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Beni culturali, la riforma-pasticcio di Bonisoli

È francamente un pasticcio. È difficile definire altrimenti questa ‘riforma’ chiaramente priva di una visione complessiva, con un insieme di interventi scollegati e più o meno casuali, alcuni fatti solo per recuperare posizioni dirigenziali, altri per dare almeno un’impressione di discontinuità rispetto all’odiata ‘riforma Franceschini’, altri ancora pensati solo per attribuire più forza al nuovo potere forte del MiBAC, il Segretariato generale, ora presidiato da Giovanni Panebianco, ex ufficiale della Guardia di Finanza e ex dirigente della Presidenza del Consiglio.

Il nuovo assetto, noto da una bozza di DPCM che dovrebbe essere approvata dal Consiglio dei Ministri entro il mese di giugno, prevede una trasformazione dei ‘Segretariati regionali’ (in parte eredi delle precedenti Direzioni regionali, con funzioni di coordinamento e di rapporti con le Regioni e gli Enti Locali) in ‘Segretariati distrettuali’ (cioè interregionali, con territori enormi, ad es. Piemonte-Liguria-Lombardia o Veneto-Emilia Romagna-Friuli VG-Trentino AA: ma come mai potranno funzionare?), che conservano alcune delle precedenti funzioni ma ne perdono altre più significative (in particolare quella di stazione appaltante, trasferita a una nuova specifica Direzione Generale ‘Contratti e Concessioni’, tranne che per piccoli importi); ma soprattutto esercitano “funzioni ispettive, di verifica e di controllo a livello territoriale, secondo le indicazioni fornite dal Segretariato generale”; insomma una sorta di ‘Spectre’ del Segretario Generale che evidentemente ha scarsa fiducia nei dirigenti territoriali. Non sarebbe stato meglio eliminare del tutto i segretariati regionali (che rappresentavano un punto debole della precedente riforma), attribuendo funzioni e personale alle Soprintendenze territoriali, che sarebbero così state decisamente rinforzate nelle loro attività di tutela? Si sarebbero, peraltro, recuperate ben 17 posizioni di dirigente di seconda fascia, certamente più utili altrove.

Si introducono le ‘Direzioni territoriali delle reti museali’ (comprendenti spesso più regioni come ad es. Piemonte-Liguria-Lombardia o Puglia-Basilicata o Umbria-Marche) al posto dei ‘Poli museali regionali’: anche questa sembra una novità destinata a creare non poca confusione, anche perché si annuncia il ritorno alle Soprintendenze di alcuni musei e aree archeologiche.

Le Soprintendenze ‘Archeologia Belle Arti Paesaggio’, cioè le strutture uniche di tutela, restano (per fortuna) confermate, ma si annunciano accorpamenti o scissioni, al momento non ancora precisati. Una modifica significativa riguarda le aree funzionali, cioè i settori specialistici disciplinari, nelle quali si articola ogni Soprintendenza: si riducono a cinque e quella demoetnoantropologica viene accorpata con quella storica e artistica. È una grave sottovalutazione del patrimonio immateriale, che rappresenta una grande risorsa, pari a quella del patrimonio materiale, soprattutto se, coerentemente con questa scelta, sparisse al livello centrale anche il Servizio VI, “Tutela del patrimonio demoetnoantropologico e immateriale” della Direzione Generale Archeologia Belle Arti Paesaggio.

Girava voce nelle scorse settimane dell’istituzione di un paio Soprintendenze archeologiche (ma perché solo archeologiche? Il mare non è solo archeologia: lo afferma un archeologo subacqueo, che dirige da quasi un trentennio la rivista ‘L’archeologo subacqueo’), che, però, non compaiono nella bozza che circola e restano dunque nel mistero.

Novità dell’ultima ora è la soppressione di alcuni musei e parchi autonomi: il Parco archeologico della Via Appia, il Museo etrusco di Villa Giulia, Il Museo delle Civiltà, la Galleria dell’Accademia di Firenze e il Museo e Parco del castello di Miramare. Una prima domanda è quasi ovvia: perché questi musei e parchi? Quale considerazione è alla base di tale scelta di eliminazione dell’autonomia di questi e non di altri? Perché il Museo di Villa Giulia, che sta conoscendo con la scoppiettante direzione di un giovane archeologo, funzionario MiBAC, Valentino Nizzo, una vitalità prima impensabile, con una miriade di iniziative culturali e scientifiche e con un impegno particolare nel sollecitare la partecipazione attiva dei cittadini. Che fine farà, afferirà alla ‘Direzione territoriale della rete museale’ del Lazio (che si occupa già di oltre 40 musei e aree archeologiche)?

