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La recensione di Angelo Cimarosti su Archaeoreporter
Giuliano Volpe, con Archeologia – Storia, metodi, paesaggi e persone, ci presenta per Laterza una nuova introduzione alla disciplina. Lo sappiamo, non mancano queste introduzioni, anche ottime. Per la verità alcune sono storicizzate, basti pensare a quella tuttora viva editorialmente di Ranuccio Bianchi Bandinelli. Poi c’è la seminale Prima Lezione di archeologia di Daniele Manacorda, sempre attuale ma, a guardare bene, da 22 anni sugli scaffali.
Quindi, visto che anche questi densi volumetti sono di Laterza, l’editore ha evidentemente ritenuto necessario integrare questi precedenti, ed ha affidato il compito a un archeologo impegnato sul campo, nell’accademia e in prima linea anche sul fronte che definirei politico-progettuale. Una figura non neutra, come è giusto che sia per una materia che, a dispetto dell’etimologia, è sempre strettamente legata al presente. D’altronde lo stesso claim (passatemi il termine) di ArchaeoReporter, lo ricordiamo, è “non c’è nulla di più contemporaneo dell’archeologia”
Le prime pagine sono autobiografiche, a cominciare dalla folgorazione dovuta a una conferenza di Andrea Carandini, della cui scuola ha poi fatto parte assieme a molti altri nomi importanti di quell’archeologia che introdusse finalmente in modo stabile il metodo stratigrafico in Italia.
Si entra nel merito della disciplina con una struttura quasi obbligata: prima la storia dell’archeologia, poi i metodi, quindi i paesaggi, le persone, le tecniche, la comunicazione (argomento meno “scontato” a dire il vero) e il ruolo pubblico dell’archeologia nella società contemporanea.
Le tappe dell’archeologia
Una scienza “storica” lunga, stratificata, cambiata nel tempo. Si parte dagli esordi, tra Antichità e Medioevo, quando l’interesse per le tracce materiali del passato era ancora legato all’erudizione, al collezionismo, al reimpiego, alle medaglie, alle iscrizioni, agli oggetti considerati preziosi o curiosi.
Poi arrivano la nascita stessa della parola “archeologia”, il peso dell’antiquaria, il rapporto con la storia dell’arte, il ruolo dei viaggiatori, degli eruditi, delle grandi scoperte ottocentesche, fino alle missioni archeologiche e alla formazione delle scuole nazionali.
In questa lunga vicenda trovano posto figure e passaggi decisivi: Winckelmann e l’idea dell’arte antica, Lord Elgin e la questione, ancora oggi molto sensibile, della circolazione e della sottrazione dei beni antichi, Pompei come laboratorio permanente dell’archeologia moderna, Schliemann e la scoperta della civiltà micenea, l’archeologia italiana a Creta e la nascita della Scuola Italiana di Atene. L’archeologia appare così come una disciplina nata da molte radici: antiquaria, filologia, storia dell’arte, geologia, topografia, scavo, classificazione, studio dei materiali.
Il secondo passaggio riguarda l’archeologia moderna. Qui Volpe insiste sul metodo scientifico, sulla ricerca sul campo, sull’archeologia “dalla terra”, sulla nascita della topografia antica… Fiorelli, Lanciani, Orsi, Giacomo Boni… Qui la capacità di sintesi di Volpe, che fa parte di quegli archeologi che sanno scrivere non solo paper scientifici, è preziosa, uno sguardo a volo di uccello di una materia di per sé affascinante ma frastagliata e non lineare.
Archeologia e società
C’è il rapporto tra archeologia e società, oltre il recupero di monumenti o oggetti antichi, ma una pratica di conoscenza che deve saper leggere contesti, relazioni, trasformazioni. È qui che entrano in gioco anche le grandi svolte del Novecento: l’archeologia stratigrafica, la scuola delle “Annales”, l’attenzione per le strutture economiche e sociali, le nuove archeologie, fino alle tendenze degli ultimi decenni.
Il cuore metodologico del libro è lo scavo. Volpe lo presenta a partire, ovviamente, dallo sguardo archeologico: la capacità di vedere nel terreno al di là di una massa indistinta di terra e pietre, individuando una sequenza di azioni, fasi, attività, abbandoni, trasformazioni, riusi.
La stratigrafia diventa il linguaggio fondamentale dell’archeologia contemporanea. Dalla geologia arriva il principio della sovrapposizione degli strati, ma l’archeologia lo trasforma in uno strumento storico: ogni deposito, ogni taglio, ogni riempimento, ogni residuo, ogni infiltrato entra in una relazione fisica e interpretativa con ciò che lo precede e lo segue.
Metodi e classificazioni
Scavare, in questo senso, non significa semplicemente “trovare”. Significa distruggere in modo controllato un contesto per poterlo documentare, comprendere e ricostruire. Proprio per questo lo scavo è una pratica irreversibile, che richiede metodo, documentazione, responsabilità.
L’archeologo registra ciò che rimuove, costruisce una sequenza, distingue tra fase, periodo, azione, evento, residuo, intrusione. La cronologia, da sola, non basta: il dato archeologico acquista senso quando viene inserito in un racconto storico fondato sulle relazioni stratigrafiche.
