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Proposte per un rilancio della tutela e valorizzazione dei beni culturali e dei paesaggi

Pubblico il documento presentato alcuni mesi fa al Consiglio Superiore per i Beni Culturali, di cui sono componente, per sollecitare una riflessione e la elaborazioni di proposte per un ripensamento necessario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, per un suo rilancio, per un suo ritorno ad una funzione tecnico-scientifica e non più burocratica e politica. Al momento questo mio documento ha sortito scarsissimi riscontri. Ma con il prossimo Governo, sarà indispensabile riorganizzare e rilanciare il MiBAC, la cultura, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale  e paesaggistico.

Caro Presidente, cari colleghi,
come ho avuto modo di sostenere fin dal mia prima partecipazione alle riunioni del Consiglio, in un momento di particolare difficoltà, quale quello che viviamo, fatto non solo di drammatici tagli alle risorse disponibili, ma anche di profonde e rapide trasformazioni, il compito del Consiglio, di cui mi onoro di far parte, dovrebbe essere principalmente orientato alla elaborazione di analisi e di proposte che consentano, in alcuni casi anche a costo zero, di introdurre novità che rendano più efficace, oltre che più adeguata al progresso metodologico e culturale registrato negli ultimi decenni nel campo dei beni culturali e paesaggistici, l’azione del Ministero e, in generale l’attività di conoscenza, tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale.Mi permetto, pertanto, riprendendo anche temi affrontati in altri miei contributi e nell’attività svolta nelle Consulte Universitarie di Archeologia e in qualità di Presidente della Società degli Archeologi Medievisti Italiani, di sottoporre alla Vostra attenzione alcune mie considerazioni e alcune mie proposte preliminari, che spero possano essere utili all’avvio di un confronto che mi auguro ci impegni nel prossimo futuro, eventualmente anche attraverso la costituzione di un gruppo di lavoro.

Contro la settorialità e per la globalità

Parto da alcune considerazioni relative all’archeologia, disciplina che conosco un po’ meglio, che però credo possano essere estese anche agli altri ambiti dei beni culturali.

L’archeologia si è rinnovata radicalmente nell’ultimo mezzo secolo, modificando i suoi metodi e i suoi obiettivi: dall’antico come luogo privilegiato del passato all’intero arco di tempo dell’esperienza umana, dal vecchio continente all’intero pianeta, dagli aspetti culturali agli aspetti (anche) ambientali, dall’evoluzione storica alla prospettiva (anche) antropologica, dallo studio della forma a quello della materia, dal privilegio per l’arte a quello (onnicomprensivo) per i prodotti del lavoro. 

Contestualmente all’innovazione metodologica si è andato affermando un nuovo ruolo culturale e sociale: non a caso si è andata sviluppando quella che viene definita ‘archeologia pubblica’.

A fronte del profondo processo di rinnovamento dell’archeologia in relazione alle fasi della ricerca, dalla diagnostica allo scavo stratigrafico e all’archeologia dei paesaggi, alle applicazioni delle scienze e delle tecnologie innovative, si registra un ritardo culturale e organizzativo nel sistema di tutela, definito agli inizi del secolo scorso e sostanzialmente legato ancora ad una concezione ottocentesca, caratterizzata da un’impostazione antiquaria e accademica. Gli sconvolgimenti legislativi e organizzativi degli ultimi decenni hanno reso questa struttura ancor più farraginosa ed elefantiaca, senza, però, mai mettere in discussione la sostanza, le finalità e gli esiti della tutela. I rischi di tale situazione sono assai gravi: oltre alla perdita di interi insiemi di dati, un danno ancor più rilevante consiste nella progressiva perdita di un ruolo nella società, nell’incapacità di coinvolgimento di ampi settori della popolazione in un’azione condivisa di salvaguardia e valorizzazione di un bene comune, nell’affermazione di una concezione esclusivamente turistica ed economicistica dei beni culturali (che pure non è da sottovalutare), nell’identificazione della tutela solo con un’iniziativa di tipo repressivo e poliziesco, avvertita come fastidiosa e inutile, anche perché resa spesso inefficace a causa dell’inefficienza del sistema

La risposta a questi problemi non può più consistere semplicemente nell’arroccamento e nella difesa della situazione esistente o addirittura in un irrealistico e anacronistico ritorno al passato o tradursi nella mera denuncia (peraltro giusta e necessaria) delle sempre maggiori difficoltà in cui operano le soprintendenze, prive di mezzi e di personale adeguati ai compiti assegnati. 