Non mancano situazioni quasi comiche. Nel caso del Parco dell’Appia si era da poco bandito il posto per direttore, dopo il pensionamento della prima direttrice Rita Paris. Si è, dunque, effettuata una selezione con una commissione nominata dal ministro che ha formulato una terna all’interno della quale il direttore generale ai musei (certamente d’intesa con il ministro) ha scelto il nuovo direttore, Simone Quilici, che ha firmato un regolare contratto qualche giorno fa. Salvo poi apprendere dalla stampa che il ministro ha deciso di eliminare l’autonomia del suo parco, tanto da essere costretto ad annulla frettolosamente la conferenza stampa nella quale avrebbe presentato il suo programma, ma confermando il suo regolare insediamento lunedì 17 giugno! Al parco, oltre al direttore, era stato assegnato un gruppo di competenti e agguerriti funzionari, che pur tra mille difficoltà logistiche e organizzative, ha avviato molto importanti attività di tutela e di valorizzazione di un territorio assolutamente straordinario. Che fine farà ora questo parco, certamente problematico, che si occupa di un territorio molto ampio, con progetti che superano i confini regionali? Andrà anche questo parco alla ‘Direzione territoriale della rete museale’ del Lazio, o alla Soprintendenza di Roma, o al Parco del Colosseo? Misteri!

Il caso ancor più incomprensibile riguarda poi il Museo delle Civiltà, nato solo pochi anni fa dalla fusione di grandi realtà storiche come il Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini”, il Museo delle arti e tradizioni popolari “Lamberto Loria”, il Museo d’arte orientale “Giuseppe Tucci”, il Museo dell’alto Medioevo “Alessandra Vaccaro”. Una realtà complessa, unica, ottimamente diretta da Filippo Maria Gambari. Solo da poco è stato trasferito all’EUR anche il Museo d’arte orientale, che custodisce materiali degli scavi delle missioni archeologiche italiane in Iran, Pakistan e Afghanistan, oltre che gli oggetti acquistati in Nepal e Tibet da Giuseppe Tucci, il cui allestimento è in corso (anche grazie a cospicui finanziamenti) con una previsione di inaugurazione nel 2020. La perdita di autonomia e il suo declassamento assestano un colpo grave all’archeologia preistorica e all’orientalistica, oltre al patrimonio culturale immateriale e demoetnoantropologico.

Non è difficile immaginare ora, oltre a proteste e agitazioni (anche da parte di associazioni che anni fa avevano contrastato la riforma Franceschini) oltre a vari ricorsi al TAR da parte dei direttori, che hanno sottoscritto regolari contratti.

In generale questa nuova riorganizzazione si caratterizza per un impianto fortemente centralista, che accresce il numero delle Direzioni Generali (mentre sarebbe stato decisamente meglio ridurle), moltiplica a Roma gli istituti, gli incarichi e le posizioni dirigenziali, attribuisce maggiori poteri al Segretariato Generale, facendo del MiBAC un ministero sempre più macrocefalo e burocratico. Sarebbe stato, al contrario, di gran lunga preferibile un centro snello, forte e autorevole, con reali capacità di indirizzo, coordinamento e monitoraggio, potenziando le strutture territoriali, sempre più in difficoltà. È anche una riorganizzazione che non risolve affatto alcuni oggettivi problemi della riforma Franceschini, che invece sarebbe stato opportuno affrontare alla luce di tre anni di sperimentazione, in particolare i rapporti tra centro e periferia e tra soprintendenze e poli museali, in ultima analisi tra tutela e valorizzazione. Chi scrive aveva proposto già anni fa una diversa soluzione, che oggi pare condivisa da molti altri: un centro leggero e forte con poche Direzioni Generali, strutture periferiche solide e con larghi margini di autonomia: Soprintendenze uniche regionali (dotate di autonomia amministrativa, come l’attuale Soprintendenza speciale di Roma), dirette da Dirigenti generali e articolate al loro interno in dipartimenti settoriali (archeologia, architettura, arti, paesaggio, demoetnoantropologia, archivi, musei, organizzazione-amministrazione) diretti da dirigenti di seconda fascia, comprendenti, cioè, anche i poli museali e gli archivi, che hanno un forte legame territoriale. Infine la rete dei Musei e parchi autonomi, eventualmente da sviluppare progressivamente. Una soluzione organica, questa, recentemente rilanciata dalla Federazione delle Consulte universitarie di Archeologia insieme a varie altre associazioni in un documento inviato al ministro e pubblicato, che non ha avuto alcun riscontro.

Inutile dire che tale ‘riforma’, che dovrebbe essere ratificata entro questo mese, non è stata esaminata e discussa dagli organi consultivi del MiBAC, primi fra tutti il Consiglio superiore ‘beni culturali e paesaggistici’ che martedì 18 giugno si insedierà, ad un anno dalla scadenza del precedente. Ma nell’ordine del giorno questo tema così rilevante non compare.


Pubblicato in https://www.huffingtonpost.it/entry/beni-culturali-la-riforma-pasticcio-di-bonisoli_it_5d05fd75e4b0304a1210e30a?fbclid=IwAR07s74AHGqB5BESaAkefYXBgvZOYC1G3cc1rAuCZkm3pJbEintz3lR-3Wk


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