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VIETATO FOTOGRAFARE! BBCC FRA TEOCRAZIA E DIRITTO

Fino al 2014 fotografare nei musei era proibito. Solo dal 2017 la libertà di foto è stata estesa ad archivi e biblioteche. Ma, dopo questa prima fase riformistica del ministro Franceschini, sotto la pressione degli apparati più conservatori del MiC, anche quella riforma è rimasta monca. Sono convinto che la sua evoluzione naturale sia la completa liberalizzazione dell’uso (anche commerciale) delle immagini, cambiando una norma del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (art. 108), concepita in un mondo lontano dalla rivoluzione digitale. Il Codice ha, infatti, messo sullo stesso piano fotografia e “noleggio” di un bene.

Ministero bottegaio (senza saperlo fare). Le opposizioni alla liberalizzazione dell’uso delle immagini sono di due ordini. La prima è economica, per cui lo Stato deve ricavare risorse (strano che chi si oppone alla mercificazione desideri poi un Ministero bottegaio): in realtà proventi modestissimi, a fronte di procedure bizantine e costi di personale superiori ai ricavi. La libera circolazione delle immagini dei beni culturali ne consente, invece, la conoscenza e la promozione, sollecitando cittadini e turisti a visitarli, insomma produce economia e sviluppo della cultura (art. 9 Costituzione).  

La diffidenza: foto tra il bene e il male... Inoltre, si teme un uso “improprio” delle immagini. È giusto il divieto (art. 20 del Codice) di danneggiare i beni culturali e di «usi non compatibili con il carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione»: ne è però impropria l’estensione alle foto, confondendo aspetti materiali (il bene) e immateriali (l’immagine). Forse non consideriamo arte la dissacrante Gioconda con i baffi di Duchamp? Dov’è il confine e chi lo decide? Siamo un paese libero o un regime teocratico in cui una casta di specialisti-sacerdoti ritiene di dover difendere l’opera da usi “moralmente impropri”? Quel divieto è figlio di un’idea proprietaria, che ci tiene lontani dai paesi avanzati, dove musei, archivi, biblioteche non solo consentono di fotografare, ma sui propri siti web mettono a disposizione le stesse immagini dei beni, con grande vantaggio per le imprese culturali e creative (in Italia ha cominciato a farlo l’Egizio di Torino).

Sensi di colpa sullo sfondo del Colosseo… Che male c’è se l’immagine di un bene culturale compare su un prodotto made in Italy? È giusto perseguirne l’uso nei mille modi possibili, dai depliant turistici e alle app o alle foto dei matrimoni? Il Parlamento, affrontando la direttiva comunitaria sul diritto d’autore, ha indicato almeno due obiettivi minimi: la possibilità per i direttori dei musei statali di rilasciare immagini con licenze aperte e la libertà di panorama, cioè la possibilità di utilizzare liberamente le immagini dei beni culturali esposti sulla pubblica via. Molti lo ignorano, ma ancora oggi una foto del Colosseo senza autorizzazione e senza pagare il canone previsto ci trasforma in fuorilegge!


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