Chi pone fortemente, come lo scrivente, il problema di un ripensamento profondo del sistema della tutela non condivide affatto certi atteggiamenti strumentalmente ostili al Ministero, tipici di certi ambienti, ma al contrario propone una battaglia nel senso dell’innovazione, fatta per il rilancio di strutture e attività ormai irrimediabilmente in crisi, con un sincero sostegno alle Soprintendenze e ai colleghi che in quelle strutture tra mille difficoltà operano. Negare la crisi, questa sì che è una posizione che porta inevitabilmente alla dissoluzione, prima o poi, del sistema. Troppo spesso si ha l’impressione di intravvedere nell’atteggiamento di conservazione dello status quo di tanti colleghi l’immagine di un soldato messo a guardia di un bidone di benzina: un bidone, però, ormai vuoto. Un soldato, che, impegnato in battaglie contro presunti nemici esterni, non si rende conto che in realtà il tarlo sta operando all’interno del sistema della tutela. In tal senso, sono convinto che il vero problema non sia solo di ordine finanziario, ma innanzitutto metodologico e culturale. 

Nel Ministero, e in particolare nelle sue articolazioni periferiche, ai problemi legati alle scarse risorse, allo scarso personale, sempre più anziano, al limitatissimo turn over, si associa una diffusa sensazione di impotenza e di frustrazione, che spesso si traduce in arroccamento, in difesa di rendite di posizione, in contrapposizioni contro altri componenti dello stesso Stato, con le quali, al contrario, oggi più che mai sarebbe necessaria, anzi obbligata, un’alleanza. 

L’affermazione del fondamentale e insostituibile ruolo pubblico della tutela non può, infatti, non tradursi in un radicale riesame del significato stesso della tutela e nella progettazione di nuove soluzioni adeguate ai tempi. Come ha sostenuto Daniele Manacorda, «se il passato è di tutti, il problema si sposta sulle forme in cui mettere tutti in condizione di possederlo, cioè di conoscerlo: è dunque un problema politico». La perdita di solidarietà, di sostegno, di attenzione, non solo da parte del ceto politico ma anche, cosa più importante, da parte della società in cui operiamo, rischia di trasformare l’inesorabile disgregazione, a cui da tempo assistiamo, del sistema della tutela in un processo che potrebbe essere ben illustrato da due celebri opere di P. Bruegel: come ‘i ciechi’ procediamo in fila verso il baratro e come nella ‘caduta di Icaro’, la caduta avviene nella più completa indifferenza, mentre il contadino ara e il pastore controlla il gregge, volgendo le spalle alla disgrazia, indicata, in un angolo del quadro, solo da due gambette agitate fuori dalla superficie marina.

Nell’opera di tutela e valorizzazione, come in quella di ricerca, andrebbe abbandonata definitivamente una concezione ‘puntiforme’, limitata al singolo sito o manufatto, cioè quella visione ‘filatelica’ dei beni culturali che finisce per considerare i singoli ‘beni’ come francobolli, estendendo l’azione ad interi contesti territoriali. La nuova parola d’ordine deve essere, quindi, globalità: e, prima di tutto, globalità di approccio, di fonti, di strumenti, di competenze, di sensibilità. Salvatore Settis insiste da tempo sulla vera peculiarità dei beni culturali italiani, cioè la presenza diffusa, il continuum di beni, grandi e piccoli, nelle città, nelle campagne, lungo le coste, nelle acque, che contrasta con l’idea, finora prevalente, della tutela che nella prassi finisce per frantumare proprio quel continuum peculiare del nostro patrimonio culturale. La specificità del nostro patrimonio culturale consiste invece nell’integrazione tra beni culturali e paesaggio. 

