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Taranto e l'archeologia urbana una scommessa da vincere

Tra i tanti meriti di Francesco D’Andria, da sempre voce libera e critica, una vita dedicata all’archeologia, tra la formazione di intere generazioni di archeologi, la ricerca, gli scavi in Italia e all’estero, l’impegno nella tutela e nella valorizzazione, c’è ora quello di aver avviato un dibattito su un possibile ampio progetto di ricerca nell’area dell’anfiteatro di Taranto: un monumento certamente significativo che potrebbe contribuire non solo a conoscere meglio alcuni aspetti poco noti e ancora sottovalutati della storia della città in età romana, ma anche a stabilire un rapporto più vitale dei tarantini con il loro patrimonio archeologico oltre ad arricchire l’offerta culturale e turistica di qualità della città. Non si tratta di un’operazione semplice: lo hanno già sottolineato sia D’Andria sia gli altri colleghi già intervenuti. Non lo è per diverse ragioni: per la complessità della stratificazione sviluppatasi nella zona, per le distruzioni provocate da interventi moderni che hanno colpito pesantemente il monumento, per i problemi che certamente porrebbero la sua conservazione, la sua integrazione nel tessuto urbano, la sua valorizzazione, la sua fruizione.

Non molti anni fa, nel 2005, la Soprintendenza, con le colleghe Dell’Aglio e Biffino, condusse scavi nella zona dell’edificio noto come ‘mercato coperto’, affacciato su via Anfiteatro: allora non pare che l’interesse pubblico abbia accompagnato e sostenuto quelle indagini. Se oggi c’è un clima nuovo, più consapevole e partecipato, è un bene, e questo dibattito lo dimostra. È essenziale, infatti, che un progetto di tale complessità si configuri come un progetto condiviso da tutti: soprintendenza, università, museo, comune, associazioni, cittadini. Deve essere, cioè, un progetto non solo degli archeologi. L’archeologia è davvero pubblica se il coinvolgimento della comunità locale avviene fin dall’elaborazione di un progetto archeologico e non solo alla fine, magari pensando di risolvere tutto con una buona comunicazione e un’efficace divulgazione dei risultati, una pagina facebook, qualche visita guidata al cantiere di scavo: tutte cose certamente positive, ma non sufficienti. La partecipazione, cioè, non può essere più intesa solo come fruizione o mero trasferimento, un po’ paternalistico, di conoscenze, ma deve tradursi nel coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali.

Insomma, questo progetto a mio parere ha davvero senso (al di là delle indubbie valenze conoscitive) se si configura come un maturo intervento, al tempo stesso, di ‘archeologia urbana’ e di ‘archeologia pubblica’.

È forse utile allora fornire qualche cenno. A partire negli anni Settanta e Ottanta del Novecento in Italia e in Europa si aprì una fase molto intensa di ricerche. Enormi cantieri furono progressivamente installati nel cuore di tante città. È stata quella una stagione straordinaria non solo per la conoscenza storica delle città ma anche per lo sviluppo, sotto tanti altri profili, della disciplina nel suo insieme, grazie all’applicazione diffusa del metodo stratigrafico, all’affermazione delle archeologie postclassiche, alla nascita dell’archeologia dell’architettura, all’apporto delle bioarcheologie, dell’informatica. Sono stati progetti che hanno rappresentato palestre per intere generazioni di ricercatori e di professionisti dell’archeologia: basti ricordare, tra i tanti, i cantieri di Roma ai Fori Imperiali e alla Cripta di Balbo. L’Italia meridionale, tranne pochi casi (ad esempio Napoli e Otranto), restò esclusa da quella stagione. Taranto potrebbe rappresentare allora una ripresa su nuove basi di quella stagione.

In quelle esperienze si andava affermando una nuova idea del rapporto tra archeologia e città: non più solo un’archeologia della città e nemmeno solo un’archeologia nella città ma – per usare le parole di Daniele Manacorda – anche e soprattutto un’archeologia per la città. Un’archeologia legata, cioè, alla pianificazione urbanistica, alla realizzazione di grandi opere pubbliche, all’azione di tutela preventiva, allo sviluppo urbano, socio-economico e culturale. Quel tipo di archeologia urbana, però, è andata in crisi e quella fertile stagione si è conclusa, per tante ragioni: dagli alti costi non più sostenibili alla difficile gestione di grandi progetti pluriennali, con numerose équipe, spesso variabili anche a causa del precariato del personale impiegato, dalla resistenza di interessi politici ed economici agli endemici conflitti di competenze tra archeologi afferenti a diverse istituzioni. Non ultimo, a causa della stessa autoreferenzialità degli archeologi, della mancanza di programmazione, di negoziazione e anche di condivisione, e, infine, dello scarso coinvolgimento delle comunità cittadine, che hanno spesso vissuto con fastidio i disagi provocati dalle ricerche senza coglierne il valore.

