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Un patrimonio culturale da salvare

L’Italia ha un glorioso e riconosciuto primato nel campo degli studi e della tutela del patrimonio culturale; un primato che stiamo progressivamente depauperando. La forza, la qualità e la ricchezza di tale tradizione non devono costituire, però, un impedimento nella capacità di guardare al futuro. Da anni, invece, siamo bloccati all’interno di un sistema stanco, esausto, incapace di esprimere quella vitalità che pure possiede ancora, insieme a straordinarie competenze e professionalità. Posizioni contrapposte si ostacolano vicendevolmente, ancorate a certezze inossidabili, che non consentono di vedere la ruggine che sta corrodendo dall’interno il sistema.

Non è più accettabile una visione che separa pezzi di un patrimonio unitario, le architetture e le opere d’arte dalle stratificazioni poste al disotto, le strutture murarie dalle pitture o dalle sculture, i mosaici dagli spazi di cui erano parte, i monumenti dalle strade, le città dal territorio rurale. Per questo ritengo che sarebbero più efficaci strutture periferiche capaci di affrontare il tema del patrimonio culturale e paesaggistico con una visione olistica, superando la concezione settoriale che frammenta un insieme organico in distinzioni di tipo disciplinare – queste sì accademiche – quali ‘bene archeologico’ o ‘bene architettonico’ o ‘bene artistico’, che poco ci dicono sulla reale natura dei beni culturali. Dovremmo al contrario organizzare una tutela innovativa capace di superare la separazione tra categorie di beni, coinvolgere più competenze in equipe miste, abbandonare assurde e anacronistiche divisioni cronologiche, che si traducono a volte anche in conflitti tra Soprintendenze settoriali e/o tra queste e studiosi impegnati in attività di ricerca: sono testimone degli scontri, alcuni anni fa (segnati anche da continue sostituzioni di serrature) tra una Soprintendenza ai beni architettonici che si occupava del restauro di un battistero paleocristiano ben conservato in elevato, effettuando anche scavi all’interno del monumento, e quella ai beni archeologici che conduceva scavi nell’area circostante dove è stata individuata la cattedrale paleocristiana. Insieme al battistero, la chiesa era ovviamente parte integrante dello stesso complesso sacro, peraltro sviluppatosi su quartieri di età romana e necropoli preromane e interessato da forme di rioccupazione e riuso in età medievale e moderna: un caso assai consueto in Italia. Un collega mi ha raccontato tempo fa dell’assurda richiesta della Soprintendenza ai beni artistici di estrapolare dai sacchetti delle varie unità stratigrafiche di uno scavo da lui condotto i materiali di età moderna, perché di propria competenza. E in una recente riunione del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici, del quale faccio parte, abbiamo esaminato il ricorso di un comune che contestava l’opposto parere sull’interesse culturale di un edificio storico di sua proprietà, considerato privo di interesse dalla Soprintendenza per i beni archeologici e di notevole valore da quella per i beni architettonici, con inevitabili confusioni, conflitti, perdite di tempo e di risorse. Ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli.

L’elemento comune, il tessuto connettivo, il filo che lega tutti gli elementi del patrimonio culturale è il paesaggio, che va, pertanto, posto al centro dell’azione di tutela, con le sue stratificazioni, le sue architetture, i suoi arredi e corredi d’ogni tempo, gli uni indissolubilmente legati agli altri. Dovremmo finalmente, cioè, considerare globalmente l’insieme delle opere dell’uomo e della natura, così come si sono storicamente stratificate nello spazio e nel tempo, con una visione globale, diacronica e contestuale. Un approccio che dovrebbe coniugarsi strettamente con la pianificazione urbanistica e territoriale.

