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A chi appartiene l'archeologia?
Una delle novità più importanti degli ultimi anni è stata la diffusione anche in Italia dei principi dell’archeologia pubblica, cioè di un modo nuovo di intendere il ruolo dell’archeologia nella società contemporanea. Una vera rivoluzione culturale ed etica, che però si scontra con due ostacoli, diversi ma solo apparentemente in conflitto tra di loro. Da un lato un diffuso fraintendimento che produce un po’ di comunicazione, qualche evento, una spruzzata di Facebook, Instagram e TikTok, un pizzico di arte contemporanea nei siti archeologici, il tutto shakerato con un po’ di sensazionalismo e una dose massiccia di banalizzazione ed ecco servito un cocktail di pessima archeologia pubblica. Dall’altro lato la persistenza di una “visione proprietaria dell’archeologia”: uno dei grandi mali, non solo per i danni che produce allo sviluppo della libera ricerca, ma anche nel rapporto con le comunità di cittadini. Finché prevarranno visioni, logiche e comportamenti riassumibili in espressioni come “il mio scavo”, “i miei materiali”, “la mia documentazione”, “il mio museo”, “il mio parco”, “il mio territorio” si finirà per considerare privato quello che è invece un patrimonio pubblico, condito da un altro malinteso: statale ritenuto unico sinonimo di pubblico. I due ostacoli, culturali e mentali, rafforzati da normative sostanzialmente otto-novecentesche si integrano perfettamente, demolendo così lo spirito autentico dell’archeologia pubblica, che – lo ricordo – è partecipazione attiva (e non finta), apertura e curiosità, condivisione e inclusione, libero accesso ai dati e alla conoscenza, pensiero critico e visione dinamica, continua rimessa in discussione, contributo fattivo a forme di sviluppo sostenibile, alla crescita culturale e socioeconomica, al miglioramento della qualità della vita. La prima delle domande che l’archeologo dovrebbe quindi porsi è: di chi è il patrimonio archeologico? La Costituzione italiana ha previsto, tra i principi fondamentali, il sempre richiamato e spesso male interpretato articolo 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Più recentemente si è arricchito di una preziosa integrazione: «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». I padri costituenti, e in particolare Aldo Moro, Concetto Marchesi ed Emilio Lussu, pur con posizioni politiche molto diverse, contribuirono a scrivere quell’importante articolo, il cui soggetto è la Repubblica. Intesero così attribuire una piena responsabilità e auspicarono un coinvolgimento attivo della comunità italiana, perché assegnarono il compito della tutela non già solo allo Stato (che pure compariva nelle prime redazioni dell’articolo), né tanto meno a un singolo Ministero, ma alla Repubblica, cioè a tutte le istituzioni pubbliche (art. 114: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato»), cioè all’intera res publica, intesa come comunità dei cittadini. Ecco perché chi ancora oggi pensa di essere unico depositario del diritto-dovere di tutelare il patrimonio e promuovere la cultura e la ricerca, con una caricaturale attribuzione a se stesso della celebre espressione di Luigi XIV “L'État, c'est moi!” (lo Stato sono io!), è non solo fuori dal tempo ma anche fuori della Costituzione, che peraltro contiene altri meravigliosi articoli sulla libertà della ricerca e dell’insegnamento (art. 33: «L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento») e sulla sussidiarietà verticale e orizzontale (art. 118: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà»). Il ruolo sociale dell’archeologia pubblica comporta pertanto un lavoro necessario e incessante di riflessione e ripensamento critico e autocritico della sua funzione.
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