Accanto allo scavo, Volpe dedica spazio alla tipologia, cioè alla classificazione dei materiali archeologici. Classi, tipi, varianti, attributi: dietro queste parole tecniche c’è una parte essenziale del lavoro archeologico. I reperti non parlano da soli. Devono essere riconosciuti, descritti, confrontati, messi in serie, datati, collegati ai contesti da cui provengono. La classificazione come grande operazione etica per gli archeologi perché, ricorda Volpe citando Massimo Vidale, “se non classifichiamo, non pensiamo e non facciamo archeologia”
Un capitolo riguarda la materia, la produzione e i saperi tecnologici. Qui l’archeologia incontra l’archeometria, le analisi scientifiche, lo studio delle materie prime, dei processi produttivi, degli ecofatti e dei manufatti. L’oggetto archeologico viene letto nella sua materialità: entra in gioco il rapporto tra l’archeologia e le scienze dure, nel perenne dialogo di cui si deve nutrire la disciplina
Paesaggi della storia e paesaggi della mente
Il libro allarga poi lo sguardo al paesaggio. È questo il contesto dei contesti secondo Volpe,: non un sistema storico, non una quinta teatrale. Sappiamo bene quanto i paesaggi siano stratificati, conservino tracce di lunga durata, mettano insieme insediamenti, vie, campi, infrastrutture, necropoli, luoghi di culto, cave, porti, confini, trasformazioni ambientali.
L’archeologia dei paesaggi consente di superare la visione del singolo sito isolato, è un presente ma sempre più un futuro della ricerca archeologica, compresa, ci ricorda l’autore, la definizione di mindscapes, i paesaggi percepiti dalla mente in antichità e nel presente
Archeologia pubblica, cioè di tutti e non solo per finta
Questa impostazione porta naturalmente alla parte finale del volume, dedicata all’archeologia oggi. Qui il libro diventa anche una riflessione sul presente della disciplina. L’archeologia contemporanea non vive fuori dalla società. È condizionata dalle crisi economiche, ambientali, politiche, sanitarie, demografiche e culturali.
La riduzione dei finanziamenti, la precarietà del lavoro, la trasformazione delle forme di comunicazione, la gestione del patrimonio e il rapporto con le comunità incidono direttamente sul modo in cui si fa ricerca, tutela e valorizzazione.
Volpe insiste su un punto centrale: l’archeologia è partecipazione, dunque l’archeologia è pubblica. Non basta che gli archeologi studino, scavino, restaurino e pubblichino per altri specialisti. Il patrimonio archeologico riguarda la società nel suo complesso. La conoscenza del passato deve uscire dai recinti strettamente accademici e diventare occasione di consapevolezza, educazione, responsabilità collettiva.
Qui emerge uno dei temi più riconoscibili del lavoro di Giuliano Volpe, che dell’archeologia pubblica è stato ed è uno dei principali promotori in Italia. Va molto al di là della comunicazione superficiale o semplice divulgazione. È molto di più: il tentativo, diremmo il dovere, di costruire un rapporto nuovo tra archeologi, istituzioni, cittadini, comunità locali, territori e patrimonio culturale.
Ideologie e nazionalismi cattivi maestri
Volpe chiarisce che il patrimonio archeologico non appartiene agli archeologi. Gli archeologi hanno competenze, responsabilità scientifiche, doveri di tutela e di interpretazione; ma il patrimonio è di tutti. Questa affermazione non elimina il ruolo degli specialisti, anzi lo rende più necessario. Proprio perché il patrimonio riguarda tutti, servono conoscenza, metodo, rigore, mediazione critica. La partecipazione senza competenza rischia di diventare retorica. La competenza senza partecipazione rischia di chiudersi in una forma di proprietà simbolica del passato.
Si mette in guardia anche dagli usi politici e strumentali dell’archeologia. Il passato può essere (lo è stato e lo è, eccome) manipolato, piegato a narrazioni nazionaliste, identitarie, ideologiche. I monumenti, i siti, gli scavi, perfino le immagini dell’antico possono diventare strumenti di propaganda o di conflitto. Per questo l’archeologia pubblica non è soltanto una questione di comunicazione: è una responsabilità civile. Significa spiegare, contestualizzare, distinguere dati e interpretazioni, contrastare semplificazioni, appropriazioni e abusi del passato.
Comunicare, a tutti
La comunicazione, in questa prospettiva, diventa un ponte tra archeologia e società contemporanea. Volpe sottolinea che comunicare non significa semplificare fino a deformare. Significa rendere accessibile ciò che è complesso, senza tradire la complessità.
La pubblicazione scientifica resta un dovere: uno scavo non pubblicato è una perdita di conoscenza. Ma accanto alla pubblicazione specialistica serve una comunicazione capace di raggiungere pubblici diversi, con linguaggi diversi, senza rinunciare alla correttezza.
L’archeologia ha da tempo sorpassato il culto nostalgico-feticistico delle rovine, la caccia all’oggetto eccezionale (per la verità non nei titoli di certi comunicati). È una disciplina storica, scientifica e pubblica, che studia le tracce materiali delle società umane per comprendere il passato e contribuire al presente. Nei paesaggi, negli scavi, nei reperti, nei resti umani, nelle architetture, nei materiali, l’archeologia legge storie di comunità, economie, tecniche, scambi, conflitti, identità.
Questa introduzione presenta l’archeologia come metodo di conoscenza e come pratica sociale. Una disciplina che ha bisogno di rigore, ma anche di apertura; di specialisti, ma anche di cittadini consapevoli; di ricerca, ma anche di restituzione pubblica. In questo senso, l’archeologia oggi non si limita a “scoprire”, “ritrovare” e “mettere in fila” lacerti di passato. Deve contribuire a renderli comprensibili, condivisi, discussi, vivi nella coscienza delle comunità che li ereditano.
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