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Angelo Cimarosti: Archeologia Pubblica, Giuliano Volpe e il suo sasso nello stagno

By Angelo Cimarosti, 25 Novembre 2020

Archeologia Pubblica
, di Giuliano Volpe (Carocci) è un libro fondamentale per chi si muove nel mondo dell’archeologia, di chi “la fa”, di chi la “subisce” o crede di subirla (mi riferisco all’archeologia preventiva), di chi la comunica e chi cerca di unire il tutto nella magica formula della “sostenibilità economica”, di chi la studia e vede davanti a sè un mondo del lavoro a dir poco complicato. Sono andato dritto al punto, è un libro fondamentale perchè affronta argomenti per molti “scomodi”, dibattuti, difficili. Quando in un dibattito si prende una posizione precisa, si presta immediatamente il fianco alle critiche. Nei tanti social di settore che frequento con piacere non sono mancate, anche molto accese. Giuliano Volpe è professore di Archeologia a Bari,  conosce bene il mondo accademico, ma anche l’amministrazione pubblica, sia come consulente che come osservatore critico. Per lui l’archeologia pubblica è un bene. Per molti, è un male. Lo è per chi la ritiene una scappatoia per saltare i professionisti, per non pagarli, per esautorarli di competenze e di già limitate risorse. Chi scrive, tra l’altro giornalista professonista, capisce bene questo stato d’animo. Sono stato tra i fondatori di YouReporter, un sito di Citizen Journalism, o di giornalismo partecipativo, che per alcuni anni è stata tra le più disruptive esperienze del genere in Europa. Conosco bene il potere dirompente di quando in un settore i cittadini iniziano a “partecipare”. La paura dei miei colleghi era che “gli portassero via il lavoro”. Le piattaforme di citizen journalism, poi, sono state pochi anni dopo fortemente ridimensionate dai social. Un video su FaceBook raggiunge chiunque, senza filtri (nel bene, e spesso come abbiamo visto, nel male) e rende inutile qualsiasi piattaforma precedente. L’intermediazione è saltata del tutto, e i giornalisti più avvertiti si sono resi conto che anche il loro ruolo di gatekeeper, di controllori di ciò che è notizia e ciò che non lo è, era superato. Che “guardiano del cancello” sei se attorno al cancello che stai controllando l’intera recinzione è venuta giù? Quel che resta della professione si è in parte trasformato, e in parte lo deve fare: trasformazione in giornalismo digitale (che non è solo “fare giornalismo sul web”), fact-checker, conoscitore di big data, mediatore e stimolatore di crowd-sourcing e così via. Nell’archeologia il modello non è del tutto applicabile, ma ci si avvicina

Certo, non è applicabile dove si pensi di dare in mano a un cittadino, entusiasta, volontario e non pagato, una trowel senza formazione “ecco ora fai l’archeologo”. Qui, credo siano tutti d’accordo, non c’è disintermediazione che tenga. Ecco allora che viene utile Archeologia Pubblica di Giuliano Volpe, perché da un lato è un manuale, dall’altro un punto sulle esperienze attuali di archeologia pubblica in Italia (molti sono gli esempi, dall’attivo mondo che Cinzia Dal Maso ha messo in piedi con Archeostorie, alla lunga stagione di scavi di Poggio del Molino, ora portati avanti (assieme ad altri archeologi!) da Carolina Megale con il suo “Parco di Archeologia Condivisa”. Ecco, appunto, condivisa, non scippata al lavoro di altri archeologi. Poi ci sono musei regionali, parchi, percorsi, dall’Elba ad Aquileia, Puglia, Sicilia, Sardegna, dalla via Appia all’archeologia del contemporaneo a Monforte San Giorgio e molti ancora, come la summer school partecipata dell’Università di Padova della prolifica Alexandra Chavarría Arnau.

Ma oltre che un field survey dell’archeologia pubblica, Volpe parla anche di metodi e tecniche., un manuale, molto attento a vedere le criticità di questa opportunità: “L’archeologia pubblica è…una cosa molto seria, importante, anzi decisiva, perchè tocca nel profondo il significato stesso dell’archeologia oggi…Senza l’apporto che solo l’Archeologia pubblica può garantire, è l’intera disciplina a rischiare di andare in crisi definitiva, nel mondo globalizzato , nel pieno di una recessione che non è soltanto congiunturale e non tocca unicamente la sfera economico-finanziaria ma che è strutturale perchè investe il modello di sviluppo, i modi di vivere, i rapporti intergenerazionali, la distribuzione della ricchezza e delle risorse, …la crisi economica del 2008 ha avuto ripercussioni dirette persino sull’archeologia, soprattutto nel campo di quella preventiva, per effetto della riduzione delle costruzioni e per il definanziamento dei progetti di ricerca…” (Volpe, 2020, 11). Insomma, era fosco il quadro quando il libro è uscito pochi mesi fa (febbraio 2020). Poi è arrivato il Covid, quindi figuriamoci. L’unica strada è l’alleanza: nel giornalismo era quella tra giornalisti (purchè professionisti e molto preparati) e lettori. Nell’archeologia, l’alleanza tra i tanti mestieri dell’archeologia (sì, perfino quello di archeologo…) e il pubblico, non solo come “settore” ma come “cittadini”. Pubblico in senso nobile, non come succedaneo di quel che non si vuole o non si può pagare.

Giuliano Volpe (2020). Archeologia Pubblica – Metodi, tecniche, esperienze. Roma, Carocci Editore.


tratto da: https://www.archaeoreporter.com/2020/11/25/archeologia-pubblica-giuliano-volpe-e-il-suo-sasso-nello-stagno/#respond


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