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Se l'uso delle immagini è l'immagine del paese

Della riproduzione di immagini dei beni culturali questa rubrica si è già occupata (n. 210). Se ci ritorniamo è perché negli ultimi mesi la situazione è andata notevolmente peggiorando. È di aprile un decreto ministeriale (DM 161/2023) relativo ai criteri di tariffazione per la riproduzione di immagini relative al patrimonio culturale statale, che prevede pagamenti anche per uso scientifico.

Il decreto ha suscitato le vive proteste, con documenti di consulte universitarie e associazioni e anche una decisa presa di posizione del Consiglio Universitario Nazionale.

Gli effetti negativi non si sono fatti attendere. Le case editrici, che non vivono sonni tranquilli, chiedono agli autori liberatorie e scaricano su di loro responsabilità e costi. Una bella mazzata per tutti, soprattutto per giovani ricercatori e studiosi non strutturati nelle università e nei centri di ricerca. Altri editori stanno valutando di abbandonare i libri d’arte o addirittura di pubblicare volumi senza foto. Anche altri Enti non statali si stanno rapidamente adeguando, come l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana della Regione Siciliana. Le buone pratiche tardano ad affermarsi, ma quando si tratta di far cassa il rispetto delle norme nazionali diventa sacrosanto.

Travolto dalle critiche il ministero cerca di porre rimedio con un nuovo decreto, che, stando alle indiscrezioni, introdurrebbe alcune gratuità per le “riviste scientifiche e quelle di fascia A” degli elenchi dell’ANVUR, i “volumi scientifici dal contenuto divulgativo e didattico” con tiratura inferiore a 3000 copie e, infine, i “giornali e periodici nell’esercizio del diritto-dovere di cronaca”. È un primo passo in avanti, ancora insoddisfacente e a rischio di ulteriore confusione. Sembra una risposta corporativa che accontenta il mondo accademico e in parte gli editori, ma che lascia irrisolti molti nodi. Chi decide che un libro è scientifico? Cosa si intende per diritto di cronaca? Cosa succede per tutte le altre riviste, quelle divulgative, quelle promosse da associazioni o fondazioni? Si dovrà pagare per pubblicare una foto in Archeologia Viva? Gli studiosi locali, gli archeologi o gli storici dell’arte non professionisti, i dilettanti, diversamente dai professori, dovranno pagare?

Ma c’è un aspetto forse ancor più odioso e pericoloso dello stesso pagamento di gabelle: riguarda la malintesa salvaguardia di un presunto “decoro” o di una discutibilissima “identità culturale nazionale” (come si legge in una sentenza del Tribunale di Firenze a proposito del David di Michelangelo). Chi decide che la Gioconda con i baffi di Duchamp è opera d’arte e una pubblicità non lo è? Trovo perfino preferibile il rischio di vedere un’orrenda e incolta pubblicità con la Venere influencer che mangia la pizza o fa un selfie proposta dal ministero del turismo all’idea di un’Italia dotata di una polizia morale (composta da chi? da funzionari, dirigenti e magistrati?) che intervenga preventivamente a colpire usi ritenuti lesivi di una nuova religione del patrimonio culturale. Il cattivo gusto e la volgarità andrebbero contrastati culturalmente, non già con divieti preventivi.

Nell’attesa del nuovo decreto, non mancano anche vicende paradossali, che farebbero sorridere se non fossero un sintomo di un pericoloso ritorno ai Borboni. Una, deliziosa, l’ha raccontata Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. Una collega archeologa, Piergiovanna Grossi (cui va riconosciuto il grande merito di aver denunciato con coraggio la sua Odissea; altri la seguiranno?) ha pensato fosse doveroso informare il pubblico non specialista su una ricerca sull’Oratorio del Montirone ad Abano Terme (Padova), pubblicando un articolo in una rivista con una buona diffusione locale (non una rivista ANVUR, appunto). Volendo corredare lo scritto con due foto di documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, ha chiesto l’autorizzazione dando avvio a un lungo carteggio di e-mail, note protocollate e un contratto (ma quanto costa al MiC il lavoro del personale impegnato in queste procedure bizantine?). La richiesta è stata di 64 € per le due foto se fornite dall’Archivio, oltre a 32 € di marche da bollo. Oppure 2 euro nel caso di foto fatte dall’Autrice. Più 32 € di marche! Non è tutto: per ritirare le lettere di concessione si poteva scegliere: o personalmente a Venezia, o inviando una lettera contenente «€ 7,45 in francobolli per la spedizione raccomandata». C’è materia per un libro ispirato ad Andrea Camilleri: “La concessione della foto”!

 


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