Come ha più volte sottolineato un caro amico e collega tragicamente scomparso, Riccardo Francovich, bisogna esser consapevoli che «la tutela non è l’esercizio di un’azione asettica e oggettiva, ma l’opzione operata sulla base di scelte che cambiano nel tempo e nella qualità della formazione di chi la esercita; … è ovvio che più soggetti, più sensibilità e ‘saperi’ nuovi saranno inclusi nei processi decisionali, maggiori prospettive esisteranno per chi intende contribuire alla soluzione dei problemi della salvaguardia e della valorizzazione del patrimonio». Basti pensare all’enorme dilatazione dei campi di applicazione dell’archeologia dalla preistoria più remota all’età moderna e contemporanea, all’estensione del concetto stesso di reperto a tutti gli oggetti fino alle soglie della contemporaneità, ben oltre gli ormai tradizionali confini della stessa età medievale, all’attenzione ora riservata non solo ai manufatti ma anche agli ecofatti e all’ambiente. Solo il coinvolgimento di più soggetti e competenze potrebbe aprire maggiori prospettive per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio. 

Andrebbero pertanto ripensati il ruolo e la struttura del Ministero per i Beni e le Attività culturali, riportato all’originaria fisionomia tecnico-scientifica, con un centro agile, cui attribuire compiti di indirizzo, coordinamento e rigido controllo, e unità operative periferiche uniche – le attuali Direzioni -, non più settoriali, fondate su reali e strette collaborazioni, a livello locale, tra tutte le componenti del sistema pubblico. Collaborazioni non più legate esclusivamente ai momentanei buoni rapporti tra il singolo ricercatore e il soprintendente o il funzionario di zona, ma inserite in un sistema organico: unità operative miste delle Soprintendenze/Direzioni, delle Università, delle Regioni e degli enti locali, veri e propri ‘policlinici dell’archeologia’ (secondo una felice definizione proposta in varie occasioni da Andrea Carandini) o, meglio, ‘policlinici dei beni culturali e del paesaggio’ (secondo una proposta spesso avanzata da chi scrive), aperti all’innovazione metodologica e tecnologica. Gli strumenti diagnostici tipici delle moderne discipline dei beni culturali e dei paesaggi, dal telerilevamento alle prospezioni geofisiche, dalle applicazioni scientifiche in campo bioarcheologico e geoarcheologico all’archeometria e al restauro, dalla ricognizione sistematica allo scavo, dalle nuove tecniche di rilievo, documentazione e comunicazione ai sistemi informativi territoriali, possono, infatti, offrire un contributo straordinario. Solo così si potrebbe attuare una più efficace opera di tutela e valorizzazione diffusa, attenta ai contesti territoriali, ai centri storici e ai paesaggi stratificati, collegandola strettamente alla ricerca, abbandonando vecchie rendite di posizioni, separando la gestione dal controllo (ancora oggi nelle stesse mani), e soprattutto avviando politiche ‘inclusive’ e non esclusive e ottusamente centraliste e superando definitivamente quel conflitto che oggi contrappone Soprintendenze, Università ed Enti locali, mettendo in comune strutture, competenze, professionalità.

 

Un esperimento riuscito

La recente positiva esperienza della ‘Carta dei Beni Culturali della Puglia’, nata non a caso nell’ambito del nuovo Pianto Paesaggistico Territoriale Regionale, realizzata dalla Direzione Regionale ai BCP e dalle quattro università pugliesi, dimostra che questa collaborazione e integrazione è possibile. Si è affrontato il tema del patrimonio culturale con una visione olistica, tesa a descrivere, a narrare e a rappresentare ogni luogo nel quale la storia si è depositata sotto forma di stratificazione, qualificando come beni culturali tutte le tracce, ancora riconoscibili sul territorio, della presenza dell’uomo e del suo lavoro.

I modelli di schede messi a punto, adottando gli standard definiti dai modelli catalografici prodotti dall’ICCD, puntano a superarne la frammentazione in schede diverse a seconda delle categorie di beni culturali da descrivere, ed evitando definitivamente di ricorrere a distinzioni tutte accademiche di tipo disciplinare quali “bene archeologico o “bene architettonico”, “bene artistico”, ecc. Tale superamento è stato reso necessario, peraltro, dall’evidente inadeguatezza di tali concetti a definire beni pluristratificati e complessi quali sono spesso quelli che insistono su territori di così ampia e ininterrotta antropizzazione come quello italiano. Infine, data la natura profondamente contestuale del patrimonio culturale, solo così è possibile tentare una lettura integrata e diacronica del rapporto che ha legato tra loro alcuni beni culturali, nel contesto ambientale e paesaggistico. 

 

Innovazione per valorizzare la tradizione

L’Italia ha un indubbio primato nel campo degli studi e della tutela del patrimonio culturale; un primato riconosciuto a livello mondiale, che si sta progressivamente depauperando. La necessaria e giusta consapevolezza della ricchezza e qualità delle nostre tradizioni di studi non deve impedirci, però, di guardare avanti. Anzi! 

