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Carofiglio e l'elogio del dubbio

Gianrico Carofiglio si conferma un grande narratore. Il suo ultimo romanzo con protagonista Guido Guerrieri, La misura del tempo (Einaudi), è una piacevolissima e stimolante lettura, con una trama come sempre ben costruita, personaggi credibili, bei dialoghi, tanta ironia, belle descrizioni del paesaggio urbano di Bari, tanto amore per i libri e la letteratura (bello l’episodio, già presente nei suoi precedenti, della libreria notturna ‘Osteria del caffellatte’ e degli incontri e dialoghi con personaggi interessanti e inconsueti), la cura per il cibo (dalla ricetta degli spaghetti all’assassina e alla cucina barese a base di pesce – a dispetto del nome - del ristorante ‘il Piede di porco’), il rapporto con la boxe (e con ‘sacco’). E poi gli interrogatori e le requisitorie in tribunale di Guerrieri, colte e mai banali. È un libro, come sempre, con molti spunti di riflessione, quasi filosofici, su tanti temi (il valore del dubbio, la necessità di guardare le cose e le persone da tanti punti di vista, il rischio sempre in agguato delle fallacie). “Cercare subito un’interpretazione univoca da cui far discendere una soluzione immediata e rassicurante è, nella maggior parte dei casi, un comportamento automatico e, in definitiva, un espediente per sottrarsi al dovere di pensare” afferma in una lezione rivolta a giovani magistrati. Che conclude con un insegnamento datogli da suo nonno professore di filosofia: “in ogni attività, in ogni lavoro, è salutare di tanto in tanto mettere un punto interrogativo ad affermazioni che abbiamo sempre dato per scontate”; un insegnamento valido non solo per giudici e avvocati!


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