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Chiusura di Archeologia a Unifg: la testimonianza dei colleghi di Unisi


“La nostra immagine di copertina” (EZ, FC, MV)

“Una medusa per (provare a) ripartire”

Il cambio di copertina infrasettimanale è dettato evidentemente dall'attualità. Domani il Senato Accademico dell'Università di Foggia dovrà prendere unadecisione difficile: dovrà deliberare se chiudere o meno il corso di Laurea Magistrale in Archeologia.

Le motivazioni della possibile chiusura possono essere riassunte in poche parole: il corso in questione non ha raggiunto il numero minimo di iscritti (quindici) previsto dalle norme di Ateneo, che sono molto più restrittive della legge nazionale (sempre lei, la famigerata Gelmini...) che fissano a dieci lo stesso numero minimo.
Si dirà: tra dieci e quindici non c'è una grande differenza e gli studenti di quella Magistrale sono comunque pochi. In numeri assoluti è così, in numeri relativi lo è molto meno (stiamo parlando comunque di un 50 % in più), in numeri “storici” forse bisognerà riflettere meglio.

I quindici studenti come numero minimo sono stati indicati qualche anno fa – per ironia della sorte proprio da Giuliano Volpe, il fondatore dell'archeologia universitaria a Foggia e a quell'epoca Rettore dell'Ateneo – come uno strumento per contenere la proliferazione incontrollata dei corsi di studio nelle sedi distaccate, ovvero uno dei fenomeni distorsivi che sono stati nei decenni scorsi alla base della crisi del sistema universitario italiano.

Si tratta di una norma “interna” all'Ateneo, una “legge locale”, che, al pari di tutte le leggi, ha una sua ragion d'essere nel momento in cui viene promulgata, ma che non necessariamente deve essere mantenuta valida fino alla fine dei giorni.
Cambiano le circostanze storiche, cambiano le percezioni collettive, cambiano le strategie degli Atenei.

In questa circostanza storica, che vede la stragrande maggioranza delle Università italiane faticare non poco per raggiungere con i singoli corsi i numeri minimi previsti dalla legge nazionale, una norma locale ulteriormente restrittiva appare quanto meno anacronistica.

Nella percezione collettiva del momento che stiamo vivendo non v'è chi non veda che il rilancio delle politiche della formazione e della ricerca, in particolare in un settore strategico come quello dei Beni Culturali, non passa per misure draconiane e per i famigerati tagli lineari. Le misure draconiane e i tagli lineari non solo la soluzione del problema, sono una parte sostanziale del problema che sta mettendo a rischio di estinzione il nostro sistema universitario.

Le strategie sono frutto del momento storico e della percezione collettiva: se il capo della Banca Centrale Europea pensa a “misure non convenzionali” per sostenere il sistema economico occidentale, viene davvero da chiedersi se dobbiamo necessariamente appellarci al rispetto lineare di una legge locale per chiudere un corso di studio che è, inutile negarlo, molto di più di una opportunità formativa.

L'archeologia di Foggia è stata ed è uno dei punti di riferimento nazionali e internazionali nella ricerca di qualità (basta dare un'occhiata ai risultati delle valutazioni nazionali); è stata ed è uno dei centri di formazione avanzata più importanti di questi ultimi quindici anni (e lo possiamo certificare noi che, oltre che amici, siamo in qualche misura concorrenti e anche un po' invidiosi...); è stata ed è un motore straordinario di una gestione oculata e sostenibile di un paesaggio archeologico, antropico e culturale che ha pochi eguali in Italia e forse nel Mediterraneo (se la Puglia è stata la prima regione italiana a dotarsi di un Piano del Paesaggio degno di questo nome una ragione ci dovrà pur essere).

Fermare tutto questo per una questione di numeri lineari e “astorici” è, semplicemente, antistorico, irragionevole e dannoso. 

Paradossalmente non dannoso per i docenti e i ricercatori foggiani che qualche cosa da fare la troveranno comunque. Dannoso per il tessuto sociale e culturale di quel territorio che perderà una opportunità importante di formazione avanzata e una altrettanto importante occasione di sviluppo economico sostenibile.
E di queste due cose, Foggia, la Daunia e tutti noi abbiamo realmente un gran bisogno.

Speriamo che la Medusa dell'ipogeo di Arpi, divenuta l'icona di questa battaglia culturale, ispiri saggezza ai senatori dell'Ateneo foggiano.

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