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Le concessioni di scavo e il futuro dell'archeologia

Il 4 dicembre 2012 una circolare del Direttore Generale alle Antichità del Ministero per Beni e le Attività Culturali, ha affrontato il tema delle concessioni di scavo, cioè quel sistema previsto dalla legge che consente anche alle Università e ad istituti di ricerca italiani e stranieri di condurre scavi in Italia. È un istituto antico, risalente all’Ottocento, quando regolava soprattutto gli interventi di privati e riguardava essenzialmente la scoperta di tesori. Poi è stato via via adattato ai rapporti con le Università: attualmente sono circa 300 gli scavi condotti in regime di concessione. Nell’ultima circolare si prevedeva di negare la concessione, salvo motivate eccezioni, per gli scavi condotto in terreni di proprietà privata, a causa del progressivo aumento dei costi legati al premio di rinvenimento, previsto dalle norme per i proprietari dei terreni.

Al di là della gravità della questione specifica in sé, sono, a parere di chi scrive, un’ennesima spia del tipo di rapporti esistenti tra il MiBAC e le Università italiane. Questa circolare fa seguito ad una serie di misure precedenti, tra cui la circolare del 16 marzo 2011, con la quale si introducevano alcune significative limitazioni, e l’abrogazione del sistema più flessibile della convenzione. Si tratta, cioè, di misure organiche ad una certa visione della tutela e della ricerca archeologica in Italia e toccano dunque un aspetto culturale, metodologico e politico prima ancora che organizzativo o economico.

Mettendo da parte le questioni specificamente normative e anche quelle di ordine costituzionale sulla liberta di ricerca, mi preme inserire questo tema, che ha recentemente creato non poca preoccupazione nel mondo universitario, nel quadro delle relazioni MiBAC-Università.

Premetto che non sottovaluto affatto la gravità del problema economico, indicato ora quale causa principale per la bocciatura delle concessioni di scavo alle Università nel caso di indagini condotte in terreni di proprietà privata: dalla Direzione Generale hanno reso noto che, a fronte di uno stanziamento di soli 23.000 euro per i premi di rinvenimento nel 2012, ci sarebbe bisogno di oltre 4,5 milioni per far fronte alle richieste pervenute.

Si tratta di un dato inconfutabile, che non può essere ignorato. Ma mi permetto di dubitare che il problema economico dei premi di rinvenimento sia esclusivamente posto dagli scavi universitari, che rappresentano notoriamente una percentuale minima rispetto all’insieme degli scavi archeologici eseguiti in Italia. Inoltre, pur volendo limitare i possibili costi, sarebbe stato opportuno evitare un blocco generalizzato, verificando le situazioni specifiche e valutando casi particolari, come scavi eseguiti in proprietà private di enti ecclesiastici, associazioni, fondazioni, che mai in passato hanno fatto richiesta del premio di rinvenimento.

Anche la soluzione successivamente proposta, a seguito delle proteste del mondo universitario ed anche di un certo rilievo mediatico assunto dal problema, consistente nell’attribuire alle Università il carico del premio di rinvenimento, costituisce una soluzione solo apparente. Perché: a) il costo grava pur sempre sul bilancio statale, sia pur a carico dei bilanci delle Università (che sono – è il caso di ricordarlo, perché pare che spesso questo dettaglio sia spesso dimenticato - parti dello stesso Stato); b) diventerà sempre più difficile programmare uno scavo universitario ed elaborare un piano delle spese autorizzato dai Consigli dei Dipartimenti e dai Consigli di Amministrazione, a causa dell’imprevedibile costo per il premio di rinvenimento. Per la prima volta nella storia dell’archeologia sarà considerata una iattura la scoperta di oggetti di pregio, di un tesoretto di monete, di una scultura!

