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Per il ritorno al territorio, bene comune

La società dei territorialisti e delle territorialiste ai candidati delle  elezioni del 24 febbraio 2013: un appello

La Società dei territorialisti, tra i cui promotori figurano studiosi di varie discipline, dalla storia all’archeologia e  all’economia, dall’urbanistica alla sociologia, dalle scienze agrarie alla geografia, dalla geologia al diritto e alla filosofia (www.societadeiterritorialisti.it), denuncia come la cultura politica dominante nella  attuale competizione elettorale consideri ancora il territorio come mero supporto fisico delle attività produttive e dell’urbanizzazione, anziché assumerne i significati di risorsa, di identità e di opportunità, vale a dire di patrimonio, come base su cui fondare nuove politiche anticrisi. Il ritorno al territorio, quale ricostruzione delle basi materiali di nuove forme di produzione della ricchezza è stato alla base del New Deal keynesiano dopo la crisi del  ’29, di cui il progetto roosevelthiano della ricostruzione delle condizioni ambientali, produttive, agricole, energetiche, sociali della  Tennessee Valley (TVA), è stato l’esempio paradigmatico. A partire dalla  la crisi del 2008, crescita, crescita, crescita, senza aggettivi, continua invece ad essere il ritornello del dibattito politico e elettorale, mentre i Governi nazionali sostengono banche e multinazionali, le stesse responsabili della crisi finanziaria globale. Dalla crisi non si può uscire adottando gli stessi paradigmi che l’hanno generata.

Anche le recenti politiche messe in atto in Italia per fronteggiare la crisi hanno marcato questa esclusione del territorio, del paesaggio e dell’ambiente, con la conseguenza di un territorio più vulnerabile, più fragile, spesso ferito e offeso. Riteniamo essenziale una ricomposizione dei saperi verso una nuova attenzione alla cultura dei luoghi,  al territorio come bene comune, su cui le nostre civiltà hanno costruito il proprio benessere, la propria riproduzione, la propria crescita. La rottura crescente di questa coevoluzione fra insediamento umano e ambiente nel mito della sovradeterminazione della crescita economica è concausa del crescente distacco, nei processi di globalizzazione, tra crescita economica e benessere sociale; dell’abnorme consumo di suolo agricolo fertile che accompagna la crescita smisurata delle urbanizzazioni e della scarsità di cibo; della crescente crisi ambientale e della sicurezza del territorio amplificata dai cambiamenti climatici; dell’allontanamento progressivo dei centri decisionali  dalla capacità di controllo e governo delle comunità locali e dei loro ambienti di vita.

Per invertire gli esiti catastrofici di questo processo deve e può essere recuperata una capacità di una visione strategica incardinata sulla   ricostruzione di una cultura e un pensiero del territorio, ai quali facciano seguito politiche di buongoverno territoriale. Per l’Italia in particolare, la cultura del territorio si fonda storicamente su una grande varietà di identità regionali e locali e dalla presenza diffusa di un ricco patrimonio culturale e ambientale: la molteplicità dei paesaggi rurali, la stratificazione millenaria delle città d’arte, il policentrismo delle reti insediative e infrastrutturali. Un buon governo che sappia valorizzare questo ricco patrimonio territoriale, integrando politiche culturali, ambientali, economiche e sociali, rappresenta oggi la sfida essenziale per l’innovazione delle politiche pubbliche.

In questa direzione e in controtendenza alle politiche istituzionali, la centralità del patrimonio territoriale è presente in modo capillare e diffuso nelle sempre più numerose esperienze di cittadinanza attiva (comitati, movimenti, pratiche dell’abitare e del produrre di tipo comunitario e solidale, enti pubblici territoriali virtuosi). Questa centralità assegnata al territorio, ai suoi saperi e sapienze, induce comportamenti di cura, manutenzione e valorizzazione, verso una conversione ecologica e territorialista dell’economia, basata sulle peculiarità dei territori, sulla “coralità produttiva dei luoghi” e su nuove forme di coscienza civica. Queste esperienze diffuse sollecitano una visione politica in cui la cura dei mondi di vita vissuto in comune riacquista centralità, riconoscendo l’abitante competente e la pratica della partecipazione come basi di una rinascita della democrazia, capace di svincolare la nostra società dai meccanismi spesso rovinosi di un’economia globale.

La sfida del ritorno al territorio come bene comune che la Società dei territorialisti e delle territorialiste propone al dibattito pubblico si articola nelle seguenti quattro proposte:

1. - Il ritorno alla terra
Un intero ciclo di sviluppo fordista si è basato, dal secondo dopoguerra, sull’esodo dalle campagne, dai molti ‘Sud’ alpini e appenninici verso le aree metropolitane di pianura e le coste. Un primo punto programmatico è l’attivazione di politiche e progetti per un controesodo che realizzi un nuovo popolamento rurale.
Questo popolamento deve perseguire obiettivi su due fronti:
a) l’elevamento della qualità della vita urbana: nutrire le città con cinture agricole peri-urbane con cibo sano a km zero (orti, frutteti, giardini, fattorie didattiche, mercati locali) e estesi parchi agricoli multifunzionali; elevare la qualità abitativa delle periferie (standard di verde agricolo “fuori porta” fruibile); riqualificare i margini urbani (qui finisce la città, là comincia la campagna); salvaguardare le città dalle conseguenze sempre più catastrofiche del dissesto idrogeologico;
b) l’elevamento della qualità della vita e della produzione del  mondo rurale: fermare i processi di deruralizzazione; ridare dignità alle attività primarie e al modo di produzione contadino, denso di saperi riparativi dei disastri ambientali e sociali dell’agroindustria, attraverso i suoi intrinseci caratteri multifunzionali; ridurre  l’impronta ecologica con la chiusura locale dei cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, dell’alimentazione; elevare la qualità ambientale (salvaguardia idrogeologica, qualità dell’aria, dell’acqua, delle reti ecologiche e del paesaggio).
I percorsi delineati del ritorno alla terra restituiscono un ruolo centrale  ai paesaggi rurali storici con le loro sapienti regole ambientali, idrogeologiche, ecologiche, produttive, in grado di dare indicazioni per la multifunzionalità dell’agricoltura, per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico e garantire una sostanziale sovranità alimentare alle comunità locali e al nostro Paese nel suo complesso.