Lo studio e la progettazione spettano certamente agli specialisti e alle istituzioni cui le norme affidano questo compito; ma oggi più che mai una progettazione incapace di avvalersi dell’ascolto è destinata al fallimento. Sono le comunità locali, i cittadini a dover essere protagonisti. Sono, cioè, quelle che la Convezione europea sul ‘valore del patrimonio culturale per la società’ (Faro 2005, finalmente ratificata dal nostro Parlamento) chiama le ‘comunità di patrimonio’, a dovere dare senso e valore al loro patrimonio, perché «chiunque da solo o collettivamente ha diritto di contribuire all'arricchimento del patrimonio culturale», partecipando «al processo di identificazione, studio, interpretazione, protezione, conservazione e presentazione del patrimonio culturale» nonché «alla riflessione e al dibattito pubblico sulle opportunità e sulle sfide che il patrimonio culturale rappresenta». Il progetto ‘anfiteatro’ sia allora il motore di costruzione di una ‘comunità tarantina di patrimonio’! Operazione difficile, ma necessaria, anche per evitare di alimentare quella insopportabile retorica del patrimonio culturale e dell’archeologia, tanto esaltati a parole quanto ignorati nelle scelte strategiche di sviluppo. La Convenzione di Faro è perfetta per Taranto, una città dotata di uno straordinario patrimonio culturale, in gran parte ancora ignoto agli stessi tarantini, in cerca di un futuro basato su un nuovo modello di sviluppo, che non può che essere costruito sulla conoscenza, la tutela, la valorizzazione dei beni culturali materiali e immateriali, sui paesaggi, sulle tradizioni legate al mare. È un’operazione che richiede coraggio, capacità di visione, cultura. Progetti in corso, come Fish&Chips e l’ecomuseo del Mar Piccolo vanno in questa direzione e c’è da sperare che Taranto li senta propri.

Vorrei toccare infine ancora un tema. Dovrebbe essere alle nostre spalle l’idea precontestuale dell’archeologia delle grandi scoperte: dovrebbe, cioè, essere del tutto superata l’idea che un singolo elemento, un singolo ‘muro’, possa comunicare in sé un messaggio culturale compiuto. Lo scavo urbano è certamente un’opera preziosa di conoscenza. Ma oltre a questo, lo scavo produce nuove forme dello spazio urbano moderno. Per tale motivo l’archeologia urbana non può che essere parte di un progetto urbano. Il legittimo desiderio di conoscenza storica da parte dell’archeologo non può necessariamente condizionare le scelte della valorizzazione dei documenti estratti dal sottosuolo. Insomma non è più possibile effettuare uno scavo dove, come e quando lo decidiamo noi archeologi, senza preoccuparci di cosa succederà dopo. Né, però, possiamo accettare che si rinunci allo scavo archeologico come strumento fondamentale di conoscenza della complessità della storia stratificata in una città. Il tema essenziale è cosa fare dei risultati di una ricerca. Abbiamo da tempo superato quella concezione idealistica e selettiva del patrimonio che privilegiava i monumenti belli e importanti, ma non possiamo, al tempo stesso, cadere nell’errore di poter valorizzare tutto. Dobbiamo essere consapevoli che assai raramente siamo in grado di inserire un monumento archeologico nel suo contesto. Tutto va conosciuto e documentato, ma non tutto può essere e deve essere valorizzato, al di fuori di un progetto urbano che dia un senso a quei ‘muretti’. Lo sforzo, quindi, deve trasferirsi dalla mera conservazione, a volte feticistica, dei resti archeologici alla loro restituzione di senso, alla loro leggibilità, alla loro comprensione. In pratica, dalla mera tutela alla valorizzazione, pienamente intesa come attribuzione di valore, non solo da parte degli archeologi e degli specialisti, ma da parte di tutta la comunità locale e dei visitatori della città. Si tratta di problemi da affrontare prima dell’avvio di un intervento di archeologia urbana, e non dopo, se non si vuole correre il rischio di creare ‘buchi’ in piazze e in edifici ed esporre lembi di strutture incomprensibili ai più. Magari lasciate in abbandono, esposte al degrado, ricettacolo di rifiuti, come tante volte è già accaduto anche in tante altre città.

Mi rendo conto di aver posto più problemi che soluzioni e potrei aver dato l’impressione di essere contrario. Tutt’altro. Sia anzi ben chiaro: sono assolutamente d’accordo con l’idea lanciata da D’Andria e sarei anche ben felice di offrire un contributo. Potrebbe essere questo un grande progetto per Taranto e non solo. La scelta di istituire un Corso di Dottorato di Ricerca di eccellenza in ‘Patrimoni archeologici, storici, architettonici e paesaggistici mediterranei’ da parte dell’Università e del Politecnico di Bari e del CNR, con la partecipazione anche di docenti delle Università di Foggia, del Salento e della Basilicata e di molte università straniere, pensando di farne la sede proprio a Taranto (nonostante lo scarso interesse finora riscontrato), frequentato già nel suo primo anno di attività da 13 dottorandi selezionati su oltre 70 candidati, lo dimostra meglio di ogni altra parola.

 

Pubblicato in La Gazzetta del Mezzogiorno, Tarnato 2.3.2021, p. XXII


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