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Per Sara
La perdita di Sara Santoro è una perdita enorme. Scientificamente, accademicamente, umanamente. È ancor più dolorosa perché improvvisa (ammesso che ci possa essere una graduazione del dolore per la perdita di una persona alla quale si è molto legati). Conoscevo Sara da tanti anni, eravamo veri amici, ci volevamo bene e ci stimavamo molto. Apprezzano i suoi lavori, sviluppati in tanti campi, in tanti siti, in molti contesti diversi. Mi piaceva la sua energia, il suo entusiasmo, la sua voglia di sperimentare, di innovare, la sua gioia di vivere anche quando è stata provata da dolori e problemi personali e professionali. In un mondo spesso avvelenato dalle invidie e dai dispetti, lei era solare, aperta, chiara, leale. Ci siamo tenuti sempre in contatto e ci siamo aiutati. Quando vigliaccamente rischiavano di farle perdere la idoneità di ordinario, mi spesi perché Chieti la chiamasse, convinto che quella Università avrebbe fatto un ottimo acquisto, come i fatti hanno confermato. Se fosse stato possibile, l'avrei avuta volentieri come collega a Foggia (dove archeologia classica era coperta da un'altra straordinaria amica che ci ha lasciato troppo presto, José Strazzulla). Mi ha portato in Albania: è stato grazie a lei che cominciai i miei rapporti albanesi nel 2006. Avevamo - anzi abbiamo - alcuni lavori in corso, alcune importanti pubblicazioni con Edipuglia, che dovremo portare a termine anche e soprattutto per lei. L'avevo incontrata recentemente in varie occasioni, a Tirana per allestire la mostra sulle missioni italiane; nella sua Cesena quando ha voluto presentare il mio libro; a Foggia in occasione della discussione delle tesi di dottorato: c'era la discussione di un suo allievo, Marco Moderato, e lei teneva ai suoi bravi allievi! Al convegno di Egnazia. Ogni volta incontrarla era una festa. Ha sempre avuto splendidi rapporti con tutto il nostro gruppo, che conosceva bene, avendo con tutti un rapporto vero, diretto, affettuoso, senza badare a ruoli e fasce accademiche. Non riesco a pensare al fatto di non poterla più rivedere, di non poter chiacchierare di archeologia, di lavoro, di università, di progetti (quanti ne ha fatti e quanti ne aveva sempre in corso) o mangiare allegramente insieme. Ci mancherai molto Sara. Ma certo non potremo dimenticare il tuo stile, il tuo modo di intendere il mestiere di archeologo e di docente, il tuo impegno, il tuo sorriso.
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