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Dialogo con Domenico Losurdo sulla lotta di classe

Bella presentazione ieri a Monte Sant'Angelo nell'ambito di Festambiente Sud del corposo e interessante libro Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, 2013, pp. 383)

Si tratta di un libro bellissimo, denso, ricco di spunti e di approfondimenti, impegnativo ma di piacevole lettura.

In un momento di grave crisi si registra il “ritorno della lotta di classe”: “era dunque dileguata?” si chiede Losurdo. Si registra anche un ritorno a Marx,  un nuovo interesse, una riscoperta, una nuova grande fortuna (anche con una generazione di giovani studiosi, come Diego Fusaro con il suo ‘Bentornato Marx’, oltre a studiosi come Costanzo Preve che Marx non lo ha mai abbandonato).

Losurdo contesta la visione irenica di Ralf Dahrendorf, secondo cui la lotta di classe sarebbe finita per mancanza del contendere; nella società capitalistica conterebbe il merito, l’istruzione (ma è veramente così?), per cui si sarebbe realizzato un “livellamento sociale” senza il bisogno della lotta di classe.

Critica anche Jürgen Habermas , secondo cui non ci sarebbe più la lotta di classe grazie all’affermazione dello stato sociale; è vero in Europa e non in USA; in ogni caso il Welfare State non si è realizzato per  una ‘tendenza intrinseca del capitalismo ma semmai come ‘risultato della mobilitazione politica e sociale delle classi subalterne’ (cioè come esito della lotta di classe). L’attuale crisi del welfare, smantellato sia da governi conservatori sia da governi socialdemocratici dimostra l’infondatezza della tesi di Habermas.

Ma soprattutto: quando parliamo di lotta di classe è corretto riferirsi solo alla contrapposizione tra proletariato e borghesia? Ed è questo che intendevano Marx e Engels? Losurdo, ripartendo proprio dai testi dei due ‘grandi intellettuali e militanti rivoluzionari’, dimostra quanto essi avessero una idea plurale della lotta di classe, tanto da parlarne effettivamente al plurale: “La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe”. Basti pensare al mondo antico, greco-romano, o all’età medievale e in generale a tutte le forme di conflitto nelle società precapitalistiche.

Losurdo però rifiuta nettamente anche una visione naturalistica del conflitto sociale: cioè una visione semplicistica secondo cui c'è sempre stato e sempre ci sarà una lotta tra forti e deboli, tra potenti e subalterni, tra chi comanda e chi obbedisce. Una visione che in definitiva induce a ritenere ineluttabile e immodificabile tale situazione, e che risulta congeniale alle classi dominanti.

Losurdo contrappone alla visione di una sola lotta di classe, proprio partendo dai testi di Marx, la tesi di una molteplicità di lotte di classe, dimostrando sulla base di una documentazione enorme quanto questo schema interpretativo sia fondamentale per capire la storia degli ultimi secoli e anche di oggi.

In tal modo Losurdo include nella categoria lotta di classe non solo tutte le diverse lotte di liberazione nazionale, i movimenti anticolonialisti, ma anche le battaglie sociali per i diritti civili, da quelle femministe a quelle dei movimenti omosessuali.

Nella visione marxiana-engelsiana – dimostra Losurdo - la lotta di classe è un genus che si articola in varie species: dalle lotte di classe condotte dalle borghesie contro l'aristocrazia terriera e l'Ancient Régime, quindi le lotte tra gli operai salariati che lavorano nelle fabbriche e i capitalisti, ma anche la lotta delle donne contro la «schiavitù domestica» (nella Ideologia tedesca di Marx e di Engels si legge che nella famiglia patriarcale «la donna e i figli sono gli schiavi dell'uomo»), infine la lotta dei popoli sottoposti a regimi coloniali e semicoloniali.

Come ha sottolineato Gianni Vattimo “Lungi dall'essere una semplice storia del concetto di lotta di classe e dei significati che ha via via assunto in differenti contesti, il libro è una grande saggio di filosofia della storia”.


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