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Sciatunostro
Ieri a Monopoli, nel bel teatro Radar, nell’ambito del festival Sudestival, una notevole e vivace iniziativa cinematografica curata da Michele Suma, con un pubblico molto attento e colto (anche se purtroppo non molto numeroso), ho avuto il piacere di vedere (in realtà rivedere: ma in sala è sempre un’altra cosa rispetto al monitor) Sciatunostro di Leandro Picarella.
Mi sono chiesto: perché io? Non sono un critico cinematografico, né uno studioso di cinema, sono solo uno spettatore, con una qualche passione per il linguaggio cinematografico. UniBa patrocina il festival e si sarà pensato a me come delegato del rettore per i Beni Culturale (e sono convinto che i questi legami con realtà culturali di qualità del nostro territorio vadano molto sviluppati). Forse perché il film tratta di un’isola, Linosa, del mare, del paesaggio isolano, e si è pensato a me come archeologo dei paesaggi e anche subacqueo. Ho condotto scavi in un’altra isola siciliana, Ustica. Poi, invece, ho capito che non sono poche le possibili relazioni anche con l’archeologia, per tanti motivi, come ha sottolineato anche Achille Chillà, che ha moderato in maniera molto colta la conversazione. In ogni caso mi ha fatto un enorme piacere. A partire dalla possibilità di conoscere personalmente Leandro Picarella.
Sono moltissime le cose che si potrebbero dire sul film, che mi ha suscitato tantissime riflessioni.
È un film solo apparentemente semplice. In realtà è un film molto complesso, che consente di adottare moltissime chiavi di lettura. Ne proporrò solo alcune
È un elogio dell’isola, della vita sull’isola, della filosofia dell’isola, dell’autenticità dell’isola. Un elogio sviluppato attraverso le vicende di due giovanissimi (attori non professionisti, come tutti nel film), Ettore e Giovannino, uno adolescente di 11 anni, l’altro un bambino di 7, legati da una amicizia per la pelle, una di quelle amicizie che segnano la vita. Due ragazzi che vivono con la loro semplicità, autenticità, genuinità. L’altro protagonista è un anziano fanalista, Pino, appassionato di videoriprese e impegnato nella creazione di un archivio di immagini, un vero archivio della memoria dell’isola. Le due vicende corrono parallele, si intrecciamo, avendo come contesto l’isola, il suo paesaggio, e alla fine finiscono per identificarsi nel caso di Giovannino, che riceve il testimone (la telecamerina) da Pino (che somiglia un po’ in questo all’Alfredo di Nuovo Cinema Paradiso) diventando lui stesso testimone dell’isola.
La scelta di intrecciare i racconto con una selezione di immagini amatoriali, anche mosse e sfuocate, con scene di bagni e mangiate di anguria in spiaggia, pranzi familiari, feste, balli, diventa un elemento peculiare del film.
L’isola di Linosa è presentata come il paradigma delle isole. Isola amata e maledetta, isola nera da cui fuggire (come a Ettore dice suo zio: “vai via ora che se bambino, perché da grande non avrai più il coraggio di andare via”) e da cui si fa fatica a separarsi: è meravigliosa la scena in cui i genitori comunicano a Ettore la decisione di andare via per trasferirsi ad Agrigento alla fine dell’estate, segnata dallo sguardo perso di Ettore incapace di reagire; o la scena in cui i due bambini dall’alto della montagna urlano varie frasi per sentire l’eco e Giovannino ripete più volte: “l’estate è bellissima”, “Ettore non va più via!”.
Anche Linosa, come le persone, ha un passato perduto, quando si pescavano le cernie quasi senza fatica. Oggi a causa dell’inquinamento, dei danni della pesca con le bombole, del turismo quell’ antico equilibrio ambientale si è rotto.
Al centro del film c’è il tempo. Un tempo che scorre lento, che quasi resta sospeso.Il regista è bravo con le sue inquadrature a cogliere il tempo. Picarella racconta le micro-attività quotidiane, i gesti minimi, i tempi morti, la microstoria. Anche in questo c’è un qualcosa di archeologico nel film: anche noi archeologi ricostruiamo soprattutto piccole storie di vita, ci interessiamo alle vite degli altri, di quanti hanno vissuto nel passato un certo luogo, così come Picarella attraverso Ettore, Giovannino e Pino ricostruisce la microstoria dell’isola.
Il film privilegia volutamente i ritmi lenti, il contatto con la natura rude, i silenzi, il suono del mare, dei gabbiani, delle berte (che a Linosa nidificano e sono molto presenti nel film), del vento. Una vita lenta, senza frenesie, senza cellulari.