Da tempo, infatti, siamo bloccati, rattrappiti, ancorati a certezze inossidabili che non osiamo mettere in discussione, evitando di scorgere le tracce di ruggine che si dilatano progressivamente al di sotto della vernice e corrode ormai dal di dentro la struttura. 

Non è più accettabile una visione che separa le architetture e le opere d’arte al loro interno dalle stratificazioni poste al disotto. Dovremmo al contrario comprendere che organizzare una tutela innovativa significa superare la separazione tra monumenti e stratigraficazioni, abbandonare assurde e anacronistiche divisioni cronologiche, che si traducono a volte anche in conflitti tra soprintendenze settoriali e/o tra queste e studiosi impegnati in attività di ricerca: sono testimone degli scontri, alcuni anni fa (segnati anche da continue sostituzioni di serrature) tra una soprintendenza ai beni architettonici che si occupava del restauro di un battistero paleocristiano ben conservato in elevato, effettuando anche scavi all’interno del monumento,  e quella ai beni archeologici che conduceva scavi nell’area circostante dove è stata individuata la chiesa paleocristiana, che, insieme al battistero, era parte integrante del complesso sacro, peraltro sviluppatosi su quartieri di età romana e necropoli preromane e interessato da forme di rioccupazione e riuso in età medievale e moderna: un caso assai consueto in Italia. Un collega mi ha raccontato qualche giorno fa dell’assurda richiesta della Soprintendenza ai beni artistici di estrapolare dai sacchetti delle varie unità stratigrafiche i materiali di età moderna, perché di propria competenza. Ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli.

L’elemento comune, il tessuto connettivo, il filo che lega tutti gli elementi del patrimonio culturale, è, infatti, il paesaggio, che va posto al centro dell’azione di tutela, con le sue stratificazioni, le sue architetture, i suoi arredi e corredi d’ogni tempo, gli uni indissolubilmente legati agli altri. 

Bisogna superare una lunga tradizione che distingue impropriamente pitture e sculture dai muri, mosaici dagli ambienti di cui erano parte, le opere d’arte dai monumenti, dalle città, dalle strade e dal territorio rurale, e finalmente considerare l’oggetto della tutela l’insieme delle opere dell’uomo, così come si sono storicamente stratificate, con una visione globale, diacronica e contestuale, che dia un senso alle continuità e alle rotture. Un approccio che dovrebbe coniugarsi strettamente con la pianificazione urbanistica e territoriale.

Si dovrebbe, quindi, avere il coraggio di rifondare il sistema della tutela superando definitivamente la deleteria frammentazione disciplinare delle soprintendenze, basata su una concezione del sapere accademica e irrimediabilmente vecchia, rimovendo potentissimi ostacoli di inerzia intellettuale e burocratica.

Il problema, dunque, non è rappresentato tanto da un’impropria alternativa tra centralismo e decentramento, tema che ha fin troppo appassionato gli addetti ai lavori, quanto dalla necessità di trasformare gli uffici di tutela  da apparati corporativamente autoreferenziali in centri di un sistema permeabile volto all’interesse generale nella conoscenza, nella salvaguardia e nella valorizzazione del patrimonio. 

Un’analoga innovazione dovrebbe riguardare la formazione, considerando le università non più il luogo nel quale si formano professionalità improbabili e precarie nel campo dei beni culturali, ma il luogo nel quale, in stretta collaborazione con le soprintendenze (esattamente come avviene in campo medico nelle Aziende Ospedaliere Universitarie), i giovani possano confrontarsi direttamente con le diverse realtà del patrimonio culturale, misurandosi con problemi concreti, come fanno i loro colleghi apprendisti medici nei policlinici.

Innovazione, per un sistema della tutela di uno Stato maturo, significa anche assumersi la responsabilità di una dismissione di potere, separando la gestione dal coordinamento-controllo, superando l’assurda concezione ‘proprietaria’, oggi prevalente, e realizzando processi realmente inclusivi che favoriscano processi di collaborazione, di cittadinanza attiva, di coinvolgimento dell’associazionismo, di progetti sperimentali di affidamento di aree e monumenti ad associazioni di cittadini, a fondazioni di partecipazione, alla società civile organizzata, anche ai non specialisti, certamente aiutati e monitorati.

