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Herdonia rinasce

Su queste pagine pochi giorni fa un bell’articolo di Antonella Gaeta annunciava un cambio di rotta nelle strategie per la valorizzazione del sito archeologico di Herdonia, grazie ad alcuni progetti che la soprintendente all’archeologia, belle arti e paesaggio di Foggia, arch. Anita Guarnieri, pensa giustamente di integrare in piano strategico complessivo.

È questa un’ottima notizia, a oltre vent’anni dalla dolorosa sospensione degli scavi avvenuta nel 2000 e dopo un lungo blocco determinato dai continui ricorsi da parte della proprietà dei terreni, che hanno rallentato le procedure dell’acquisizione al demanio dell’area archeologica, ora finalmente concluse, provocando anche la perdita di ingenti risorse che avrebbero consentito di realizzare già anni fa il parco archeologico che quello straordinario sito merita.

Herdonia è, infatti, uno dei più grandi siti archeologici abbandonati, cioè privi della sovrapposizione della città moderna, e tra i meglio conservati in Puglia e nel Mezzogiorno: consente pertanto di ripercorrere l’intera storia di un insediamento del Tavoliere dall’età daunia fino alla fine del Medioevo.

Quello di Herdonia è stato a lungo anche l’unico sito indagato sistematicamente per circa quarant’anni, fin dal novembre del 1962, quando un allora giovane archeologo belga, Joseph Mertens, avviò i primi scavi, proseguiti da allora ininterrottamente anno dopo anno. Nel 1993 all’équipe belga si aggiunse un’équipe italiana dell’Università di Bari diretta da chi scrive, che ha effettuato gli scavi fino al 2000. Centinaia di studenti per anni hanno trascorso mesi interi nel piccolo centro del Tavoliere, integrandosi e stabilendo rapporti di amicizia anche con la comunità locale. Si sono andate disvelando così pagine di storia della città: le capanne e le centinaia di tombe con ricchi corredi dell’insediamento daunio; le fasi della romanizzazione, con le tracce delle distruzioni durante la seconda guerra punica, quando Herdonia si barcamenò tra Roma e Annibale e i suoi cittadini furono deportati a Metaponto e a Thurii; lo sviluppo del municipio romano da età augustea in poi con i vari edifici pubblici, la piazza del foro, i templi, la basilica, le botteghe, il mercato coperto, le terme, le tante domus; lo sviluppo urbano di età imperiale e la costruzione della via Traiana, ancora ben visibile nel percorso urbano; le trasformazioni di età tardoantica, quando a Herdonia è attestato anche un vescovo; le fasi più evanescenti dell’Altomedioevo; la chiesa medievale e la domus fortificata di Federico II, il casale, fino all’abbandono.

Grazie agli scavi Herdonia è nota a livello internazionale nella comunità scientifica, grazie a ben 13 volumi della serie ‘Ordona’ (il primo volume uscì nel 1965, il tredicesimo è del 2021, a dimostrazione che gli studi sono proseguiti anche dopo la sospensione delle attività sul campo) e a centinaia di articoli. Herdonia è stata anche il luogo di formazione di intere generazioni di archeologi belgi, italiani e di molti altri paesi. Anche molti dei docenti delle Università di Bari e di Foggia e vari funzionari delle soprintendenze e della direzione musei di Puglia hanno fatto le loro prime esperienze di scavo proprio a Herdonia. Poi l’improvviso e imprevedibile blocco delle attività nel 2000 a causa dei conflitti tra proprietà e soprintendenza. Noi stessi avevamo lasciato interrotto scavo delle grandi terme, convinti di tornare l’anno successivo. Ma non fu così. Poi ha fatto seguito una lunga fase di abbandono, con i monumenti archeologici che si deterioravano, i pannelli da noi installati nell’area archeologica che si rovinavano esposti alle intemperie. Niente più manutenzione, niente più ricerca sul campo. Spero ora che presto Herdonia possa tornare ad essere un grande cantiere di scavi. C’è ancora tanto da scoprire: dell’intera superficie della città romana (circa 20 ettari) sono stati finora indagati non più di 4-5 ettari, circa il 20%. Spero anche che si avvii un progetto sistematico di recupero, restauri e manutenzione programmata. E soprattutto che si pensi subito a un sistema di gestione del sito. Altrimenti anche questi interventi non potranno avere gli esiti sperati.

Bisogna dare merito alla soprintendente Guarnieri di volersi cimentare con questa straordinaria sfida ed è una bella notizia che intenda farlo coinvolgendo ufficialmente le due Università di Barie. Foggia in un lavoro comune, integrato, multidisciplinare.

Herdonia è, infatti, un sito ideale per la valorizzazione e la fruizione anche grazie alla bellezza del paesaggio circostante. È un luogo adatto all’organizzazione di forme diverse di fruizione, come spettacoli teatrali e musicali, svolti con successo e la partecipazione di un folto pubblico negli anni in cui effettuavamo campagne di scavo in quel sito, quando organizzavamo l’Herdonia festival o la notte dei ricercatori.

Si dovranno valutare anche forme innovative di fruizione, grazie a supporti multimediali, all’archeologia virtuale, alle ricostruzioni 3d, che potranno integrare e arricchire il piacere della visita diretta del sito. Passeggiare a Herdonia al tramonto è un’esperienza che lascia senza fiato!

Sono convinto che Herdonia, con il suo museo (che andrebbe pensato come il museo della storia della città e degli scavi), possa essere uno dei capisaldi di un sistema integrato di valorizzazione dei beni archeologici, culturali, della Daunia, fondamentale anche per progettare nuove forme di sviluppo di quel territorio. Si pensi alla vicina villa di Faragola ad Ascoli Satriano, che si spera sia resa nuovamente fruibile grazie ai prossimi lavori di restauro dopo il tragico incendio del 2017. 

Centinaia di cassette di reperti sono conservate ora a Ordona e solo pochi reperti sono esposti nel locale Museo, mentre alcuni altri oggetti sono fruibili nel Museo Civico di Foggia. Molto può essere ancora esposto. Ci sono poi tanti dati da rendere pubblici: anni fa recuperammo da Lovanio l’intera documentazione degli scavi belgi, che generosamente il prof. Mertens volle donare all’Università di Foggia, dove è conservato l’intero archivio, con disegni, foto, diapositive, schede, film. Sarebbe splendido poter digitalizzare interamente quella documentazione e metterla a disposizione di tutti.

Oggi possiamo, insomma, riannodare il filo spezzato della ricerca, della formazione sul campo, dei progetti di restauro, sistemazione e valorizzazione del sito.

Silio Italico nel I secolo d.C. aveva definito la città ‘obscura Herdonea’: speriamo che, dopo tanto buio, si riveda un po’ di luce! La comunità di Ordona la attende da quasi sessant’anni, così come la comunità scientifica internazionale. I resti archeologici attendono quella luce da secoli, e ora potranno vivere finalmente anche una nuova vita.

Pubblicato in La repubblica Bari, 29.4.2022, p. 10
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