degli uffici della diretta collaborazione del Ministro e dell'Organismo indipendente di valutazione della performance, a norma dell'articolo 16, comma 4, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89 (GU n. 274 del 25.11.2014 ).

[10] Per una sintesi cfr. D. Manacorda, Lezione di archeologia, Roma-Bari 2008.

[11] Sull’archeologia globale rinvio a Volpe, Goffredo, La pietra e il ponte, cit.

[12] Zanardi, La mancata tutela del patrimonio culturale in Italia, cit,. pp. 432-433.

[13] Manacorda, L’Italia agli Italiani, cit. pp. 111-117.

[14] R. Francovich, Politiche per i beni culturali fra conservazione e innovazione, in Workshop di Archeologia Classica, I, 2004, pp. 197-205, in part. p. 199.

[15] Si vedano le analisi e le proposte già presenti in Aa.Vv., L’Università nel sistema della tutela . I beni archeologici, Atti della Giornata di Studi (Roma 10.12.1998), Annali dell’Associazione Bianchi Bandinelli, 6, Roma  1999.

[16] Cfr. G. Volpe, A proposito delle concessioni di scavo e dei rapporti tra Università e Soprintendenze, in Post Classical Archaeologies, 3, 2013, pp. 301-310.

[17] La proposta si deve innanzitutto a A. Carandini, La formazione degli archeologi nel rapporto tra mondo universitario e Ministero BBCC, in La laurea non fa l’archeologo, Atti della Tavola rotonda (Roma 8.5.1992), Padova 1992, pp. 105-107; cfr. anche Volpe, Università, studi umanistici, patrimoni culturali, paesaggi, cit.; D. Manacorda, M. Montella, Per una riforma radicale del sistema di tutela e valorizzazione, in Volpe (a cura di), Patrimoni culturali e paesaggi, cit., pp. 75-85; G. Volpe, Le proposte per la professione dell’archeologo, in L’Italia dei beni Culturali. La formazione senza lavoro, il lavoro senza formazione, Atti del Convegno (Roma 27.9.2012), Annali dell’Associazione Bianchi Bandinelli, 23, Roma  2014, pp. 199-203.

[18] Volpe, Le proposte per la professione dell’archeologo, cit.

[19] T. Montanari, Per un Scuola del Patrimonio, in Carletti, Giometti (a cura di), De Tutela, cit., pp. 103-107.

[20] N.M. Mangialardi, Società e professionisti dei beni culturali tra specialismo e precariato, in Volpe (a cura di), Patrimoni culturali e paesaggi, cit., pp. 221-228.

[21] D. Manacorda, Petrolio, in Carletti, Giometti (a cura di), De Tutela, cit., pp. 117-123; Id., L’Italia agli Italiani, cit., pp. 82-86, 118-123.

[22] T. Montanari, L’articolo 9: una rivoluzione (promessa) per la storia dell’arte, in A. Leone, P. Maddalena, T. Montanari, S. Settis, Costituzione incompiuta, Arte, paesaggio, ambiente, Torino 2013, pp. 9-55; A. Leone, Come nacque l’articolo 9, ivi, pp. 151-185; cfr.  ora Manacorda, L’Italia agli Italiani, cit., pp. 20-22.

[23] Cfr. Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro, cit., pp. 9-14.

[24] M. Montella, Il capitale culturale, Macerata 2009; G.M. Golinelli (a cura di), Patrimonio culturale e creazione di valore, Padova 2012.

[25] A. Carandini, Il FAI per la Puglia e l’Italia. Il ruolo dell’associazionismo e della partecipazione dei cittadini, in Volpe (a cura di), Patrimoni culturali e paesaggi, cit., pp. 159-167.

[26] Si rinvia ai tanti lavori di B. Zanardi, tra cui Il restauro. Giovanni Urbani e Cesare Brandi due teorie a confronto, Milano 2009; Id., Un patrimonio artistico senza. Ragioni, problemi, soluzioni, Milano 2013; Id., La mancata tutela, cit.; Id., La tutela del patrimonio artistico in Italia, in Carletti, Giometti (a cura di), De Tutela, cit., pp. 97-102.

[27] Indico come esemplare il caso del PPTR della Puglia su cui M. Mininni (a cura di), La sfida del Piano Paesaggistico per una nuova idea di sviluppo sociale sostenibile, in Urbanistica, 147, 2011, pp. 7-71; A. Magnaghi, Il PPTR della Puglia e i progetti di valorizzazione del paesaggio per la qualità dello sviluppo, in Volpe (a cura di), Patrimoni culturali e paesaggi, cit., pp. 175-202.

[28] Volpe, De Felice, Comunicazione e progetto culturale, cit.

[29] A. Ricci, Attorno alla nuda pietra, Roma 2006; Carandini, Il FAI per la Puglia e l’Italia, cit., pp. 159-167.


Una vesione ridotta di questo testo è apparsa in Ananke, 47, 2915: 
https://www.academia.edu/10797973/Franceschini_2014_dopo_Franceschini_1966_per_una_visione_olistica_del_patrimonio_culturale_e_paesaggistico_in_Ananke_74_gennaio_2015_ISSN_1129-8219_pp._34-41
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