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Perché i Bronzi non vanno all'Expo

I Bronzi di Riace non andranno all’Expo di Milano. È stato questo il responso della commissione, presieduta da chi scrive, alla quale il ministro Franceschini ha affidato il compito di verificare la trasportabilità delle sculture. In tal modo, il ministro, con grande sensibilità culturale, ha voluto evitare che una scelta di tale portata fosse ispirata solo da motivazioni di ordine politico, priva di dati tecnico-scientifici. Le attuali condizioni delle due sculture greche del V secolo a.C., rinvenute oltre quarant’anni fa nelle acque di Riace (e restano dubbi sul contesto di rinvenimento e sul perché le due statue fossero in quel luogo e in quella posizione), non consigliano uno spostamento: numerose e diffuse sono le microlesioni, gravi i problemi di tenuta delle saldature antiche, preoccupante la ‘fragilità’ venutosi a creare a seguito dell’asportazione delle terre di fusione poste all’interno delle scultura (è intrise di corrosivi sali a causa della lunga permanenza sottomarina). Inoltre, si sarebbe dovuto garantire un costante controllo del grado di umidita, temperatura, delle polveri (al museo reggino ora garantiti da sistemi di climatizzazione, aspirazione e filtraggio, anche con tappe in stanze-filtro, che il pubblico, in piccoli gruppi deve attraversare, un po’ come accade a Milano al cenacolo vinciano): ma questi sarebbero aspetti tecnici risolvibili.

Le tecnologie utilizzate in occasione del trasferimento di opere d’arte sono molto migliorate (si pensi ai recenti positivi casi dell’Augusto di Prima Porta, trasferito dai Musei Vaticani al Quirinale e poi a Parigi, o delle sculture dei giganti di Mont’e Prama, o agli stessi Bronzi di Riace trasferiti, per un tragitto urbano inferiore al chilometro, dalla sede della Regione Calabria al Museo): la valutazione complessiva effettuata dalla commissione ha però sconsigliato, nelle attuali condizioni, di sottoporre le due sculture ad un nuovo spostamento. Le motivazioni del responso negativo sono tutte di ordine meramente tecnico, in relazione ai prevedibili rischi di danneggiamento, che sempre sono legati ad un trasferimento, che – è bene sottolinearlo con forza - anche nelle condizioni di massimo rispetto di procedure tecniche rigorose, comporta inevitabilmente per tutte le opere d’arte uno stress e un acceleratore del processo di degrado.

Fin qui i dati tecnici. Ma forse è il caso di affrontare anche l’aspetto scientifico e culturale. Se anche si fosse accertato che il trasporto delle due sculture non avrebbe comportato un «pregiudizio alcuno per la loro integrità e conservazione» (questo chiedeva di verificare il decreto istitutivo della commissione), resta da segnalare la preoccupante debolezza, se non l’assoluta mancanza, di un progetto scientifico e culturale, che sempre dovrebbe essere alla base del prestito e dello spostamento di un’opera d’arte dal luogo di conservazione. Perché i Bronzi all’Expo? Esposti dove e come? Isolati o insieme ad altri capolavori, scelti con quale criterio? O tra gli stand delle nostre delizie gastronomiche? Mostrati per celebrare le eccellenze italiane (sarebbe come se la Francia per celebrare l’eccellenza francese mostrasse la Gioconda!)? Feticismo si è contrapposto a feticismo. Quello di chi avrebbe voluto esporli come testimonial pubblicitari per attirare quelle folle di turisti che si teme disertino l’appuntamento, e quello di chi ha minacciato le barricate per difendere un ‘bene della Calabria’, Sud neoborbonico contro Nord padano! Abbiamo assistito a polemiche di scarsissimo livello culturale e politico, e a improbabili dibattiti sulla presunta decontestualizzazione delle opere (quale sarebbe il contesto dei Bronzi? Il Museo di Reggio Calabria, dove sono casualmente esposti, le acque di Riace, Locri o un’altra città della Magna Grecia, la Grecia?). Ma, soprattutto, cosa avrebbero dovuto raccontare del nostro paese? Eppure di storie da raccontare a milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo i Bronzi ne avrebbero tantissime. Ad alcuni sarebbero piaciuti progetti come, ad esempio, uno sguardo sulla scultura classica o sul primato italiano nel campo del restauro. A chi scrive sarebbe piaciuto un progetto culturale fortemente innovativo: far raccontare ai Bronzi le storie del Mediterraneo, di quel mare che ha rappresentato per secoli il luogo di incontro di civiltà, di idee, di traffici, di merci di ogni tipo, derrate alimentari e anche opere d’arte; un mare che un grande archeologo subacqueo, George Bass, ha definito ‘il più grande museo del mondo’, e che ha restituito le sculture di Riace, insieme a tante altre opere d’arte. A pensarci bene, sarebbe ancora una sfida possibile, se solo lo si volesse: si stabilisca un legame Milano-Reggio Calabria, con un’esposizione congiunta su questo tema nelle due sedi, gli originali a Reggio, fedeli copie 3D e ricostruzioni virtuali a Milano, con la messa in campo delle capacità e delle tecnologie più innovative che l’Italia possiede.

Articolo pubblicato (con alcuni tagli) in La Repubblica, 9.10.2014, pp. 1, 55.  

 


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