Un’analoga innovazione dovrebbe, ovviamente, riguardare anche il mondo della formazione, considerando le Università non più il luogo nel quale si formano professionalità improbabili nel campo dei beni culturali, ma il luogo nel quale, in stretta collaborazione con le Soprintendenze (esattamente come avviene in campo medico nelle Aziende Ospedaliere Universitarie), i giovani possano confrontarsi direttamente con le diverse realtà del patrimonio culturale, misurandosi con problemi concreti, come fanno i medici in formazione operando nei policlinici. Le Università dovrebbero saper rendere più omogenei a livello nazionale i percorsi formativi, eliminare l’eccesso di frammentazione e di duplicazione di corsi di studio di primo e secondo livello e delle Scuole di Specializzazione, dar vita a corsi interateneo di maggiore qualità. Un progetto interessante potrebbe riguardare la creazione di un corso quinquennale a ciclo unico in Beni Culturali, con diversi indirizzi (che superi l’attuale sistema 3+2, particolarmente inadeguato in questo campo), da elaborare in stretta collaborazione tra MIUR e MiBAC.

Uno Stato forte e maturo dovrebbe saper manifestare la sua autorevolezza anche nella consapevole cessione di potere, separando la gestione dal coordinamento/controllo/valutazione, superando, cioè, l’assurda concezione ‘proprietaria’, oggi prevalente. Troppo spesso si registrano, infatti, situazioni di oggettivo conflitto di interesse tra gestione e controllo e, in alcuni casi estremi, anche anomali e poco trasparenti rapporti con le imprese che finanziano i lavori e le società di ricerca archeologica e/o i singoli archeologi professionisti impegnati nelle ricerche archeologiche, spesso posti in una posizione di oggettiva subalternità, se non di vero e proprio ricatto. Andrebbero, al contrario, realizzati processi realmente inclusivi che favoriscano processi di sistematica collaborazione con il mondo universitario e della ricerca, di partecipazione attiva della cittadinanza, di coinvolgimento dell’associazionismo, di fondazioni di partecipazione, certamente con le necessarie forme di sostegno, indirizzo e monitoraggio.

Ancora. Andrebbe istituita un’agenzia indipendente per la valutazione della qualità della tutela dei beni culturali e paesaggistici, capace di indicare parametri, standard qualitativi, protocolli, di premiare e incentivare le buone prassi, di valorizzare l’ottimo lavoro di tutela e di ricerca svolto da numerosi funzionari e, quando necessario, di censurare, sulla base di dati certi e di valutazioni rigorose, pratiche e operazioni di basso profilo.

Infine, uno Stato libero, aperto, europeo, dovrebbe saper garantire e favorire l’accesso ai dati e la loro libera circolazione, contro una concezione proprietaria che ancora oggi impedisce assurdamente, nel rispetto di leggi anacronistiche nell’età del web, dell’open access e degli open data, anche la libera riproduzione dei beni culturali pubblici.

Concludendo queste note, che non hanno alcuna pretesa di indicare soluzioni univoche, ma che intendono esclusivamente proporre alcune riflessioni e suggerire qualche spunto propositivo, mi auguro che possa svilupparsi presto un confronto ampio, libero, costruttivo.

Ci sono ampi margini per introdurre importanti innovazioni positive anche utilizzando le attuali norme vigenti. Si tratta di innovazioni che non richiedono investimenti (che pure sarebbero necessari, in maniera adeguata, per rilanciare la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico) e, pur essendo pertinenti alla sfera culturale e teorica, potrebbero avere immediate ricadute nella gestione del patrimonio e nella formazione di chi sarà domani chiamato a gestirlo.

È un’impresa non facile, impegnativa, faticosa, perché richiede il coraggio della politica e la capacità creativa dei tecnici, necessita di generosità e di voglia di rimettersi in gioco, scuote strutture organizzative quasi secolari, anelastiche ed anchilosate, sconvolge il quieto vivere burocratico e si oppone all’inerzia di chi intende conservare posizioni di rendita.

Ma è anche un’impresa esaltante, oltre che necessaria ed improcrastinabile, che richiede l’apporto attivo di tutti.

 Articolo pubblicato in L'Attacco, 23.5.2013, pp. 1, 22.


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