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Daniele Manacorda, Per salvare il nostro patrimonio serve un'alleanza con i cittadini

Al grido di “dobbiamo salvare le soprintendenze” anche un intellettuale di rara intelligenza come Carlo Ginzburg paventa il ridimensionamento delle loro competenze con i conseguenti danni al nostro patrimonio e al paesaggio. Il decreto Franceschini – di cui Ginzburg parla per sentito dire – attribuirebbe a persone “prive di conoscenze specifiche” scelte importanti, “che decideranno della sopravvivenza di opere, di edifici, di equilibri paesaggistici fragilissimi”. Il decreto in realtà dice tutt’altro, attribuendo un ruolo di coordinamento e armonizzazione a Commissioni regionali per il patrimonio culturale, composte dagli stessi soprintendenti.

Ginzburg, da grande storico qual è, sa che la iperspecializzazione è la tomba della storiografia. E ciò vale anche per il patrimonio, dal momento che non si tutela – almeno a parole – solo l’oggetto, il monumento, il luogo, ma il contesto che li accoglie.

Ma questo ‘al lupo! al lupo!’, che quando si tratta di difendere il nostro patrimonio culturale non è mai fuori di luogo, se è schiacciato sul presente rischia di peccare di profondità storica. Se ancora una volta ci preoccupiamo dello stato della tutela in Italia, vuol dire che ciò che temiamo possa accadere è già accaduto e non da ieri. E infatti l’impalcatura del nostro sistema di tutela, vecchia di oltre un secolo, è da tempo obsoleta.

Una riforma del sistema non ha nulla a che vedere con il policentrismo, che Ginzburg giustamente ricorda quale caratteristica della storia d’Italia: ci si domanda piuttosto perché questa difesa del policentrismo si accompagni ad una visione manichea della pubblica amministrazione, nella quale lo Stato giocherebbe un ruolo di protagonista buono e i Comuni quello del cattivo deuteragonista.

L’articolo 9 della Costituzione continuamente tirato in ballo parla infatti di Repubblica e non di Stato, e parla di ‘promozione della cultura’, cioè di valorizzazione: una parola demonizzata da chi la traduce in monetizzazione. Siamo come paralizzati da conservatorismi non più giustificabili da parte di una fetta di classe dirigente, anche colta ma elitaria, che ha paura di cimentarsi con le sfide affascinanti che ci propone l’economia della conoscenza.

Le radici di molti dei problemi attuali stanno nella stagione laica della demanializzazione dei beni artistici e del processo di affrancamento e civilizzazione portato avanti dalla borghesia italiana del tardo Ottocento. La tutela legale, fatta di divieti e di sanzioni, prese allora il posto – con tutte le sue benemerenze storiche – da quella che è stata giudicata come una sorta di spontanea conservazione sociale.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, anche nel rapporto beni culturali/cittadinanza. Già quaranta anni fa uno storico dell’arte come Andrea Emiliani, studioso profondo della storia della tutela, denunciava il ‘fossato’ che  la cultura ufficiale e l’amministrazione del settore avevano scavato tra i ‘beni culturali’ e il comportamento della società e additava nel 1923 l’anno in cui, con la definizione della figura del soprintendente, il patrimonio fu “definitivamente sottratto agli italiani”. Vero? Falso? Quanto meno è legittimo discuterne, al di fuori dei corporativismi fortissimi che si oppongono, dentro e fuori dell’amministrazione, a tutto ciò che sa di innovazione in questo settore (basta vedere la vicenda del decreto sulle liberalizzazioni, con il dietro front che, in nome della tutela!, impedisce di fotografare un libro nelle nostre biblioteche pubbliche, ma non di fotocopiarlo a pagamento!)

Guerre, dittature, socialismo, democrazia, boom economici e crisi, strapotere del ceto medio e dei media…quante ne abbiamo viste? Nelle democrazie di massa il potere decisionale lo esercitano anche quelle maggioranze, che sono state escluse dalla percezione del valore dei beni culturali, chiusa in una ristretta cerchia di ‘addetti ai lavori’. E infatti, se si parla di  ‘restituzione’ dell’Italia agli italiani, dobbiamo pur domandarci chi gliel’ha tolta! Poiché – caro Ginzburg – al patrimonio culturale italiano ci teniamo tutti, discutiamo allora su che cosa fare per salvare il bambino buttando l’acqua sporca. L’Amministrazione pubblica della tutela richiede una riforma radicale, che è d’ordine culturale prima ancora che politico e amministrativo, per metterla al passo con la società del XXI secolo, mantenendo le condizioni perché i suoi meriti storici possano persistere e rimovendo le circostanze che hanno generato i demeriti, che sono all’origine della sua attuale crisi.

Un  nuovo ‘sistema del servizio di tutela’ richiede la partecipazione di più attori e richiede un ribaltamento di concezioni nel rapporto fra Pubblica Amministrazione e cittadinanza. Più che fare quadrato attorno al simulacro di una tutela nostalgicamente vissuta, accettiamo la sfida del presente e creiamo idee e progetti innovativi, che diano linfa e speranza al patrimonio.

Una tutela contestuale, intesa come sistema inclusivo, servizio pubblico, luogo della ricerca e della formazione condivise, comunicazione e democratizzazione della cultura, superamento di una concezione elitaria e gelosa del patrimonio, richiede la chiamata a raccolta di tutte le energie positive del paese, con l’obiettivo di creare una rete diffusa di gestione socialmente allargata del patrimonio.

La riforma Franceschini non è la riforma che vorrei (e temo che sia in alcuni suoi aspetti farraginosa), ma va nella direzione del cambiamento. L’amministrazione pubblica deve smetterla di difendere l’Italia dagli italiani. Corrotti e corruttori, ignoranti devastatori del patrimonio ci sono sempre stati. Ma c’è una enorme fetta di paese pronta a difendere con i denti il futuro del patrimonio sol che le si faccia intendere che si è capita la lezione: che l’Italia è loro. Con loro occorre allearsi. Stato, regioni, comuni, università, associazionismo culturale, singoli cittadini per  il bene comune hanno di fronte due avversari agguerriti: i marioli di sempre e la conservazione culturale scontenta del presente ma paurosa del futuro.

 

Daniele Manacorda

La Repubblica, 1.8.2014

 


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