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UN MARE DI ARCHEOLOGIA UNA MAREA DI ERRORI

L’archeologia subacquea italiana cerca ancora la sua sponda (istituzionale) dopo vari tentativi e progetti – è proprio il caso di dire – tutti “naufragati”

 

Testo Giuliano Volpe

 

L’archeologia subacquea è nata in Italia. Al 1950 si data il primo intervento sulla nave romana di Albenga (Sv), primo relitto sul quale si sperimentarono le tecniche dello scavo scientifico, grazie alla lungimiranza del professore Nino Lamboglia (1912-1977) che, a partire da quell’esperienza pionieristica, istituì un Centro Sperimentale, formò archeologi e tecnici, attrezzò imbarcazioni con le quali condusse ricerche per un ventennio. La Francia copiò il modello e istituì, già nel 1967, una specifica soprintendenza a Marsiglia dotata di navi, tecnici, archeologi, strumentazioni adeguate. Anche altri paesi europei si sono organizzati.

In Italia niente di tutto questo. Dopo la scomparsa di Lamboglia il suo progetto venne meno. Nel 1997 fu istituito dall’allora Ministero dei Beni culturali il Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea, una struttura di supporto alle soprintendenze territoriali, che tuttavia non ha mai brillato. Nel frattempo, la Sicilia, nell’ambito della sua autonomia, si è dotata di una Soprintendenza del Mare, ideata e fondata da Sebastiano Tusa (dopo la tragica scomparsa di quest’ultimo anche questo istituto vive ormai vita magra).

La mancanza di strutture statali ha sempre reso impossibile l’organizzazione di ricerche sistematiche, a causa dei costi elevatissimi per l’affidamento a imprese private e il noleggio di imbarcazioni attrezzate. Per porre rimedio a questo ritardo, nel 2019 nacque – anche su mia sollecitazione come consigliere del ministro – la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, con sede a Taranto e sedi decentrate a Venezia e Olbia. Sembrava la soluzione… ma il progetto è andato stravolto, per resistenze e opposizioni varie.

Un paradosso tira l’altro… Di fatto la competenza attribuita alla neonata Soprintendenza fu solo per le acque internazionali, oltre le 24 miglia, in risposta alla convenzione UNESCO del 2001. Insomma, una Soprintendenza Nazionale priva di competenze dirette nelle acque nazionali! Peraltro, priva di mezzi e personale. Inoltre, le si attribuì, impropriamente, la tutela del territorio della provincia di Taranto. Un vero ibrido. Più di recente, nel quadro della pasticciata ennesima riorganizzazione del Ministero, la Soprintendenza per il Patrimonio Subacqueo ha perso le competenze anche per le acque internazionali, mentre la tutela del territorio tarantino è stata trasferita alla Soprintendenza di Brindisi e Lecce.

Domande scomode. Dunque, abbiamo una Soprintendenza priva di competenze di tutela e di territorio: un vero ossimoro. Di cosa si tratta? Di una struttura di supporto tecnico? Un centro studi? Un inutile duplicato dell’Istituto Centrale per l’Archeologia nel settore delle acque, ridotto a produrre linee guida e mostre, conferenze, e anche spettacoli nella sua bella sede? La sede tarantina (ex convento di Sant’Antonio ed ex carcere), infatti, è molto ampia, dotata addirittura di una foresteria (per farci cosa?), magazzini e biblioteca. Si è anche acquistato un mezzo navale: il catamarano Amphitrite (sì, avete letto bene, un catamarano, buono per regate e vacanze…), da tempo parcheggiato senza impiego. Manca, invece, il personale (soprattutto archeologi e tecnici subacquei) e non è chiara la funzione. La stessa Soprintendenza è da tempo anche priva di un soprintendente di ruolo. Nessun dirigente – è comprensibile – vuole andarci. La direzione è stata così delegata a un funzionario restauratore.

Proposte e speranze…  In tali condizioni, meglio porre fine a questo scandalo italiano. Oppure fare finalmente l’unica cosa seria: una Soprintendenza vera, diretta da un dirigente di prima fascia dal profilo internazionale, con competenze di tutela e ricerca nei mari e nelle acque interne (di cui nessuno si occupa), con mezzi adeguati, risorse e soprattutto personale qualificato (titoli accademici superiori). Un paese come l’Italia, nel cuore del Mediterraneo, ottomila chilometri di coste e una grandiosa eredità storica sommersa, attende da settant’anni.

 

Giuliano Volpe

ordinario di Archeologia
all’Università di Bari

 


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