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La girandola dei dirigenti ai parchi archeologici in Sicilia

Ho appreso dai giornali la notizia della girandola dei dirigenti ai parchi archeologici dell’Isola, recentemente istituiti, per decisione del presidente Nello Musumeci, che conserva ancora la delega per la Cultura dopo l’improvvisa tragica scomparsa dell’amico Sebastiano Tusa. Esattamente come l’hanno appresa i diretti interessati, ignari del loro destino fino a quando la notizia è rimbalzata sui vari siti web a seguito del comunicato stampa del presidente della Regione-Assessore ai Beni culturali e all’identità siciliana.

Non entro ovviamente nel merito delle scelte politiche del presidente Musumeci, ma al di là della forma alquanto rude (un comunicato stampa, senza nemmeno un minimo preavviso ai dirigenti in questione, che forse meriterebbero un maggiore coinvolgimento in tali scelte), che comunque è anche sostanza, mi sembra opportuno proporre un paio di considerazioni.

I parchi appena istituiti, in ossequio alla legge 20 del 2000 (voluta dall’allora assessore Fabio Granata), quasi un’era geologica fa, sono in gran parte solo sulla carta. Il Consiglio regionale dei beni culturali (del quale faccio parte, su pressante richiesta di Tusa, dopo che avevo presentato le dimissioni, peraltro mai accolte ufficialmente, nelle mani del precedente assessore Vittorio Sgarbi), nell’unica riunione tenuta il 30 gennaio 2019, aveva deciso di approvare il progetto assai ambizioso presentato da Tusa di organizzazione del sistema regionale dei parchi, ma con numerose raccomandazioni, molte delle quali proposte proprio da chi scrive, nella convinzione che non basti definire un sito archeologico, per quanto importante, ‘parco archeologico’ per garantirne il funzionamento.

Ci sono parchi che difficilmente potranno essere a breve sostenibili (solo come esempio, Gela o Camarina-Cava D’Ispica o Solunto-Himera-Jato, ma seri problemi avranno molti altri). Servono progetti solidi, personale qualificato, risorse, vera autonomia gestionale e una grande capacità di attivare collaborazioni locali, nazionali e internazionali.

Anche per la procedura sarebbe stato preferibile un bando, aperto a tutti, dirigenti e funzionari (in Sicilia ce ne sono a decine, tra cui una cinquantina di archeologi bravissimi, con specializzazioni e dottorati di ricerca) e anche a esterni, per portare aria fresca e nuova, con una selezione fondata sul merito, su progetti di gestione presentati dai candidati e affidata a commissioni di alto livello scientifico internazionale.

Una considerazione riguarda anche le professionalità, senza per questo voler fare inutili difese corporative. Il problema non riguarda la corporazione ma le competenze, che ovviamente sono diverse a livello direttivo e gestionale superiore e a livello delle sezioni specialistiche. Trattandosi di parchi archeologici, colpisce comunque che su 13 solo 5 saranno diretti da archeologi.

Del resto le figure direttive di archeologi si sono ormai ampiamente ridotte, se si considera che anche nelle 9 soprintendenze ai beni culturali siciliane, le rispettive sezioni archeologiche solo in 4 casi sono dirette da archeologi. Insomma c’è una vera emergenza di competenze specialistiche nelle qualifiche professionali nei ruoli direttivi.

L’idea di attivare parchi autonomi è buona. Ma se lo si fa solo con la speranza di fare cassa, allora è alquanto infondata, oltre che profondamente sbagliata. Le risorse arriveranno e i visitatori cresceranno, solo se si sapranno garantire qualità dei servizi, progetti scientifici di alto profilo, capacità gestionali adeguate.

Solo i Parchi della Valle dei Templi e Taormina-Naxos (quest’ultimo solo grazie ai grandi numeri del teatro) hanno al momento una garanzia di sostenibilità. Per gli altri parchi si dovrebbe pensare, a mio parere, a forme diverse di gestione, non tutte necessariamente dirette da parte dell’Assessorato, ma studiando e sperimentando anche soluzioni innovative, con il coinvolgimento di fondazioni, associazioni, professionisti dei beni culturali, che anche in Sicilia sono presenti e che potrebbero mettere a disposizione competenze, passioni, energie ancora inespresse, contribuendo alla nascita e al consolidamento di un’imprenditoria culturale locale, creando dal basso occasioni di lavoro qualificato e di economia sana e pulita, di cui la Sicilia e l’Italia tutta hanno enorme bisogno.