È un’isola fuori dal tempo: a volte non si capisce bene in che anni si svolgono le scene, se negli anni Settanta Ottanta delle riprese di Pino o oggi nelle immagini di Picarella, in una dimensione volutamente atemporale, in cui però tutto cambia e “il tempo non torna più”.
Tra la vicenda dei due ragazzi, le loro scorribande isolane, e le immagini di Pino, si crea una semplice alternanza, come quella sempre uguale delle stagioni, tra l’estate, con le feste, i bagni, i turisti, e l’inverno triste, piovoso, con il mare in tempesta. Ho trovato in questo una certa convergenza con il cinema di Emanuele Crialese, per un certo “respiro” (sciatu, e non a caso mi riferisco proprio a “Respiro”) che li accomuna, per una certa atmosfera, per l’idea dell’isola selvaggia, il tempo sospeso, la centralità del paesaggio, altro vero protagonista del film.
Allo stesso modo l’inserimento dei video di Pino mi ha fatto pensare a una tecnica cara a Pietro Marcello. In entrambi i casi l’inserimento di documenti di archivio non serve banalmente a “documentare” il passato in senso didascalico, non si riduce a citazione “colta”, ma è funzionale alla memoria, quasi tuffi nel passato. Questa scelta tecnica è anche uno dei marchi di fabbrica del cinema di Marcello per es. in film come La bocca del lupo o Bella e perduta, nei quali, come in Sciatunostro, i tempi diversi fanno sentire che il presente è un palinsesto, non l’esito di una linea retta.
In realtà nel confronto con Picarella è emerso che il suo vero punto di riferimento è Franco Piavoli, un regista che – lo ammetto – non conosco e che ora cercherò di approfondire.
Ho molto apprezzato la scelta di Picarella di non offrire un’immagine edulcorata dell’isola, ma di preferire una visione della Sicilia fuori dai cliché e dai luoghi comuni. Non il turismo scintillante (la nuova chimera del Sud, dopo quella dell’industrializzazione degli anni Sessanta) ma il cuore rude dell’isola, dove due ragazzi si muovono tra ruderi, case abbandonate, grotte, nidi di berte, nel cimitero: tutto è un’avventura, tutto è occasione di scoperta, come quando cercano qualcosa con un metal detector. Ettore cammina sempre a piedi scalzi. Entrambi si arrampicano, corrono, vanno in bici, si avventurano in un periplo a bordo di una zattera improvvisata, pescano. Anche in questo caso è scattato un confronto, quello con Carlo Sironi de “Quell’estate con Irene”, che pur raccontando una storia diversa di due giovani ragazze, ha ugualmente al centro l’estate, l’isola, il mare, la profonda amicizia come quella tra Ettore e Giovannino.
Sono molte le scene commoventi (e chi scrive al cinema si commuove!): il lungo, ripetuto abbraccio al momento della partenza del traghetto tra Giovannino ed Ettore o l’abbraccio al ritorno di Ettore sull’isola all’inizio dell’estate, con la scelta perfetta di Fiorella Mannoia che canta “il tempo non torna”.
Sciatunostro è un’opera piccola solo in apparenza: in realtà è densa, stratificata, quasi archeologica nel metodo. Non dà risposte, non semplifica, ma suscita domande. Chiede tempo allo spettatore ma, in cambio, offre grande profondità. Ed è anche questa sua onestà, assai rara, a renderlo un bel film. Il regista ha scelto la sottrazione, il silenzio, l’attesa. Il paesaggio non è sfondo, ma parte attiva del racconto, uno spazio etico più che geografico. La Sicilia che emerge è lontana da ogni cliché: non è immagine edulcorata o stereotipata, è vita ed esperienza. Il film non giudica, non spiega, non ammicca. Mostra. Anche in questo senso è quasi un atto di resistenza, e soprattutto di esistenza. È un film molto poetico, semplice e profondo al tempo steso, volutamente lento ma tutt’altri che noioso, privo di intellettualismi.
È un film fondato sulla nostalgia intendendo propriamente per nostalgia quel sentimento di rimpianto e desiderio per qualcosa che appartiene al passato (com’è noto nostalgia viene dal greco nóstos-ritorno e álgos-dolore: il dolore per ciò che non può tornare com’era). Non è semplice memoria. È una memoria ricca di emozione. Il passato non viene mai idealizzato, evitando ogni forma di nostalgia rassicurante. Il film si muove, infine, sul confine sottile tra memoria e identità. Un’identità che non chiude, che non segna confini. Come ho avuto modo di dire in pubblico con una battuta: un’identità che non isola.
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