Conosco il problema anche per esperienza personale, sperimentata già prima delle recenti disposizioni: ho diretto, infatti, per un decennio gli scavi nella città antica di Herdonia in Puglia, un sito pluristratificato abbandonato posto in terreni di proprietà privata; prima di me, per quasi un trentennio, gli scavi erano stati diretti da Joseph Mertens. A partire dal 2000, nel pieno di un ampio progetto di scavi di una grande missione italo-belga, le concessioni non sono più state più rinnovate, poiché – questa era la motivazione – i proprietari chiedevano l’erogazione del premio di rinvenimento, con un grande dispendio di energie e di lavoro per la Soprintendenza oltre che di cospicue risorse finanziarie. Un problema reale, dunque, che non poteva essere ignorato. Bisognerebbe, però, considerare anche altri aspetti quali: a) la sospensione (formalmente fino all’acquisizione dell’area al patrimonio pubblico) di una delle poche ricerche scientifiche sistematiche pluriennali condotte in una città abbandonata; b) la fine della serie di edizioni degli scavi, composta finora da ben 11 volumi oltre a numerosissimi articoli, monografie, convegni; c) il venir meno di uno dei più grandi campi scuola di archeologia d’Europa; d) infine, l’abbandono totale dell’area, che fino ad allora, a cura delle missioni universitarie belga e italiana, era stata tenuta pulita, manutenuta ed anche dotata di un minimo di supporti didattici per la visita. L’area archeologica, peraltro, è tuttora in proprietà privata. Non sono da considerare anche questi come ‘costi’ pubblici, in termini di danno alla ricerca, alla formazione, alla conservazione e fruizione del patrimonio? Con le norme attuali, gli scavi di Herdonia (come tanti altri in Italia) non sarebbero mai stati eseguiti e il nostro livello di conoscenze sulla Daunia preromana, romana e medievale sarebbe oggi irrimediabilmente più povero. Oppure, troveremmo oggi su quell’area un quartiere residenziale o dei capannoni. Rischiando di dire una banalità, ricordo che la conoscenza è la prima tappa, imprescindibile, della tutela.

Il rifiuto delle concessioni per gli scavi in terreni di proprietà privata comporta una serie di ricadute, che cerco rapidamente di schematizzare. Innanzitutto, si limita l’attività di ricerca, che risulta condizionata non già dal tipo di sito prescelto, sulla base di precise domande storiche, ma dalla natura giuridica del sito stesso. Come si può pensare che gli scavi possano essere condotti solo in aree demaniali o all’interno di parchi archeologici, che rappresentano notoriamente un numero piccolissimo rispetto alle migliaia di siti archeologici presenti in Italia? Anche sotto questo profilo, gli archeologi universitari costituiscono forse l’unica categoria di studiosi pubblici la cui ricerca è così fortemente condizionata, limitata o addirittura impedita dai vincoli di una concessione.

Inoltre, si condiziona l’attività formativa, che – è bene sottolinearlo – ormai include organicamente nei curricula archeologici le attività sul campo. È questo l’effetto di un profondo cambiamento dell’idea stessa di archeologia, oggi non più immaginabile senza l’aspetto sperimentale del lavoro appreso su uno scavo o in un laboratorio. Ormai non c’è più – e per fortuna – una sola Università che non preveda l’inserimento formale delle attività di scavo nei piani di studio e nei contratti formativi con gli studenti, a volte anche con l’erogazione di un numero significativo di crediti. Alcuni decenni orsono gli scavi universitari in Italia si contavano sulle dita di una mano e la partecipazione degli studenti riguardava numeri ridottissimi, mentre oggi centinaia di allievi sono coinvolti in attività sul campo di varia natura. Pensare che questo tipo di formazione possa o debba essere svolta solo nelle énclaves dei parchi archeologici significa limitare, o almeno fortemente condizionare, il curriculum di formazione archeologica. Una delle critiche, che spesso i colleghi delle Soprintendenze ed anche, ora, gli archeologi professionisti, che sempre più numerosi operano in Italia, rivolgono alla formazione archeologica universitaria, riguarda proprio quel clima ‘sereno’ e ‘tranquillo’, con tempi rilassati e procedure raffinate tipiche di uno scavo universitario. La critica è, certamente, ingenerosa ed ingiusta (cantieri nei quali ci sia la necessaria tranquillità per capire come operare correttamente sono indispensabili anche per prepararsi ad affrontare in futuro situazioni di emergenza), ma sottolinea il rischio di un’eccessiva separazione tra uno stile di ricerca universitaria e la ‘dura realtà’ della professione dell’archeologo: i cantieri di scavo professionale sono di tutt’altra natura, caratterizzati spesso da tempi strettissimi e stressanti, da difficili condizioni operative tipiche dell’archeologia preventiva, dei cantieri edili o delle grandi opere, tra rigide norme di sicurezza, problemi logistici, attenzione agli aspetti contrattuali ed economici. Ebbene, la soluzione per evitare questa separazione dovrebbe prevedere un coinvolgimento sempre maggiore delle Università anche in questo tipo di operazioni, non già la loro emarginazione in ‘aree protette’. Non si riflette forse abbastanza sul ruolo svolto dall’Università per garantire una formazione qualificata e adeguata ai tempi degli stessi funzionari del MiBAC oltre che dei liberi professionisti Anche per questo motivo servirebbero politiche capaci di avvicinare ed integrare le tre componenti dell’archeologia moderna: Soprintendenze, Università e professionisti. Limitare, al contrario, l’attività universitaria sul campo non può non avere, infatti, ripercussioni negative per la stessa creazione di figure professionali con competenze adeguate alle nuove sfide del mondo del lavoro, tanto nel caso dei futuri funzionari delle Soprintendenze quanto in quello degli archeologi impegnati nelle varie attività svolte per conto delle stesse Soprintendenze.

