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Il commiato del commissario

Ho molto amato Camilleri, sia i romanzi di Montalbano sia (in particolare) i suoi romanzi storici. La concessione del telefono è, ad esempio, un piccolo capolavoro. E il Birraio di Preston o Il re di Girgenti opere di assoluto rilievo. Soprattutto ho amato i primi Montalbano. La sua lingua inventata, il protagonista e i vari personaggi (straordinari Catarella e Fazio, meno lo sciupafemmine un po’ tonto Augello e la scialba Livia), i luoghi, i dialoghi, gli intrighi, le storie. Poi, a un certo punto, ho avuto l’impressione (e non solo) di una certa ripetitività (non si può produrre un buon romanzo, sia pur popolare e d’evasione, ogni estate!), per cui ho lasciato perdere. Anche il Montalbano televisivo non mi è mai dispiaciuto, per la bravura del protagonista e di tutti i vari attori, la qualità della regia, l’ambientazione. Meno il giovane Montalbano, di cui non ho mai capito il bisogno, se non per la necessità di tener fede agli impegni di consegne regolari. Insomma, da tempo non leggevo più Camilleri. 
Non ho saputo resistere però all’ultimo della serie Montalbano, Riccardino, di cui ormai si sa tutto (la prima versione del 2005, poi la revisione del 2016 soprattutto per gli aspetti linguistici, il titolo provvisorio rimasto poi definitivo, l’impegno a pubblicarlo solo dopo la scomparsa dell’Autore). Si è molto favoleggiato sulla presunta morte di Montalbano a chiusura del romanzo di commiato. In realtà Camilleri voleva solo congedarsi dal suo protagonista, lasciandolo finalmente libero, e in qualche modo anche dal suo pubblico. 
Resto convinto che Camilleri sia stato un grandissimo narratore, capace di inventare una lingua letteraria comprensibile da tutti pur se infarcita di termini e modi di dire dialettali e di costruire personaggi che sono entrati nel cuore dei lettori, forse davvero l’ultimo esponente del romanzo popolare (che non significa affatto di basso livello). Un autore ironico e anche impegnato, con un grande senso storico e civico.
Confesso, però, una certa delusione nella lettura di quest’ultimo romanzo. Non tanto per la vicenda, come sempre complicata e semplice al tempo stesso, tutta interna alla società di Vigata, e per il modo di procedere e di ragionare di Montalbano, ma principalmente per due ragioni: perché contiene tutti i caratteri dei romanzi montalbaniani (le mangiate da Enzo o sulla verandina con i piatti di Adelina, le passeggiate al porto, le tuppiate esagerate di Catarella, gli aspetti un po’ morbosi del sesso – non solo per le perversioni del pm Tommaseo –, la stupidità burocratica del questore Bonetti-Alderighi, le litigate telefoniche con Livia, l’immancabile politico colluso con la mafia ), in maniera un po’ troppo ripetitiva e anche stanca. La stanchezza è forse il dato prevalente: di Montalbano, che continua a ripetersi (e sentirsi ripetere) che è invecchiato, e dell’Autore stesso. I romanzi di Camilleri sono sempre legati alle vicende contemporanee e si sente che questo è stato scritto quindici anni fa. C’è molto mestiere in questo romanzo, e troppo poca originalità. Inoltre non mi ha convinto la soluzione (di chiara e dichiarata ispirazione pirandelliana) del dialogo tra l’Autore e il protagonista e anche il confronto tra il Montalbano letterario e quello televisivo. Certo voluta sia per differenziare un po’ i due Montalbano (quello televisivo troppo legato alla figura di Zingaretti) sia per dichiarare che a volte le vicende si sono sviluppate quasi autonomamente per l’iniziativa del protagonista letterario, in maniera diversa da come l’Autore le aveva immaginate inizialmente. Un’idea anche simpatica, sia pur non originale, ma troppo insistita in questo romanzo.
Insomma, a mio parere, è un commiato forse non all’altezza dell’Autore e nemmeno dell’amato protagonista di tanti racconti (ovviamente operazione editoriale con vendite record per Sellerio). Ma che certamente nulla toglierà (e poco aggiungerà) alla loro grandezza.

 


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