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Archeologia preventiva, quando un Inrap italiano?

Le recenti vicende relative ai conflitti tra i tempi rapidi del PNRR  e del ‘decreto semplificazione’, pena la perdita dei consistenti fondi europei, e i tempi lunghi della tutela del patrimonio culturale ripropongono un problema endemico nel nostro Paese. È possibile che ancora una volta si debbano mettere in contrasto due priorità (tutela del paesaggio e dei beni culturali e produzione di energia pulita) così importanti ed entrambe teoricamente irrinunciabili? È questo solo uno dei tanti conflitti assurdi: salute e lavoro, alta velocità e paesaggio, insomma, modernizzazione e cultura.

La semplificazione si ottiene non eliminando le tutele ma accrescendo la conoscenza e attuando misure preventive. E soprattutto modificando profondamente le procedure e le mentalità.

Le recenti riforme promosse dal ministro Dario Franceschini hanno tentato di introdurre importanti novità, come il passaggio dalle soprintendenze settoriali (ben tre rispettivamente per archeologia, architettura-paesaggio, arti) alle soprintendenze uniche territoriali, in modo da attuare una tutela organica in specifici territori: più vicine alle realtà locali e in grado di parlare con una sola voce tutelando tutte le componenti del patrimonio culturale e in particolare il paesaggio, cioè quel contesto che tutto contiene e che rende unico il nostro Paese. Queste riforme avrebbero, però, richiesto non solo adeguate risorse, mezzi e strumenti innovativi e soprattutto l’immissione di nuove energie giovani (il concorso bandito nel 2016 ha portato al reclutamento di oltre 1.000 nuovi funzionari, ma le esigenze, a causa di pensionamenti di massa, si aggirano in non meno di 5.000 unità tra tecnico-scientifici e amministrativi) ma anche e soprattutto di essere accompagnate, monitorate, corrette. Sarebbe servita inoltre la formazione dei dirigenti e funzionari chiamati a svolgere un mestiere diverso, che nessuno ha spiegato loro. Anche la Scuola del Patrimonio è stata dirottata verso altre finalità invece di concentrarsi sulla formazione in ingresso e permanente del personale del ministero.

È qualcosa che in Italia, purtroppo, succede normalmente. Una buona legge non attuata o attuata da personale inadeguato si rivela un disastro e finisce per annullare il valore e le potenzialità anche di buone riforme.

Se a questo si aggiunge il ritardo nella predisposizione dei Piani paesaggistici regionali (solo 5 quelli finora approvati), la mancanza di strumenti adeguati manifesta oggi tutta la sua gravità.

Le Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio, libere dalle incombenze della valorizzazione e dei musei, ora o autonomi o affidati alle Direzioni Regionali Musei, avrebbero dovuto e dovrebbero (oggi più che mai con il PNRR) occuparsi del territorio e assumere un ruolo centrale, ovviamente dotate di mezzi e personale, costruendo nei territori alleanze e collaborazioni con le Università e i centri di ricerca, le Regioni e gli Enti locali, i professionisti dei beni culturali. Sgomberiamo il campo dai fraintendimenti: nelle soprintendenze (tranne eccezioni negative, come dappertutto) operano molte persone preparate, competenti e impegnate a tempo pieno. Ma è ancora il sistema a non funzionare in maniera soddisfacente.

Sfide così complesse si affrontano insieme, non continuando a difendere prerogative, recinti e riserve indiane. Invece accade tutt’altro. Basti pensare al rapporto assurdamente conflittuale tra MiC e Università (nonostante protocolli e dichiarazioni ufficiali), che da alcuni ultimi anni sta raggiungendo limiti paradossali con una serie di norme e di cavilli burocratici fissati in decine di circolari della Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio, che limitano e rendono sempre più complicate le ricerche archeologiche da parte delle Università, addirittura anche le indagini diagnostiche non invasive. Oggi effettuare ricognizioni territoriali, analisi con immagini aeree, uso di droni, indagini geofisiche, carotaggi è diventato quasi impossibile. La cosa è ancor più paradossale se si considera che questo tipo di indagini fornisce informazioni preziose proprio per poter dare risposte rapide nel caso di progetti per la realizzazione di un parco eolico o fotovoltaico o per una grande infrastruttura come una strada, un metanodotto o una ferrovia. In un paese normale, queste informazioni dovrebbero essere rese disponibili su un Sistema Informativo Territoriale, per indirizzare la progettazione stessa di un’opera pubblica o privata. Insomma, un soprintendente dovrebbe poter dire al progettista, nel momento stesso in cui inizia il lavoro di progettazione e la scelta dei luoghi: «è inutile progettare un parco eolico su quella collina, dove sappiamo essere un importante sito archeologico, altrimenti saremo costretti a bloccare i lavori; realizzatelo su quell’altra che non presenta rischi!».