Il tema del premio di rinvenimento è, però, solo un aspetto, e non il più rilevante, della questione politico-culturale della ‘concessione di scavo’, una procedura prevista dalle norme vigenti, che anche nella denominazione conserva un sapore ottocentesco e che negli ultimi anni si è andata sempre più appesantendo dal punto di vista burocratico-procedurale, tanto da somigliare più alle vicende kafkiane narrate da Andrea Camilleri nel suo La concessione del telefono che a una procedura valutativa di ordine tecnico-scientifico.

Condivido la necessità di effettuare controlli severi e di limitare o bloccare le attività nel caso di gravi inadempienze, come nel caso di scavi universitari rimasti inediti, privi delle relazioni e di documentazioni adeguate. Ebbene, non si autorizzino questi scavi universitari, ma non si penalizzi l’intero sistema in maniera indiscriminata. Del resto, problemi analoghi riguardano anche gli scavi condotti dalle Soprintendenze: la montagna di inedito costituisce un vero dramma dell’archeologia italiana, mentre per centinaia di scavi non si dispone, negli archivi delle stesse Soprintendenze, di una pianta o di una scheda e spesso si impedisce ad un ricercatore di prendere visione di materiali o dati di scavi inediti da decenni: non mi sembra che queste situazioni abbiano mai impedito ad alcuni di continuare a condurre attività sul campo. Quanto alle Università, sarebbe auspicabile l’adozione di una sorta di codice di comportamento, con precisi obblighi in relazione alla corretta esecuzione degli interventi, alla rapida pubblicazione scientifica e divulgativa, al ripristino del terreno dopo lo scavo e ad interventi di conservazione e/o di valorizzazione.

L’articolo 88 del D.Lgs. 42/2004 riserva esclusivamente al Ministero (MiBAC) «le ricerche archeologiche e, in genere, le opere per il ritrovamento delle cose … in qualunque parte del territorio nazionale», mentre, significativamente, il precedente articolo 85 del D.Lgs. 490/1999 attribuiva questa competenza allo ‘Stato’. Con un emblematico passo indietro nel tempo, le norme del 2004 hanno riproposto quanto prevedeva la legge Bottai (art. 43, L. 1089/1939) che assegnava al «Ministro per l'educazione nazionale» la «facoltà di eseguire ricerche archeologiche». In tale ritorno all’esclusività ministeriale, al posto di una visione globale e più articolata dello Stato, si nasconde, a mio parere, molto più di quanto possa apparire a prima vista. Non solo, infatti, si ripropone una visione alquanto arcaica della ricerca archeologica, quasi coincidente con «le opere per il ritrovamento delle cose», che speravamo definitivamente superata, ma soprattutto – ed è questo ciò che maggiormente conta – si ratifica una netta separazione tra il Ministero per i Beni Culturali e le Università, limitando oggettivamente, come si è detto, la ricerca scientifica e la formazione, con legittimi dubbi di incostituzionalità

In realtà, bisognerebbe uscire definitivamente da una logica di contrapposizione e avviarsi finalmente verso una visione di sistema statale integrato. Per questo ribadisco che il problema reale non è (soltanto) economico ed organizzativo quanto metodologico, culturale e politico. Ritengo, infatti, che se oggi, per effetto di una sorta di miracolo, fossero disponibili ingenti risorse, i problemi reali della ricerca, della tutela e della valorizzazione del patrimonio archeologico non sarebbero risolti, come non lo erano quando, anche in un recente passato, le risorse erano certamente maggiori di quelle attuali.

Bisognerebbe avere la capacità di innovare, guarendo dalla sindrome del torcicollo, che porta molti a guardare (rimpiangendolo) solo al passato e impedisce di cercare soluzioni condivise e innovative per il futuro.

Articolo pubblicato in L'Attacco, 9.5.2013, pp. 1, 22 


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