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Per il bene dei beni culturali

Il 2025 è stato il 50° anniversario dell’istituzione del Ministero della Cultura. Avremmo sperato in un momento di riflessione sul ruolo del patrimonio culturale nella società, alcune modifiche migliorative degli aspetti meno convincenti delle riforme degli ultimi anni, in modo da consolidarne l’impianto complessivo. Purtroppo, niente di tutto questo.

Abbiamo assistito in realtà a un’inutile ulteriore riforma dell’organizzazione del Ministero, che ha reso il centro sempre più macrocefalo, a svantaggio della periferia sempre più debole e in affanno, con l’istituzione al posto del Segretario generale di ben quattro Dipartimenti, a loro volta articolati in Direzioni generali, con sovrapposizioni di compiti e funzioni, altra frammentazione, incremento di posti dirigenziali (e dei relativi costi), cambi di denominazioni. Avremmo sperato, ad esempio, in un cambiamento delle norme sull’uso delle immagini dei beni culturali mentre nasce un “Istituto centrale per la valorizzazione economica”, ispirato a una idea di valorizzazione solo come monetizzazione. Perché invece non promuovere una reale politica di sviluppo a base culturale, basata su semplificazioni, liberalizzazioni, coinvolgimento delle energie presenti nel Paese, investimenti in ricerca e formazione, nuove forme di gestione del patrimonio culturale. Perché non applicare finalmente i principi della Convenzione di Faro, ratificata dal Parlamento nel 2020?

Per quel che riguarda il budget, poi, per la prima volta da molti anni, sono stati ridotti i fondi per la tutela e la valorizzazione: - 78 milioni nel 2026, - 75 milioni nel 2027, e - 168,8 nel 2028.

Non sono mancate le mostre, alcune anche di successo, come quella sul Futurismo o quella sui bronzi di San Casciano, ormai in tournée in Italia e all’estero. Ci sono stati alcuni bandi per nuove assunzioni: è una buona notizia. È stato bandito un concorso per 577 funzionari, di cui 100 architetti, 300 bibliotecarie e 167 archivisti (figure di cui effettivamente c’è un gran bisogno) e purtroppo solo 10 archeologi. Inoltre, è stato pubblicato un bando per 1.800 posti di assistenti, di cui 1500 per tutela, accoglienza e vigilanza e 300 assistenti tecnici. Il titolo richiesto è il diploma di scuola media superiore. Perché non prevedere almeno una laurea triennale (anche per dare un senso a quel titolo di studio), tentando di elevare il livello di figure importanti, come chi accoglie il pubblico nella sala di un museo, superando finalmente la figura del custode silente, immobile e annoiato. È prevedibile che i vincitori siano laureati con specializzazione o dottorato, condannati alla frustrazione o per la loro sottoutilizzazione o, al contrario, per un improprio impiego in ruoli superiori, ma con stipendio da custodi.

Recentemente si è rischiato di abbassare il livello qualitativo del personale con un decreto direttoriale che eliminava i titoli post lauream tra i requisiti di accesso al ruolo di funzionario tecnico-scientifico. Bisogna dar atto al Ministro Giuli di aver fatto ritirare quel decreto, accogliendo le richieste delle associazioni professionali e universitarie. Se fosse andato in porto, avremmo avuto funzionari con titoli accademici inferiori a quelli posseduti dai liberi professionisti.

L’attacco agli studi universitari si è esteso al campo del restauro: in questo caso quanti considerano la laurea un disvalore hanno vinto, ottenendo la riapertura dei temini per l’accreditamento come restauratore a chi, privo di titoli di studio, può dimostrare una certa esperienza. Insomma, è come se in ambito medico si consentisse a un praticone non laureato di curare un paziente!

Spadolini aveva immaginato quel Ministero come anomalo, con un forte carattere tecnico- scientifico. Cosa si pensa di fare cinquant’anni dopo? Come non capire che limitare le competenze non può che provocare gravi danni nelle complesse operazioni di scavo, restauro, allestimento di una mostra o di un museo e in genere in tutte le attività di tutela e valorizzazione?

In un clima di generale afasia è importante che Archeologia Viva tenga aperto un prezioso canale di confronto e discussione libera.

 


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