Innovare significa garantire la libera circolazione dei dati, contro una concezione proprietaria dello Stato che impedisce, in ossequio a leggi anacronistiche nella realtà del web e dell’open access, la libera riproduzione dei beni culturali pubblici.  

 

In conclusione, mi permetto di avanzare alcune prime proposte:

  1. a) Portare a conclusione il processo che ha visto l’istituzione delle Direzioni Regionali per i Beni Culturali e Paesaggistici, che, attualmente, pur con vari aspetti positivi nell’azione di coordinamento, aggiungendosi alle Soprintendenze settoriali si è tradotta in un aumento dell’aspetto burocratico, in un ulteriore appesantimento amministrativo, spesso in complicazioni e sovrapposizioni di funzioni e competenze, non di rado difficilmente comprensibili per il cittadino e per gli enti locali. Bisognerebbe, invece, eliminare definitivamente le Soprintendenze di settore, assorbendo interamente le loro funzioni nelle Direzioni Regionali. Sarebbe necessario, insomma, affidare ad un unico soggetto, poco importa se denominato Soprintendenza o Direzione, tutte le competenze sull’intero patrimonio culturale e paesaggistico di un territorio, regionale o subregionale, nel caso di territori regionali eccessivamente vasti e complessi. Nella costituzione di tali organismi unici di tutela si dovrebbe evitare di riprodurre al loro interno l’attuale ripartizione settoriale, ma si dovrebbe favorire una reale integrazione e valorizzazione di competenze, specialismi, strutture, archivi, servizi, costituendo cioè reali équipe miste. In tal modo, non solo si potrebbero attuare politiche organiche e globali di tutela dell’intero patrimonio culturale e paesaggistico, ma si potrebbero meglio utilizzare le scarse risorse finanziarie ed umane disponibili. 
  2. b) Creare, a base regionale, attraverso precisi accordi tra MIBAC e MIUR, strutture miste tra Direzioni regionali e Università, in modo da integrare e mettere in comune competenze, strutture, laboratori, tecnologie, elaborando precisi programmi comuni relativi alle varie fasi, dalla tutela alla ricerca, alla formazione, alla comunicazione e divulgazione. 
  3. c) Realizzare, a base regionale, accordi con le Regioni per meglio coordinare le attività di conoscenza, tutela, formazione, con quelle di valorizzazione e fruizione e di politica urbanistica e pianificazione territoriale.
  4. d) Separare nettamente l’attività di gestione da quella di controllo e coordinamento, affidando la prima alle Soprintendenze uniche/Direzioni Regionali, e la seconda al Ministero. Bisognerebbe, in particolate, evitare il rischio (e spesso la prassi) di un coinvolgimento diretto nella determinazione di chi, imprese e/o professionisti e/o Università, debba o non debba essere attuatore delle attività sul campo, di scavi, ricognizioni, studi, restauri, ecc. 
  5. e) Favorire l’osmosi di funzioni e ruoli, tra tutela, ricerca e formazione. I funzionari delle soprintendenze-direzioni sono prima di tutto studiosi, ricercatori, specialisti. È, dunque, giusto oltre che opportuno, che conducano, insieme alla tutela, anche attività di studio e ricerca. Questa vocazione potrebbe essere valorizzata grazie ad una stretta collaborazione con le Università, il CNR e gli altri Enti Pubblici di Ricerca. A tal fine, anche per valorizzare il merito dei più capaci e per evitare che a persone inadeguate siano affidati compiti di responsabilità scientifica, sarebbe opportuno avviare programmi di valutazione della qualità della ricerca, secondo modelli analoghi a quelli già in atto nelle Università. 

 

Queste innovazioni non richiedono investimenti (che pure sarebbero necessari, in maniera adeguata, per rilanciare la tutela del patrimonio) e, pur essendo pertinenti alla sfera culturale e teorica, hanno immediate ricadute nella gestione del patrimonio e nella formazione di chi sarà domani chiamato a gestirlo. È un’impresa difficile, faticosa, perché prevede scelte politiche ed organizzative coraggiose, si scontra con i poteri delle burocrazie e con l’inerzia del quieto vivere. 

Una bella sfida per un Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici che non intenda limitarsi ad approvare piani di riparto di risorse ormai risibili e ad assistere impotente alla definitiva crisi del Ministero.

Giuliano Volpe

 



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