2. - Il ritorno alla montagna
Il 78% del territorio nazionale è collinare e montano: il ritorno alla terra assume perciò questa centralità ambientale e culturale.
Veniamo da una civilizzazione industriale matura (fordismo) che ha fatto delle pianure, dei fondovalle, delle coste il proprio campo di battaglia, seppellendone il territorio, l’ambiente, il paesaggio sotto i propri capannoni prefabbricati e le «fabbriche verdi» dell’agroindustria, desertificando il territorio montano e, in parte, collinare con un destino di  seconde case, impianti sportivi, alberghi, riforestazione spontanea e disastro idrogeologico. Il ritorno alla montagna, ad abitare le valli alpine e appenniniche e gli entroterra costieri, è un ‘controesodo’ culturale verso una società agro-terziaria avanzata che sappia riconoscere il valore di “retroinnovazione” del proprio patrimonio ambientale e culturale.
Le politiche pubbliche integrate
da attivare per favorire questo controesodo nelle aree interne  riguardano: una nuova visione della mobilità,  delle infrastrutture e dei  servizi di rete per i piccoli centri, i borghi, le case rurali; l’accesso ai servizi urbani; politiche per la abitazioni e le reti culturali per i giovani agricoltori; per lo sviluppo di  tecnologie, filiere produttive appropriate e dei mercati locali.

3.- Il ritorno alla città
L’urbanizzazione contemporanea nelle sue molteplici declinazioni di città diffusa, sprawl urbano, ville éparpillee, ville éclatee, città infinita, rururbanizzazione e cosi via, ha distrutto il valore antropologico riconosciuto all’ars aedificandi dalla civilizzazione urbana occidentale, dalla polis, al municipium, al libero comune, alla città moderna. Questa dissoluzione del concetto di città, che ha il suo acme nella megacity, interpretata in molti rapporti ufficiali come il futuro innovativo per 7 miliardi di abitanti, rappresenta per noi al contrario una tendenza catastrofica di mort de la ville, insieme all’erosione progressiva dei suoli fertili. Rispetto a questa tendenza  proponiamo la ricerca di  forme nuove, alternative di organizzazione del territorio che restituiscano agli abitanti l’urbanità, lo spazio di relazione, la qualità della vita urbana perduti. La ricostruzione di reti di città multipolari in cui rinascano spazi e funzioni pubbliche, relazioni di prossimità, qualità ambientale, relazione sinergiche con il proprio territorio rurale,  sulle ceneri delle sconfinate conurbazioni periferiche: questa è la controtendenza che proponiamo  per rilanciare la qualità dell’abitare, l’industria edilizia di qualità e l’economia urbana della conoscenza.

4.- La crescita di sistemi socioeconomici locali
La riflessione sulle prime tre declinazioni del ritorno al territorio richiede di focalizzare la sfida su nuove forme di produzione della ricchezza, che sappiano trarre dalla ricostruzione dei beni patrimoniali locali le basi materiali della produzione di valore aggiunto territoriale. Nuove forme di intrapresa economica, adatte a promuovere  i sistemi locali territoriali e forme di scambio solidali, a mettere in valore e a gestire beni comuni territoriali, ambientali e paesaggistici,  propongono ruoli nuovi del governo del territorio nella ricerca di diversi sistemi socioeconomici, nella consapevolezza che investire in territorio, ambiente e paesaggio può produrre nuova ricchezza durevole, ovvero nuove forme di reddito, di attività produttive, di servizi ecosistemici e sociali. Alla base di questi sistemi produttivi sta la sovranità energetica: una nuova forma di produzione che deriva da peculiari mix energetici locali fondati sulla valorizzazione integrata delle risorse naturali e territoriali in coerenza con la valorizzazione ambientale e del paesaggio. Non basta, per la conversione alla  green economy, passare dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili (che anzi determinano con i grandi impianti nuovi degradi ambientali e paesaggistici): occorre che queste risorse siano gestite in forme diffuse con la partecipazione consapevole delle popolazioni e dei governi locali, e che tutto ciò contribuisca a costruire le condizioni dell’autogoverno sociale ed economico delle comunità territoriali.

Gennaio 2013
  
Per il Comitato scientifico della Società dei Territorialisti
Alberto Magnaghi (urbanista, prof. Emerito, Università di Firenze)
Ottavio Marzocca (filosofo, prof. Associato Università di Bari)
Rossano Pazzagli (storico, prof. Associato Università del Molise)
Massimo Quaini (geografo, prof. Ordinario, Università di Genova)
Enzo Scandurra (urbanista, prof. Ordinario, Università La Sapienza, Roma
Guliano Volpe (archeologo, Rettore Università di Foggia)

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