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Vietare l'uso delle foto dei beni culturali è un danno economico

La battaglia della totale liberalizzazione delle immagini non solo per finalità di studio ma anche per il possibile riuso anche commerciale non è ancora finita

Qualcuno ricorda che è solo dal 2014, con l’entrata in vigore dell’Art Bonus, che è possibile fotografare nei musei italiani? Quella piccola, preziosa, norma ha consentito ai visitatori di musei, gallerie, pinacoteche, aree archeologiche di scattare liberamente fotografie, con l’unica limitazione che non si utilizzi il flash e che le immagini siano utilizzate per finalità personali e culturali.

La battaglia della totale liberalizzazione delle immagini non solo per finalità di studio ma anche per il possibile riuso anche commerciale non è ancora finita.

Un movimento è molto attivo e recentemente anche ICOM Italia ha tenuto un bel convegno su questi temi. In un documento elaborato dalle rappresentanze degli archeologi italiani il tema della liberalizzazione delle immagini è stato proposto insieme a varie altre iniziative per sviluppare il lavoro e l’economia della cultura nel quadro del Recovery Plan.

Sono già intervenuto in questo blog su questo tema ma è opportuno ritornaci, alla luce anche di alcune novità.

La Legge Ronchey introdusse, com’è noto, i ‘servizi aggiuntivi’, prevedendo sistemi di tariffazione per l’uso degli spazi culturali e per la riproduzione di beni culturali a scopo commerciale. Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio ha poi stabilito criteri per la determinazione dei canoni, riservando la gratuità alle riproduzioni «richieste da privati per uso personale o per motivi di studio». Le fotografie, cioè, sono di fatto equiparate a una forma di ‘noleggio’ di un bene culturale: l’uso dell’immagine di un monumento, di una statua o di un quadro coincide con l’uso dello spazio di un museo e pertanto necessita di autorizzazione e pagamento di un canone.

Alla base di tali regole restrittive, figlie di un mondo che non esiste più, prima del web e della rivoluzione digitale, c’è da un lato l’auspicio di acquisire risorse dall’altro il timore della mercificazione e dell’uso improprio, indecoroso, delle immagini.

In realtà si teme la mercificazione ma non si considera che è lo Stato farsi mercante, lucrando sullo ‘sfruttamento’ dei beni culturali (con ritorni economici peraltro assai modesti, a fronte dell’aggravio di lavoro e dei costi di personale per la gestione di procedure assai bizantine), mentre dovrebbe semmai favorire lo sviluppo economico di un territorio attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale.

Anche sotto il profilo strettamente economico questo divieto rappresenta un fallimento: far circolare immagini dei nostri beni culturali consentirebbe la loro conoscenza, li promuove, sollecita i cittadini e i turisti a visitarli, nel pieno rispetto dello spirito dell’art. 9 della Costituzione che assegna alla Repubblica il compito di promuovere lo sviluppo della cultura e della Convenzione di Faro, ora ratificata dal Parlamento, che riconosce il diritto, individuale e collettivo «a trarre beneficio dal patrimonio culturale e a contribuire al suo arricchimento» (art. 4) e favorisce i processi di sviluppo economico, oltre che politico, sociale e culturale (art. 8).

La diffusione della fotografia digitale ha prodotto una democratizzazione del mezzo fotografico, consentendo di riprodurre e rendere disponibili in rete moltissime immagini di reperti archeologici, opere d’arte, libri, manoscritti, facilitandone la conoscenza, la condivisione e la consultazione, non solo tra gli studiosi di tutto il mondo, ma anche tra i semplici cittadini e i turisti.

E poi, dove finisce l’uso culturale e dove comincia il lucro? Oggi nell’era di internet e del digitale la distinzione tra lucro e non lucro è davvero molto labile. Una pubblicazione scientifica, in vendita in libreria, viene considerata un’operazione commerciale e quindi sottoposta al pagamento di un canone.

Nel campo archivistico è stata recentemente fissata una regola per definire un limite convenzionale del fine culturale rispetto al lucro: il volume deve avere un costo di copertina non superiore a 77 euro e una tiratura inferiore a 2000 copie. I volumi di archeologia o d’arte molto spesso superano il costo di 77 euro (ma perché questo limite di 77 euro?), trattandosi di opere anche riccamente illustrate, spesso realizzate anche da piccoli editori privi di contributi pubblici. Di fatto, con regole di questo tipo, quasi tutta la produzione scientifica nel campo dei beni culturali rischia di essere fuori legge.

Che male c’è se un’immagine di un bene culturale viene riprodotta sull’etichetta di una bottiglia di vino o su qualsiasi altro prodotto made in Italy. E possiamo mai perseguitare chi utilizza immagini in mille altre occasioni, dai depliant delle agenzie turistiche alle App, fino alle (alquanto kitsch) riproduzioni del Colosseo o della Torre di Pisa in vendita sulle bancarelle?

Si teme l’azione dei grandi operatori digitali come Google, Facebook, Instragram (ma se le immagini sono libere per tutti, tutti possono avvantaggiarsene!) ma non si considera il danno alle tante piccole imprese culturali e creative, spesso giovanili, che trarrebbero grandi vantaggi da una piena liberalizzazione.

Il rischio, infine, di usi impropri, con offesa alla ‘dignità dell’opera’, pone questioni ancor più anacronistiche: chi decide che un uso è indecoroso o inappropriato? Viviamo in un paese libero, laico, occidentale o in uno Stato etico che decide cosa è bene e cosa è male? La Gioconda con baffi di Marcel Duchamp è un’opera d’arte o un uso indecoroso di un bene culturale? E chi decide cosa è arte?

Il decoro dovrebbe riguardare la tutela fisica e ambientale del bene non certo le possibili sue riproduzioni. In ogni caso il problema venga affrontato con la possibilità di interventi ex post per rimuovere eventuali immagini giudicate davvero ‘inappropriate’, non impedendo preventivamente ogni uso.

Il dibattito è aperto e spero si sviluppi in maniera civile e rispettosa delle diverse posizioni. C’è ora da sperare che il nuovo Istituto Centrale per la Digitalizzazione del MiC imprima un’accelerazione nella revisione di norme e procedure. Ma intanto si liberalizzi almeno l’uso delle fotografie degli esterni di beni culturali pubblici posti sulla pubblica via. Sarebbe già un bel passo in avanti.




Pubblicato https://www.huffingtonpost.it/entry/vietare-luso-delle-foto-dei-beni-culturali-e-un-danno-economico_it_6049d8a2c5b672fce4ea8624?utm_hp_ref=it-blog, in Huffington Post 12.1.2021

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