Un esempio: il LIDAR (Laser Imaging Detection and Ranging) è un sistema di telerilevamento che consente di individuare tracce di siti archeologici sepolti anche in territori montani e boschivi, altrimenti invisibili. Un dottorando italiano all’estero mi ha recentemente mostrato centinaia di siti archeologici d’altura antichi e medievali tra Campania, Puglia e Molise, individuati da lui leggendo le immagini LIDAR e facendo sopralluoghi mirati. Un solo giovane ricercatore, in alcuni mesi di lavoro! Mi chiedeva consiglio anche su come fare a comunicare questi dati alle soprintendenze: oltre dirgli che doveva farlo, gli ho dovuto dire, sconsolato, che aveva infranto le norme! Mi risulta che ricerche condotte da molte università italiane con sistemi simili hanno acquisito migliaia di dati preziosi anche per la tutela e la pianificazione territoriale. Invece di favorire e sollecitare questo tipo di indagini, la Direzione Generale ABAP le rende complicate, autorizzandole solo tra mille appesantimenti burocratici. È la stessa alla quale ora si affida il compito di dar vita alla neonata Soprintendenza Unica Nazionale per i progetti connessi con il PNRR.

Si continua così a istituire nuovi Istituti. Alcuni anni fa è nato l’ICA – Istituto Centrale per l’Archeologia, poi però non messo nelle condizioni di svolgere le funzioni per cui era stato pensato. Mesi fa ha preso avvio la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Subacqueo, con sede a Taranto, priva di personale e mezzi e addirittura di chiare competenze di tutela sul patrimonio sommerso nelle acque nazionali. Ora è la volta della Soprintendenza Unica Nazionale, dotata di 15 persone assunte a tempo determinato, oltre a personale del Ministero. Staremo a vedere. Ma rischia di essere l’ennesima ‘pezza’ per tamponare una falla e non una soluzione strutturale, se non verrà dotata anche di personale qualificato e mezzi idonei: ma il PNRR non dovrebbe servire a realizzare finalmente riforme strutturali?

Un consiglio, però, mi sento di darlo al Ministro, che sappiamo molto legato alla Francia. Volga lo sguardo oltralpe per valutare quale ritardo abbiamo accumulato nel dotarci di efficaci strutture di ricerca e di tutela nel campo dell’archeologia preventiva. In Francia opera dal 2002 l’INRAP (Institut National de Recherches Archéologiques Préventives; in precedenza, già dal 1973, operava l’AFAN-Association pour les fouilles archéologiques nationales), istituito con una legge specifica del 2001, che svolge un’intensa attività di ricerca archeologica in occasione della realizzazione di opere pubbliche e anche private. L’Istituto, diretto da un archeologo di grande esperienza, Dominique Garcia (il direttore è nominato dal Presidente della Repubblica), dotato di un Consiglio di Amministrazione e di un Comitato scientifico, ha sede a Parigi e ha ben 8 direzioni regionali e ben 43 centri di ricerca archeologica: insomma dispone di una rete territoriale che consente di operare dappertutto. Qualche informazione (dati 2018) per solo per farsi un’idea: 70.018 giornate dedicate a indagini diagnostiche, 1.934 indagini terrestri e subacquee, 1.994 relazioni consegnate al Ministero della Cultura, 225 scavi, 248 relazioni di scavo rese pubbliche, 644 pubblicazioni, 20.862 giornate di ricerca, 4.025 giornate dedicate alla valorizzazione, 31 mostre, 222 visite guidate, e soprattutto un budget di 150 milioni di euro e 2.190 collaboratori! Ecco di cosa parliamo. Tra l’altro, tra questi dipendenti ci sono anche giovani italiani, formati nelle nostre Università che hanno preferito trasferirsi in Francia, dove sono molto apprezzati.

In questa occasione, ho contattato, per avere un parere dall’interno, uno di loro, Valerio De Leonardis, laurea all’Università Roma Tre e anni di collaborazione con la Soprintendenza di Roma, da cinque in Francia e da due assunto dall’INRAP, dove ha trovato il «modo di fare archeologia che sognava in Italia», una realtà nella quale «la passione è stata trasformata in professione». Mi dice che gli archeologi sono valorizzati, hanno precisi diritti e doveri, sono retribuiti dignitosamente (hanno gli stessi stipendi dei funzionari pubblici, a seconda della categoria, mai al di sotto della paga iniziale minima fissata per legge di 1.200 euro), dispongono di mezzi, tecnologie e di un’organizzazione del cantiere da noi inimmaginabili. Non è il paradiso, i problemi non mancano, ma Valerio mi conferma che trova profonde differenze con l’Italia, dove pure tornerebbe volentieri a lavorare.

L’INRAP è un Istituto nazionale, pubblico, che opera, però, con strumenti privatistici. Non si limita a produrre circolari e linee guida, ma è una struttura operativa, che lavora per conto delle grandi imprese pubbliche e private, collabora con i Comuni, le Regioni, le Soprintendenze, le Università.

E mentre in Italia si pensa di risolvere i problemi riducendo o eliminando l’archeologia preventiva, in Francia (che - non me ne vogliano i colleghi francesi - ha un patrimonio archeologico un po’ meno consistente di quello italiano) si fa ricerca, si producono dati, si alimenta conoscenza (in questi anni il livello della conoscenza della storia e dell’archeologia ha avuto un vero exploit), si tutela e si valorizza, e si realizzano le grandi opere, si modernizza il paese, si crea sviluppo, senza però danneggiare la cultura e senza mortificare i professionisti della cultura. A quando un INRAP italiano?

Pubblicato in https://www.huffingtonpost.it/entry/archeologia-preventiva-quando-un-inrap-italiano_it_60ab522ae4b0d45b752b42c5?utm_hp_ref=it-blog
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