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500 nuove cattedre? E i ricercatori a tempo indeterminato?
Il Presidente del Consiglio Renzi ha annunciato 500 nuove cattedre nell'Università italiana. Non sappiamo esattamente di cosa si tratta (rientro di cervelli? stranieri?) perché le notizie sono ancora vaghe. In realtà l'Università italiana avrebbe bisogno di molti più posti per recuperare in parte le cattedre perse in questi anni, ma comunque è un buon segnale: pare che 500 sia il numero magico di questo Governo!
Ma colgo l'occasione per porre una questone che pare non interessare nessuno, ma che è invece centrale nella vita delle Università: la situazione dei ricercatori a tempo indeterminato. Si tratta di una categoria di oltre 20.000 persone, ormai ad esaurimento per effetto della legge Gelmini, che ha introdotto i ricercatori a tempo determinato (di tipo A, cioè con un contratto triennale, effettivamente a termine, e di tipo B, che invece prevede il passaggio automatico del ricercatore che acquisisca l’Abilitazione Scientifica Nazionale). La metà circa ha acquisito l'ASN ma molti vivono nel limbo, sopratutto nelle università meridionali, che dispongono di meno risorse per le progressioni di carriera.
Io sono convinto che sarebbe giusto e corretto risolvere questa questione, trasformando automaticamente i ricercatori a tempo indeterminato che acquisiscono l’Abilitazione Scientifica Nazionale in professori associati. Non è un ope legis, perché si premiano solo quelli che hanno l’ASN e che dunque hanno una produzione certificata. Oppure si tenga conto anche della VQR fatta dall’ANVUR.
Ma colgo l'occasione per porre una questone che pare non interessare nessuno, ma che è invece centrale nella vita delle Università: la situazione dei ricercatori a tempo indeterminato. Si tratta di una categoria di oltre 20.000 persone, ormai ad esaurimento per effetto della legge Gelmini, che ha introdotto i ricercatori a tempo determinato (di tipo A, cioè con un contratto triennale, effettivamente a termine, e di tipo B, che invece prevede il passaggio automatico del ricercatore che acquisisca l’Abilitazione Scientifica Nazionale). La metà circa ha acquisito l'ASN ma molti vivono nel limbo, sopratutto nelle università meridionali, che dispongono di meno risorse per le progressioni di carriera.
Io sono convinto che sarebbe giusto e corretto risolvere questa questione, trasformando automaticamente i ricercatori a tempo indeterminato che acquisiscono l’Abilitazione Scientifica Nazionale in professori associati. Non è un ope legis, perché si premiano solo quelli che hanno l’ASN e che dunque hanno una produzione certificata. Oppure si tenga conto anche della VQR fatta dall’ANVUR.
I vantaggi sarebbero enormi:
a) sostanziale eliminazione di una categoria ad esaurimento (lasciando al destino dell’esaurimento fino alla pensione solo quelli meno impegnati nella ricerca, privi di titoli, incapaci di acquisire l’abilitazione);
b) rimotivazione di tanti ottimi ricercatori, che sono la base dell’Università, e che da anni svolgono attività didattica senza la quale molti corsi chiuderebbero, soprattutto al Sud;
c) diventando professori associati gli attuali ricercatori avrebbero l’obbligo della didattica e contribuirebbero alla sostenibilità dei corsi di studio;
d) eliminazione dell’attuale giungla di figure, in maniera coerente con il modello che prevede Professori Ordinari e Professori Associati e ricercatori a tempo determinato;
e) costi limitatissimi, perché il loro attuale stipendio è quasi uguale a quello che percepirebbero come PA (i più giovani hanno almeno 5 anni di anzianità; eventualmente si potrebbe studiare una formula di progressione economica a seconda della situazione economica dei vari atenei; ogni ateneo potrebbe fare una sua programmazione sostenibile), sganciando il calcolo dai Punti Organico e agganciandoli alla spesa reale;
f) sarebbe un bel segnale, pari a quello della stabilizzazione del professori con la Buona Scuola.
a) sostanziale eliminazione di una categoria ad esaurimento (lasciando al destino dell’esaurimento fino alla pensione solo quelli meno impegnati nella ricerca, privi di titoli, incapaci di acquisire l’abilitazione);
b) rimotivazione di tanti ottimi ricercatori, che sono la base dell’Università, e che da anni svolgono attività didattica senza la quale molti corsi chiuderebbero, soprattutto al Sud;
c) diventando professori associati gli attuali ricercatori avrebbero l’obbligo della didattica e contribuirebbero alla sostenibilità dei corsi di studio;
d) eliminazione dell’attuale giungla di figure, in maniera coerente con il modello che prevede Professori Ordinari e Professori Associati e ricercatori a tempo determinato;
e) costi limitatissimi, perché il loro attuale stipendio è quasi uguale a quello che percepirebbero come PA (i più giovani hanno almeno 5 anni di anzianità; eventualmente si potrebbe studiare una formula di progressione economica a seconda della situazione economica dei vari atenei; ogni ateneo potrebbe fare una sua programmazione sostenibile), sganciando il calcolo dai Punti Organico e agganciandoli alla spesa reale;
f) sarebbe un bel segnale, pari a quello della stabilizzazione del professori con la Buona Scuola.
Mi auguro che il Ministro Stefania Giannini, che ben conosce il mondo dell'Università, voglia assumere l’iniziativa. E che lo stesso faccia la CRUI. Sarebbe una bella battaglia per il riconoscimento del lavoro svolto reale da tante persone serie, che hanno ottenuto anche l'ASN (lo ripeto: non è un ope legis, perché si è superato un concorso nazionale), apprezzata da tutto il mondo universitario e non solo.
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