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La ricreazione è finita

Libro leggero d’estate in campagna, 1. Comprato casualmente in un’edicola in aeroporto, accortomi di aver dimenticato a casa il libro che stavo leggendo. Come si fa a stare senza un libri da leggere? Scelto tra non molti disponibili e del tutto ignaro che si trattasse di un libro che sta riscuotendo un notevole successo ( ho scoperto solo dopo che ha avuto varie edizioni in pochi mesi dall’inizio di quest’anno). Non lo nascondo, acquistato un po’ perché tascabile Sellerio, un po’ per curiosità e anche un po’ per fastidio, avendo letto nelle note di copertina che la vicenda si svolgeva in una università, non senza alcuni dei classici cliché (il professore barone, i giochi di potere, le lotte accademiche, l’assenza di meritocrazia, ecc.). Poi, però, dopo poche pagine, nelle quale lo stereotipo pareva confermato, scopro un libro innanzitutto scritto benissimo (questo è il primo elemento da sottolineare, che sarebbe fuori luogo trattandosi di narrativa, ma viste certe porcherie che circolano in libreria, non è più un fatto scontato), avvincente, intelligente. È la storia di un ragazzo, non più giovanissimo, trentenne, di Viareggio, cioè della provincia (è la provincia una dei protagonisti del libro, sia nella vicenda del protagonista narrante, Marcello Gori, sfigato laureato in lettere, sia in quella dell’oggetto della sua ricerca di dottorato, Tito Sella, anch’egli viareggino, rivoluzionario suo malgrado e autore di alcune opere letterarie di un certo pregio), che vince ‘casualmente’ un dottorato e si trova immerso nel mondo universitario (descritto con non poca ironia) e in una ricerca, che lo porta anche da Viareggio, città dalla quale non vorrebbe mai uscire -anche se spera di non fare la fine del padre barista - a Parigi.Le vicende si svolgono così tra Viareggio, Pisa e Parigi, su un doppio binario temporale, gli anni Settanta in cui visse e operò Tito Sella, raccontati con grande competenza storica ma sempre da una prospettiva periferica, provinciale appunto, e gli anni Dieci-Venti del nuovo Millennio, nei quali vive Marcello, con i suoi amici scapocchioni livornesi, la sua solida fidanzata di buona famiglia studentessa di medicina, le nuove conoscenze universitarie e parigine. Il libro ha un bel ritmo, una notevole capacità di contestualizzazione storica, una grande attenzione alla descrizione, sempre credibile, dei vari personaggi, ai dialoghi.Marcello è il prototipo di molti trentenni di oggi, strutturalmente precari, pronti a cercare ogni modo per rinviare le scelte che li portino nell’età adulta. Incompiuti, incompleti. Si trova quasi suo malgrado a preparare una tesi di dottorato, a contatto con un mondo, quello universitario, con regole che non capisce e che rifiuta (pur illudendosi a un certo punto di poterne far parte), catapultato, ancora una volta suo malgrado, a Parigi, dove incontra un mondo di giovani studenti e studiosi e di neorivoluzionari con il mito del terrorismo anni Settanta e che parteggiano per il “mouvement des gilets jaunes”, impegnato in ricerche d’archivio sui documenti di Tito Sella e innamorato di una bella giovanissima studentessa che per lui personifica l’idea stessa della rivoluzione. Come era stata Emma per Tito Sella. Lo studio delle opere e dei manoscritti di Sella portano, infatti, Marcello a una totale identificazione con l’oggetto dei suoi studi.In questo libro c’è tanto, dal romanzo di formazione all’analisi letteraria e storica (nulla di noioso e di tecnicistico, sia ben chiaro), al racconto parallelo di Marcello e di Tito, alla descrizione delle loro vite provinciali e delle loro scelte o “non scelte”.Il titolo riprende una frase di uno dei terroristi della brigata in cui militava Sella, dal nome di battaglia Barabba, giovane intelligente e preparato studente universitario, che spinge il gruppo a fare il salto dalle azioni dimostrative (la ricreazione appunto) a una vera azione terroristica che si conclude drammaticamente. Ma il senso più profondo del libro è nella frase finale, tratta dal Visconte Dimezzato’ di Calvino, che Marcello aveva scelto come esemplificativa del senso della sua vita incompleta: “Alle volte uno si crede incompleto, ed è soltanto giovane”.
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