Di fatto solo quello della Valle dei Templi di Agrigento può essere considerato un vero parco, grazie a una gestione intelligente, competente, lungimirante, garantita a partire dal 2011 da Giuseppe Parello e da un’attivissima squadra di collaboratori (in particolare alcune bravissime archeologhe, che hanno costituito una struttura operativa in precedenza del tutto assente) che ne ha fatto un vero modello.

Non solo per i grandi numeri di presenze e quindi anche per gli introiti significativi (oltre 6 milioni lo scorso anno), in un panorama deprimente sotto questo profilo come quello siciliano, ma per la miriade di attività scientifiche, culturali e sociali: scavi e ricerche condotti da tante missioni italiane e straniere, convegni, seminari, festival, mostre (ultima quella sulle macchine impiegate in antico per la costruzione di templi e grandi edifici), attività didattiche per bambini e scolaresche, orti sociali, produzione di vino e olio, con una grande attenzione alla partecipazione della cittadinanza locale.

Un parco scoppiettante di vitalità culturale, che ho avuto di recente il piacere di proporre a Chengdu in Cina come uno dei migliori modelli attivi in Italia, ricevendo grande apprezzamento dai colleghi cinesi che pure sui parchi archeologici stanno effettuando enormi investimenti e avrebbero molto da insegnarci.

Non conosco il nuovo direttore, già dirigente dello stesso parco, e non mi permetto di esprimere quindi alcun giudizio, ma mi auguro che voglia proseguire sulle stesse linee programmatiche, valorizzando le grandi competenze presenti a Agrigento e confermando le scelte di apertura e di collaborazioni nazionali e internazionali.

Pare che a Parello possa essere proposta una carica di coordinamento dei parchi: sarebbe una scelta molto intelligente e opportuna, proprio per avvalersi della competenza e esperienza maturata alla Valle dei Templi, con esiti notevolmente positivi.

Una dirigente molto attiva, Vera Greco, che si è molto impegnata a Taormina e che aveva progetti interessanti per il (ri)lancio di Naxos, va ora a dirigere il parco della Villa del Casale-Morgantina, una realtà straordinaria che ha certo bisogno di una direzione più brillante.

Una parola merita anche un’altra realtà di successo in Sicilia, che la nuova organizzazione potrebbe mettere in crisi. Mi riferisco al Museo A. Salinas di Palermo. Un museo straordinario, che era rimasto chiuso per tanti anni a causa di lunghi lavori di sistemazione e allestimento, quasi decretandone la perdita di memoria tra gli stessi cittadini di Palermo.

Poi è arrivata Francesca Spatafora, che ha dato vita a un agguerrito gruppo di lavoro, motivando personale ormai sfiduciato, e che ha fatto vivere un museo chiuso più di tanti altri musei siciliani aperti. Con mostre, con una miriade di attività, con iniziative svolte fuori dal museo (anche in carcere o in ospedale) e con una comunicazione brillante e efficace anche sul web.

Poi sono arrivate le riaperture anche parziali di alcune sale, l’allestimento del bookshop e della caffetteria, fino alla recente sistemazione di quella splendida agorà che ora è il cuore del museo: il Salinas è esploso di vitalità. Perché allora trasferire una dirigente che ha fatto e sta facendo così bene, e che non ha ancora completato il lavoro di allestimento del museo?

Le rotazioni vanno bene, anche per mettere in circolazione competenze e esperienze (e non solo in ossequio alle note ‘misure anticorruzione’ che a volte appaiono alquanto capotiche – a volte anche strumentali – soprattutto in certi ambiti scientifici e culturali), ma bisognerebbe meglio valutare il lavoro di un dirigente, soprattutto sotto il profilo della qualità dei servizi offerti, delle collaborazioni attivate, del ruolo culturale e sociale garantito dall’istituzione diretta.

Altrimenti il rischio è di mettere fine a quelle poche cose che funzionano bene. Che senso ha, nello specifico, interrompere un progetto di allestimento museale? La qualità delle persone conta, eccome! E anche la continuità nei progetti. Un solo esempio, non siciliano: dopo la fine della direzione di Mauro Felicori alla Reggia di Caserta si è registrato un vero crollo, di attività e di presenze. Eppure la Reggia è la stessa di alcuni anni fa.


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